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La Repubblica Rassegna Stampa
03.01.2023 Iran, l'orrore non si ferma
Racconto di Gabriella Colarusso

Testata: La Repubblica
Data: 03 gennaio 2023
Pagina: 15
Autore: Gabriella Colarusso
Titolo: «'Bastonata, non piegata i miei cento giorni per cambiare l’Iran'»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 03/01/2023, a pag.15, con il titolo 'Bastonata, non piegata i miei cento giorni per cambiare l’Iran', il racconto di Gabriella Colarusso.

Gabriella Colarusso (@gabriella_roux) | Twitter
Gabriella Colarusso

Mahsa Amini, chi era la ragazza curda di 22 anni morta in Iran: la storia
Mahsa Amini

Il giorno in cui abbiamo saputo della morte di Mahsa Amini ero a casa di un amico. Stavamo bevendo, rilassandoci, e sentendo la notizia ho subito pensato: un’altra morte e nessuno farà niente. Poi però tutto è cambiato. Qualcuno ha iniziato a usare l’hashtag #MahsaAmini per farsi ascoltare dal mondo e successivamente è arrivata la chiamata a scendere in strada. Il secondo giorno sono andata in piazza con degli amici, lì abbiamo incontrato altre persone e insieme abbiamo iniziato a camminare gridando Zan Zendegi Azadi(donne, vita, libertà, ndr). La polizia era ovunque, avevano pistole per spararci. E lo hanno fatto. Ho raccolto un sacchetto di plastica pieno di proiettili. Qualcuno nel gruppo aveva delle molotov, ci hanno seguito con le motociclette, siamo corsi a ripararci nei vicoli. Gridavamo slogan e camminavamo, altre persone bloccavano il traffico in modo che la polizia non potesse raggiungerci. È stato fantastico. Abbiamo camminato per ore scrivendo sui muri “Morte al dittatore”. Poi, quando è arrivata di nuovo la polizia sparando, siamo scappati. Il giorno successivo mi facevano male le gambe, ero stanca, ma sono tornata in strada. Mentre raggiungevo il luogo del raduno, un poliziotto in borghese mi ha afferrata, ha tirato fuori un bastone e mi ha colpita, alla testa e alle ginocchia. Sono stata salvata da un gruppo di sconosciuti, mi hanno dato dell’acqua, mi hanno abbracciata e hanno cercato di tranquillizzarmi. Non sono riuscita a camminare per quasi una settimana:avevo le ginocchia piene dilividi neri e blu e sulla testa un bozzo piuttosto grande. Nei giorni successivi ho saputo che altri ragazzi erano stati uccisi. Così, dopo essermi ripresa, sono tornata in strada. Un pomeriggio ero con tre amiciquando abbiamo visto due poliziotti in borghese che cercavano di portare via un ragazzo. Siamocorsi, li abbiamo spinti alle spalle e siamo riusciti a salvarlo prima di fuggire. Avevamo sentito troppe notizie di giovani morti, non potevamo lasciarlo lì. Non so chi pregare, non so cosa fare di più. Mi sono spuntati dei capelli bianchi in queste settimane. Non riesco a gestire tutto questodolore. Vorrei che questa rivoluzione arrivasse alla vittoria il prima possibile. A volte immagino che nel giorno della Libertà tutte le persone assassinate dal governo tornino e dicano ‘Heeeyyy! Non siamo morti! Siamo qui! Era solo uno scherzo!’ Ma so che non accadrà... Il Paese è stanco di questo regime, di questa vita. A volte non abbiamo nemmeno i soldi per comprare da mangiare. Non abbiamo aria pulita da respirare. Non abbiamo acqua pulita nella maggior parte delle città. Bere alcol, baciarsi, abbracciarsi, fare sesso, cantare e tante altre cose sono illegali qui. Se le fai, rischi di andare in prigione o anche peggio. Tuo padre o tuo marito possono impedirti di studiare o di fare un viaggio o anche di uscire di casa per fare la spesa se vogliono. Tuo padre e tuo marito possono anche tagliarti la testa, nessun tribunale li fermerà. Sono fortunata perché la mia famiglia non è così, ma quella di tante altre donne lo è. Non possiamo fare feste, non troviamo lavoro o non abbiamo stipendi dignitosi, tutto è così costoso che è difficile anche affittare una casa. Non possiamo nemmeno accedere facilmente a Internet. Rivoluzione per noi significa cacciare questo sistema e costruire una democrazia. Cambiare tutto. Dopo più di 100 giorni, mi sento intorpidita. Il mio umore è peggiorato e se questa rivoluzione non avrà successo non so cosa farò. Ho ancora speranza, ma ci vuole troppo tempo. Non voglio vivere in un altro Paese perché qui ho la mia famiglia, i miei amici, non sopporterei la sensazione di essere scappata per avere una vita normale e di lasciarli qui con il rischio che li uccidano. Voglio vivere a casa mia, l’Iran è casa mia. La maggior parte dei miei amici la pensa così. Continuiamo a scendere in strada ma non come nelle scorse settimane: la polizia è ovunque e pronta a sparare. Con gli amici parliamo sempre del giorno della Libertà, di quando accadrà. Abbiamo anche già scelto cosa indossare, come truccarci, dove andare, come ballare. Ma siamo tutti così stanchi. Spero che la rivoluzione abbia successo il prima possibile.

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