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La Repubblica Rassegna Stampa
01.12.2022 Colpo al cuore del Califfato. Ucciso in Siria il capo dell’Isis
Analisi di Daniele Raineri

Testata: La Repubblica
Data: 01 dicembre 2022
Pagina: 14
Autore: Daniele Raineri
Titolo: «Colpo al cuore del Califfato. Ucciso in Siria il capo dell’Isis»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 01/12/2022, a pag. 19, la cronaca di Daniele Raineri dal titolo "Colpo al cuore del Califfato. Ucciso in Siria il capo dell’Isis".

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Daniele Raineri

Il canale di informazione più importante dello Stato islamico, al Furqan , ha annunciato che il capo del gruppo terroristico, Abu al Hassan al Hashimi al Quraishi, è morto in combattimento – e celebra il fatto che prima di essere ucciso avrebbe ucciso a sua volta alcuni suoi nemici. Poche ore dopo il CentCom americano, il Comando del Pentagono che segue le operazioni in Medio Oriente, ha confermato che il capo dello Stato islamico è stato ucciso nel sud della Siria «dall’Esercito siriano libero», anche se questa sigla (come vedremo più avanti) nel comunicato ufficiale è usata senza contesto. Finiscono così gli otto mesi di regno di al Hashimi, cominciato a marzo dopo che a febbraio gli uomini della Delta Force americana erano atterrati nella Siria del nord e avevano ucciso il suo predecessore Abu Ibrahim. Già in mattinata i seguaci del gruppo sparsi sui canali Telegram clandestini che fanno da piazza virtuale dello Stato islamico parlavano di una “notizia scioccante” che sarebbe uscita di lì a poco e così è stato. Il portavoce dello Stato islamico nel messaggio audio fatto circolare poche ore dopo ha dichiarato che c’è un nuovo capo, anche lui con un nome di battaglia che per ora copre la sua identità: Abu al Hussain al Husseini al Quraishi, dove quel al Quraishi finale testimonia che il nuovo Califfo, come tutti i suoi predecessori, discende dal Profeta Maometto (non è una rivendicazione così rara nel mondo arabo dopo secoli di matrimoni fra clan diversi). Di lui si dice che sarebbe “un veterano del jihad”, ma è una definizione che non aggiunge nulla. Il comunicato del Pentagono dice che a uccidere al Hashimi sono stati gli uomini dell’Esercito siriano libero e un tempo questa sigla si riferiva al vasto assortimento di gruppi ribelli che per anni hanno fatto la guerra ai soldati di Damasco, soprattutto nel nord, dopo lo scoppio della rivoluzione nel 2011. Oggi giù al sud l’opposizione al regime è viva ma non molto attiva e la sigla “Esercito siriano libero” si riferisce ai gruppi armati locali che hanno accettato la convivenza con il regime e spesso si occupano di mantenere l’ordine nelle loro aree di competenza in cambio di un minimo di autonomia. In pratica, sono quello che rimane dopo il cessate il fuocoe sarebbero stati loro ad uccidere il leader dello Stato islamico. A ottobre nella regione di Daraa hanno sostenuto scontri a più riprese contro cellule dello Stato islamico formate anche da iracheni. Ci sono state decine di morti e può essere che il Califfo fosse tra questi e non sia stato riconosciuto, perché la sua identità era nota soltanto a pochi. In quello stesso mese qualcuno aveva piazzato una bomba su un bus militare nella capitale Damasco e aveva ucciso tredici soldati siriani. Le operazioni di rastrellamento che sono seguite sono diventate violente e cisono stati combattimenti – anche con autobomba e volontari suicidi. Un sito di notizie locali a metà ottobre riferiva della morte di un leader terrorista iracheno, nome di battaglia Abdulrahman al Iraqi anche conosciuto come Saif Baghdad: in arabo, la spada di Baghdad. L’iracheno sarebbe stato identificato come “il capo dell’organizzazione nel sud della Siria” e si occupava dal suo nascondiglio nella piccola città di Jasim di guidare le cellule locali nell’identificazione e nell’eliminazione di una lunga lista di nemici. Il Califfo potrebbe essere lui, benchénelle foto sembri più giovane del solito. Per ora tuttavia non ci sono informazioni ufficiali. Il fatto che Abu al Hassan sia morto “in combattimento”, è interessante. Di solito i capi dello Stato islamico sono uccisi dalle forze speciali americane – o dalle bombe americane – dopo essere stati identificati e localizzati dentro i loro covi dai servizi segreti. È successo nel 2006, nel 2010, nel 2019 e nel 2022. In questo caso invece è accaduto tutto per caso. È probabile che i servizi americani avessero già informazioni sul leader ucciso a Daraa e aspettassero soltanto la conferma definitiva. Sappiamo che finora tutti i capi dello Stato islamico erano iracheni e facevano parte del nucleo originale, risalente al periodo della guerra americana in Iraq tra il 2003 e il 2010, perché soltanto loro sono considerati degni di fiducia e di portare avanti il progetto – tutti tranne il primo, il giordano Abu Musab al Zarqawi che comunque godeva di credenziali stellari tra i suoi compagni in quegli anni. A maggio i servizi segreti turchi avevano arrestato un leader importante, l’iracheno Bashar al Sumaidai, che ricopriva all’interno del gruppo il ruolo di ministro e che alcuni avevano confuso con il Califfo.

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