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La Repubblica Rassegna Stampa
23.11.2022 Israele, Olp, Italia
Analisi di Yossi Melman

Testata: La Repubblica
Data: 23 novembre 2022
Pagina: 38
Autore: Yossi Melman
Titolo: «Israele, l’Olp e la battaglia d’Italia»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 23/011/2022, a pag.38 con il titolo 'Israele, l’Olp e la battaglia d’Italia', l'analisi di Yossi Melman.

A destra: Bettino Craxi con Yasser Arafat

Episode 179 | Israel's security horizon with Yossi Melman
Yossi Melman

Cinquant’anni fa Roma divenne un centro nevralgico del conflitto israelo-palestinese in Europa, teatro di attacchi terroristici e trame dell’antiterrorismo. Tutto iniziò nel settembre del 1972, dopo il massacro di undici atleti israeliani nel villaggio olimpico di Monaco di Baviera. Resosi conto che i servizi di sicurezza e le forze di polizia europee non volevano o non erano in grado di difendere gli israeliani in Europa, Zvi Zamir, il capo del Mossad, operò un cambio di tattica. Ordinò di attaccare le infrastrutture dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina) – uffici, rappresentanti, collaboratori – nelle città europee. Il primo a essere ucciso fu Wael Zuaiter, poeta e scrittore palestinese, autore della traduzione italiana delle Mille e una notte e impiegato presso l’ambasciata di Libia a Roma. Zuaiter era anche il rappresentante ufficiale dell’Olp in Italia. Due sicari del Mossad, armati di revolver Beretta muniti di silenziatore, lo uccisero, nell’ottobre del 1972, sulla soglia del suo appartamentoromano. Quattro mesi più tardi, il 21 febbraio del 1973, i caccia israeliani abbatterono un aereo di linea libico entrato per errore nello spazio aereo israeliano sulla penisola del Sinai, a quel tempo occupata da Israele. La motivazione ufficiale di quella tragedia, che costò la vita a cento persone fra passeggeri e membri dell’equipaggio, fu che, stando a informazioni ricevute dall’intelligence israeliana, i terroristi palestinesi avevano intenzione di dirottare un aereo passeggeri e di farlo schiantare contro Migdal Shalom, l’edificio più alto di Tel Aviv. Il leader libico, Muammar Gheddafi, promise vendetta. Nell’aprile del ’73 ordinò al capitano di un sottomarino egiziano di base in Libia di silurare la Queen Elizabeth II, la più famosa nave da crociera britannica. La nave era piena di passeggeri israeliani, imbarcatisi per una crociera nel Mediterraneo che celebrava il venticinquesimo anniversario dell’indipendenza di Israele. Il capitano iniziò diligentemente la missione ma il giorno dopo, mentre navigava in immersione, ne rivelò l’obiettivo al suo comandante nella marina egiziana.

Quando la notizia del piano mortale raggiunse il presidente egiziano Anwar Sadat, il capitano fu richiamato in Egitto e le vite di centinaia di passeggeri furono risparmiate. Il presidente Sadat, che all’epoca stava preparando il suo esercito alla guerra contro Israele, cercò di placare Gheddafi dicendogli che il sottomarino non era riuscito a trovare la Queen Elizabeth II. Gheddafi non gli credette e continuò a tramare la sua vendetta. Nel settembre del 1973 chiese al leader dell’Olp, Yasser Arafat, di mandare dei terroristi palestinesi ad abbattere un aereo della El Al in viaggio da Tel Aviv a New York durante lo scalo nell’aeroporto di Fiumicino. Il facilitatore di quella cospirazione fu il dottor Ashraf Marwan, un faccendiere trentaduenne consigliere di Sadat e con ottimi contatti fra i vertici della politica egiziana. Marwan, figlio di un generale egiziano, era un chimico formatosi nelle università britanniche e del Cairo, un trafficante di armi e, cosa più importante, il genero di Gamal Abd el-Nasser, il fondatore della Repubblica egiziana. Ciononostante, dal 1970 era anche un agente del Mossad, l’agenzia di spionaggio estero di Israele. Per un misto di avidità, ego ipertrofico, avventurismo e desiderio di vendetta nei confronti del suocero, Marwan divenne una delle spie più importanti e prolifiche della storia di Israele. Per anni si incontrò con il suo supervisore e con lo stesso Zamir in varie capitali europee, fra cui Londra, Parigi, Ginevra e Roma, una delle sue città preferite. Marwan fece in modo che i missili terra-aria portatili “Strela”, di fabbricazione sovietica, arrivassero dalla Libia in Egitto. Lì furono messi dentro delle scatole, sigillati come valigie diplomatiche e spediti a Mona, la moglie di Marwan. Prima che i missili partissero per Roma, Marwan, da bravo agente del Mossad, fece una soffiata al suo supervisore. Subito Zamir assegnò alla gestione della crisi una squadra di agenti del Mossad guidata da Zvi Malhin, il comandante del dipartimento sorveglianza. Zamir si unì a loro e tutti insieme volarono a Roma in incognito. Sperava di riuscire, assieme alla sua squadra, a gestire la faccenda senza informare le forze di sicurezza italiane. La lezione che aveva imparato dalla strage di Monaco era che gliisraeliani non potevano fare affidamento sugli europei per combattere il terrorismo. Le scatole arrivarono a Roma senza problemi e furono mandate in deposito presso il centro culturale egiziano a villa Borghese. Lì furono prelevate da Amin al Hindi che, dopo la firma degli accordi di pace di Oslo fra Israele e Palestina, nel 1994, sarebbe diventato un capo dell’intelligence dell’Autorità nazionale palestinese. In via Veneto, Al Hindi e la sua squadra acquistarono dei tappeti con i quali avvolgere i missili. «Quando ricevetti la notizia, prima di tutto diedi l’ordine di trattenere il volo diretto a New York», mi ha raccontato Zamir in un’intervista nel 2006. Grazie alla soffiata di Marwan, la squadra del Mossad mise sotto sorveglianza il gruppo di al Hindi. Le donne che facevano parte della squadra israeliana riuscirono persino ad incontrare i palestinesi e a chiacchierare con loro nel bar di un albergo di via Veneto.

Da quella conversazione Malhin e Zamir appresero la posizione dei terroristi e dei missili. La squadra del Mossad seguì poi ogni loro movimento ma, una volta giunta all’indirizzo di Ostia, Zamir scoprì che l’edificio nel quale si trovavano i palestinesi era composto da quasi cento appartamenti. «Non sapevamo quale fosse l’appartamento giusto» mi ha spiegato. Non ebbe altra scelta che mettere da parte l’orgoglio, rompere il silenzio e chiedere l’aiuto del servizio di sicurezza italiano. «Chiamai un mio amico, il generale siciliano allora capo del servizio », ha aggiunto. (Nota della redazione: all’epoca al vertice del Sid c’era il generale siciliano Vito Miceli). «Quando ci incontrammo, fu sorpreso di vedermi in jeans. Normalmente, per quel tipo di incontri indossavo giacca e cravatta. Gli spiegai l’urgenza della situazione e chiesi il suo aiuto. Era sbalordito e molto contrariato dal fatto che avessimo agito da soli. “Avreste dovuto dirmelo subito, vi avremmo aiutati volentieri”, mi disse. Ciononostante, acconsentì a collaborare con noi per sventare il piano ». La polizia e gli agenti dei servizi italiani, assieme alla squadra del Mossad, fecero un blitz all’interno del condominio, arrestarono i terroristi e sequestrarono i missili. Il generale italiano acconsentì poi a fare un altro favore a Zamir. Prestò uno dei missili agli israeliani, perché potessero studiarne il progetto e il funzionamento. Qualche settimana dopo, come promesso, Zamir rispedì il missile a Roma. La storia non ebbe però un lieto fine. Sebbene le autorità italiane avessero promesso di processare i palestinesi, alla fine li rilasciarono. Nel novembre del 1973, gli uomini dell’Olp dirottarono un aereo, prendendo in ostaggio passeggeri ed equipaggio. Minacciarono di ucciderli se l’Italia non avesse liberato i loro compagni. Il governo cedette alla richiesta e un aereo militare italiano li condusse a Malta e da lì in Libia, dove furono lasciati liberi. Pochi giorni dopo il rilascio, lo stesso aereo militare che aveva portato i terroristi a Malta, un C-47, si schiantò poco dopo il decollo da Marghera, nei pressi di Venezia, uccidendo i quattro militari italiani che componevano l’equipaggio. Quindici anni dopo, nel gennaio del 1989, il magistrato veneziano Carlo Mastelloni aprì un indagine su quel disastro aereo. Il magistrato esplorò la possibilità che il Mossad avesse piazzato una bomba sull’aereo per ritorsione verso le politiche pro-arabe dell’Italia e soprattutto per aver ceduto alle richieste di Gheddafi e dell’Olp. Il magistrato indicò Zamir, che all’epoca lavorava come dirigente per un’azienda dello Stato israeliano, e Asa Lapin, il rappresentante ufficiale del Mossad a Roma neglianni ’70, come persone coinvolte nella cospirazione. L’inchiesta sul disastro fu avviata dopo che, in un’intervista a un giornale, il generale Ambrogio Viviani sostenne che era stato il Mossad a sabotare l’aereo. Zamir all’epoca mi disse che le accuse rivolte a lui e a Lapin erano «del tutto insensate» e che si trattava di una questione di politica interna italiana. Ventilò anche la possibilità che, qualora davvero non si fosse trattato di un incidente, l’organizzatore fosse Gheddafi. Tre anni dopo, nel 1993, un tribunale italiano chiuse il caso.

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