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La Repubblica Rassegna Stampa
21.11.2022 Masih Alinejad, anima degli iraniani in rivolta
Analisi di Bernard-Henri Lévy

Testata: La Repubblica
Data: 21 novembre 2022
Pagina: 16
Autore: Bernard-Henri Lévy
Titolo: «Macron e la leonessa iraniana»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 21/11/2022, a pag. 16, con il titolo "Macron e la leonessa iraniana", l'analisi di Bernard-Henri Lévy.

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Bernard-Henri Lévy

Masih Alinejad - Wikipedia
Masih Alinejad

Tutto è cominciato a New York. Incontro Masih Alinejad, l’anima della rivolta in Iran. La trovo coraggiosa. Magnifica. Mi accorgo che questa ex giornalista che ha saputo perorare la causa delle sue connazionali con Tony Blinken come con Mike Pompeo, davanti a Hillary Clinton come nello show televisivo di Bill Maher, è un animale politico fuori dal comune, una bella mente sotto una capigliatura da leonessa, un temperamento di ferro dietro la baudelairiana leggerezza dei suoi capelli, «riccioluti sino alla scollatura» Mi piace la disinvoltura con cui evoca i tentativi di omicidio di cui è stata oggetto sul suolo americano. Ammiro il fatto che al momento dei saluti questa attivista che non ha paura di nulla e di nessuno mi confidi che la prossima volta vuole una foto a tre, con il mio amico Salman Rushdie, che è l’uomo da uccidere per gli uomini con barba e turbante. Osservo la maturità politica con cui spiega che le ciocche delle sue sorelle in collera saranno, se le sosteniamo di fronte ai manganelli e ai fucili dei basiji, come le micce di una bomba morale capace di far saltare via gli chador della vergogna, i veli dell’umiliazione e la cappa di piombo del regime. E dal momento che mi parla della Francia, che considera, come tanti dissidenti di tutto il mondo, l’altra patria della democrazia, e mi racconta del rispetto che prova per Emmanuel Macron, che considera, insieme a Joe Biden, il leader del mondo libero, io prendo subito contatto: ritrovo il vecchio riflesso che mi ha spinto, in tante occasioni, a cercare di portare al tavolo del presidente di tutti i francesi, quindi anche il mio, gli assediati di Sarajevo, i comandanti del Panshir, i ribelli libici, i combattenti curdi o ucraini; e ottengo che la riceva. Il tempo di contattare il mio amico Tom Kaplan, presidente di Justice for Kurds, l’Ong che abbiamo creato quattro anni fa a New York… Il tempo, per la direttricedell’organizzazione, Emily Hamilton, di occuparsi degli aspetti logistici (viaggi, soggiorno, sicurezza) necessari per una donna la cui bellezza è un bersaglio per la pallottola che i suoi compatrioti assassini le hanno destinato… Ed eccola che, nel pieno del maelström storico scatenato da padron Putin e rilanciato dal suo valletto Khamenei, sbarca a Parigi.

Che succede, allora? Succede che l’incontro ha avuto luogo, faccia a faccia. Poi, a porte chiuse, senza me nénessun altro, con Ladan Boroumand, Shima Babaie e Roya Pirayi, le altre donne della delegazione messa insieme da Masih. Ma Masih attacca subito, senza pensarci un minuto, chiedendo conto a Macron della stretta di mano con il presidente iraniano Raissi a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Emmanuel Macron ascolta, incassa, spiega che di fronte a una rivolta di quella natura e alla repressione che si abbatte contro i dimostranti, il capo di uno Stato nonpuò privarsi dell’arma – perché anche quella è un’arma – della diplomazia. E improvvisamente, con sorpresa dell’attivista che gli aveva risposto, come il duca di La Rochefoucauld- Liancourt al re di Francia, «Non è una rivolta, sire, è una rivoluzione », di fronte a questo personaggio spumeggiante che gli dice ancora, guardandolo negli occhi, che la Francia da due secoli e mezzo è un esempio per le rivoluzioni della libertà, lui risponde come farà nel comunicato stampa pubblicato a seguito dell’incontro, e poi nell’intervista accordata a Léa Salamé e Nicolas Demorand per France Inter:la Francia sostiene la rivoluzione in Iran. Sì, dice proprio «la rivoluzione»; è il primo capo di Statoal mondo a pronunciare questa parola, che cambia tutto e lo espone alle invettive dei mullah. È ben nota la teoria di Kantorowicz sui due corpi del re. Ebbene, qui abbiamo la dimostrazione che il re ha anche due cuori. Un cuore di pietra che batte nelpetto del «mostro freddo» sotto gli stucchi dei palazzi del potere; quello che, betabloccato da un miscuglio di etichetta e strategia, va al ritmo degli orologi, della necessità e dei rapporti di forza. E poi l’altro, che al contrario di quel cuore astratto e sostanzialmente immortale è quello dell’uomo mortale e singolare; il suo cuore vivo e vibrante. Il suo cuore di fratello umano folgorato dalla sofferenza e dalla speranza di quattro donne che gli stanno davanti. Questi momenti, quando sotto alprincipe spunta l’uomo, quando si libera delle rigidità della sua maestà e della sua armatura, quando, sotto il colpo di scalpello di un incontro e di un volto, il suo cuore sensibile trionfa sul suo cuore di pietra, sono tra i più belli nell’arte politica. E sono loro, questi momenti, che valgono lo sforzo che bisogna fare, fare sempre, per bussare alla porta della storia; è per loro, contrariamente a quello che dicono gli eterni pessimisti, che è sempre giusto non rimanersene chiusi in casa e non rassegnarsi mai all’ordine delle cose. Lunga vita alle donne iraniane e vigore alle loro criniere da leonesse. Omaggio al gesto del presidente Macron, che non aveva nessun interesse a impegnarsi in questa avventura, a rompere con un regime che fa vergogna al genio persiano, e a richiudere, per una di quelle oscillazioni del destino, una brutta pagina di storia aperta quasi mezzo secolo fa quando la Francia, a Neauphle-le-Château, servì da retrovia a un certo Khomeini. Così si fa la politica della riparazione. E dell’onore.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

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