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La Repubblica Rassegna Stampa
20.11.2022 Libia fuori controllo
Analisi di Fabio Tonacci

Testata: La Repubblica
Data: 20 novembre 2022
Pagina: 3
Autore: Fabio Tonacci
Titolo: «Divisa e fuori controllo la Libia è una polveriera. L’Italia non ha interlocutori»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 20/11/2022, a pag. 3, con il titolo "Divisa e fuori controllo la Libia è una polveriera. L’Italia non ha interlocutori" la cronaca di Fabio Tonacci.


Fabio Tonacci

INTERSOS: NO al rinnovo del Memorandum Italia - Libia

Chi comanda in Libia? Uno e centomila, dunque nessuno. La Libia è un rompicapo che si fa più complicato ogni giorno che passa. Un caotico teatro dell’assurdo, dove nuovi attori si aggiungono ai vecchi — il generale Haftar, il poliziotto-trafficante Bija — che sembravano finiti e invece non se ne sono mai andati. Ci sono due governi e sono entrambi deboli: quello di Tripoli del premier Dbeibah è scaduto a giugno 2021 e non riesce a indire nuove elezioni; quello di Tobruk, affidato a Bashanga, non è riconosciuto dalle Nazioni Unite. Le vittime sono sempre loro, i migranti, che fame, conflitti e cambiamenti climatici trascinano in Libia per cercare chi un lavoro, chi un passaggio verso l’Europa, chi una possibilità. All’inizio dell’anno erano 621 mila, adesso la stima dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni è stata ritoccata al rialzo, 668 mila, a cui aggiungere i 43 mila richiedenti asilo. Le partenze per l’Italia crescono a un tasso che nel 2023 ci riporterà indietro nel tempo alla stagione 2015-2016. La guardia costiera libica, accusata di violare i diritti umani eppure finanziata coi soldi dello Stato italiano in nome di un contestato memorandum che il governo Meloni ha tacitamente rinnovato per altri tre anni il 2 novembre scorso, continua a intercettare i profughi in mare (centomila dal 2017 ad oggi) e a riportarli in un Paese che ormai neppure il più convinto sovranista può definire “sicuro”. Anche perché tornato a essere preoccupante incubatore del terrorismo di matrice islamica, con varianti autoctone dell’Is e di Al Qaeda che si stanno riorganizzando a ridosso dei confini. In questo scenario, l’Italia si è autorelegata in un angolo: non ha più voce in capitolo nel Paese che fu di Gheddafi, né interlocutori affidabili, né uno straccio di piano strategico per il governo dei flussi. Prova ne è il rinnovo del memorandum, senza dibattito in Parlamento e senza idee. «L’instabilità politica della Libia non consente nemmeno di negoziare sull’assistenza umanitaria, che si scontra con enormi difficoltà di accesso al Paese e limiti nelle attività», osserva Giorgia Linardi, responsabile affari umanitari di Medici Senza Frontiere- Libia. «Rinnovare il memorandum, che drena fondi destinati allo sviluppo di questa terra per trattenervi i migranti a ogni costo, è un errore». In Cirenaica, controllata dalle milizie di Bashanga ma di fatto sotto l’influenza dell’Egitto e della Russia, presente con almeno duemila mercenari della Brigata Wagner, i trafficanti stanno mettendo in mare barconi con 500-600 persone sopra. In Tripolitania dal 2019 non si muove foglia che Ankara non voglia, non foss’altro per la flotta di droni kamikaze di fabbricazione turca che permette a Dbeibah di respingere gli assalti armati alla capitale. La Turchia di Erdogan ha anche preso in gestione per 99 anni il porto di Misurata e ha firmato un ricco accordo energetico col governo. Nei cinque centri di detenzione ufficiali a Tripoli, gli unici cui hanno accesso le agenzie Onu e le ong come Msf, sono rinchiuse 2.700 persone. Il Direttorato per il contrasto all’immigrazione illegale del ministero dell’Interno li chiama centri di accoglienza, ma sono prigioni, dove tengono la gente in condizioni pietose. Iperaffollati, sporchi, con poca acqua e poco da mangiare. Li gestisce un signore di nome Mohamad al-Khoja, leader di una milizia, indagato da tre agenzie governative libiche per aver fatto sparire 570 milioni di dinari dal fondo destinato alleforniture di cibo per i migranti. I migranti dei centri di Tajoura e Tarik al Sikka lo accusano di torture, abusi, pestaggi e anche sfruttamento, perché li usa come muratori nel cantiere del centro commerciale del fratello e come camerieri nella propria villa. «Controlla tutto al-Khoja», racconta chi ha lavorato con lui. «Occupa i cortili dei dormitori per addestrare i combattenti della sua milizia». E questi sono i centri ufficiali, il nodo visibile di una vasta ragnatela occulta di campi illegali di cui niente si sa. Si va dalle prigioni inaccessibili dell’Ovest nei pressi di Zuwarah, Sabrata e Zawiya, controllate dal gruppo paramilitare Ssa (Stability support apparatus) con l’aiuto del trafficante Bija, il comandante della guardia costiera di Zawiya scarcerato nel 2021, ai centri dell’Est in mano al generale Haftar, tornato protagonista sia in Cirenaica sia nel Fezzan. Nonostante la Commissione internazionale d’inchiesta abbia documentato violazioni inquadrabili come crimini di guerra, dal 2023 la cornice d’intervento dell’Onu cambierà e la Libia verrà trattata non più come contesto umanitario ma “di sviluppo”. «Nei documenti sulla nuova cornice le esigenze umanitarie sono definite come “residuali”», spiega Linardi di Msf. «I tempi non sono maturi per questo passaggio: temiamo una pericolosa restrizione dello spazio umanitario». Al governo italiano non basterà legarsi a un ipotetico e miliardario “piano Marshall per l’Africa”, troppe volte evocato a Bruxelles e mai realizzato, per tornare a contare qualcosa in Libia. Serve piuttosto una visione, un disegno generale e strategico per l’intero Nord-Africa che oltre al Viminale coinvolga direttamente la presidenza del Consiglio. Anche solo trovare un interlocutore credibile sull’altra sponda del Mediterraneo sarà un’impresa, perché il problema della Libia non è il vuoto di potere, semmai il contrario: ci sono troppi poteri. E nessuno porta a Roma.

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