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La Repubblica Rassegna Stampa
18.11.2022 Le truppe di Putin in difesa
Cronaca di Luca Steinmann

Testata: La Repubblica
Data: 18 novembre 2022
Pagina: 18
Autore: Luca Steinmann
Titolo: «Sulla Maginot del Dnipro dove russi e ceceni scavano la grande linea di difesa»
Riprendiamo da REPUBBLICA di oggi, 18/11/2022, a pag.18, con il titolo "Sulla Maginot del Dnipro dove russi e ceceni scavano la grande linea di difesa" il commento di Luca Steinmann.

luca steinmann (@luca_steinmann1) / Twitter
Luca Steinmann

Russia's ambitions, Ukraine's resistance, and the West's response

La riva meridionale del Dnipro è lastricata di trincee, lunghi tunnel paralleli all’acqua profondi un metro e mezzo scavati nella terra rossiccia. Una bandiera russa impolverata sventola su un’asta piantata nel terreno. Qualche metro più avanti, lungo la discesa che porta verso il letto del fiume, alcuni soldati si riparano dietro un furgone abbandonato, usato come barricata. Sulla sua fiancata è stata disegnata una grande lettera Z. Ogni tanto qualcuno di loro fa esplodere dei colpi di kalashnikov verso le posizioni dell’esercito ucraino sulla sponda opposta, per tentare di intimorirlo. Da quando le truppe di Mosca hanno abbandonato la città di Kherson il Dnipro è diventato il fronte naturale. Le truppe di Putin hanno quasi totalmente lasciato la riva orografica destra e stanno ora costruendo sulla sponda opposta la “linia oboroni”: una enorme linea di difesa fatta di centinaia di trincee che si allunga su tutta la costa e che è larga decine e decine di chilometri. Dall’altro lato gli ucraini stanno invece provando a impedire ai russi di realizzare le fortificazioni sparano incessantemente missili e colpi di artiglieria. Le trincee della “linia oboroni” sono scavate nelle pianure della steppa. La linea inizia sul confine tra l’oblast di Kherson e quello di Zaporizhya, non lontano da Mariupol, per terminare sulle rive del Dnipro. Entrando al suo interno si incontrano migliaia di carri armati, mezzi militari e furgoni che si dirigono nella direzione opposta, verso il Donbass. Molti provengono dalle zone da cui i russi si sono ritirati. Guardando fuori dal finestrino il panorama non cambia mai: le infinite pianure verdi vengono interrotte di tanto in tanto solo da qualche villaggio, dalle ruspe e dai soldati che con delle grosse pale scavano nel terreno le interminabili fortificazioni. Molti di loro hanno appena lasciato la città di Kherson e sono stati mandati qualche decina di chilometri più indietro per costruire le difese o per essere impiegati nelle operazioni di “zachistka”: ovvero delle “azioni di prevenzione antiterrorismo”, come le chiamano, contro i gruppi armati che si oppongono alla loro presenza. Negli scorsi mesi, infatti, i soldati di Mosca stazionati in queste regioni sono stati colpiti da ripetuti attentati: autobombe, incendi dolosi, esplosioni generate da ordigni artigianali. Oppure attacchi missilisticidell’esercito ucraino resi possibili dalle segnalazioni sull’ubicazione delle truppe a parte della popolazione locale. Le indagini hanno portato all’arresto di comuni cittadini che fornivano informazioni alle forze armate di Kiev. Man mano che ci si addentra nel cuore dell’oblast di Kherson i posti di blocco diventano sempre più frequenti. Lungo alcune tratte si viene fermati ogni mille metri. I soldatifanno scendere i passeggeri dall’auto e perquisiscono il bagagliaio, alcuni si rivolgono ai conducenti in russo, altri in ucraino. Sono principalmente ragazzi del posto che hanno giurato fedeltà a Mosca e che sono stati inquadrati nelle forze armate russe. Molti di loro sono ex poliziotti ucraini. Arrivati a una decina di chilometri dal Dnipro i check point iniziano ad essere pattugliati da giovani uomini con il viso coperto dai passamontagna, sotto il quale spuntano delle lunghe barbe scure. Sulle divise, all’altezza del cuore, hanno cucite delle toppe verdi che recano lascritta “Ahmat Sila”. Sono le forze speciali cecene alle quali la Russia ha totalmente appaltato il controllo di una intera parte della “linia oboroni”. Alleate dell’esercito di Mosca ma dotate di un forte grado di indipendenza, esse controllano interi villaggi sparsi nelle pianure. Vivono in caserme isolate nel nulla oppure nei villaggi, dentro case abbandonate dai cittadini fuggiti sull’altro lato del fiume in seguito all’arrivo dei russi. Spesso in abitazioni che furono di nazionalisti ucraini o di politici avversi a Mosca. Oltre a pattugliare le strade i ceceni combattono per diversi chilometri dalle prime lineedi fuoco lungo il fiume e, qualche chilometro più indietro, conducono a loro volta operazioni di “zachistka”. Vestiti con pesanti caschi e giubbotti antiproiettile camminano per le strade e perquisiscono le case dove pensano siano nascoste armi clandestine. Il mese scorso hanno arrestato cinque adolescenti avevano comunicato la presenza di quaranta loro mezzi militari vicino a Melitopol, poi distrutti da un incendio doloso. Con i ceceni collaborano anche alcuni abitanti locali. C’è chi lava piatti nelle caserme, chi pulisce le case, chi ha partecipato alla distribuzione dei pacchi di viveri da loro organizzate, chi fornisce informazioni, chi è entrato a fare parte delle nuove amministrazioni comunali. «Le autorità ucraine ci chiamano collaborazionisti» racconta Tania, signora di mezza età che fa i mestieri in case oggi abitate dai ceceni «qualora tornassero si vendicherebbero immediatamente su di noi. Ce lo hanno giurato». Da Kherson nelle ultime ore stanno arrivando immagini di gruppi di persone legate a dei pali, imbavagliati e picchiati per avere collaborato con i russi nei mesi precedenti. Per questo molti sono pronti a fuggire. «Se tornassero gli ucraini non avremmo più futuro » continua Tania «verremmo maltrattati sia dai soldati che da molti nostri compaesani, come d’altra parte già succede». Nelle scorse settimane migliaia di persone sono fuggite da Kherson. Molte si sono momentaneamente sistemate in alloggi messi a disposizione dal governo russo nella regione di Genischensk, vicino alla Crimea. Si tratta soprattutto di ex “collaborazionisti” oppure di coloro che preferiscono vivere sul lato dei russi. «Sono fuggita qui con mio marito e i miei figli perché ci sentiamo russi» racconta una giovane donna sulla quarantina. «I miei genitori sono invece rimasti a Kherson perché mio padre si identifica totalmente nell’Ucraina». I fuggiaschi che lo vorrannoverranno inseriti in un programma promosso delle autorità di Mosca che li farà trasferire in Russia.

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