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La Repubblica Rassegna Stampa
15.11.2022 Giardini curati, strade in ordine, la città ripresa con pochi danni grazie ai missili americani
Analisi di Daniele Raineri

Testata: La Repubblica
Data: 15 novembre 2022
Pagina: 12
Autore: Daniele Raineri
Titolo: «Giardini curati, strade in ordine, la città ripresa con pochi danni grazie ai missili americani»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 15/11/2022, a pag. 12, la cronaca di Daniele Raineri dal titolo "Giardini curati, strade in ordine, la città ripresa con pochi danni grazie ai missili americani".

Festival Internazionale del Giornalismo
Daniele Raineri

Russia's ambitions, Ukraine's resistance, and the West's response

L’erba dei giardinetti tagliata di fresco, i marciapiedi puliti, le strade in ordine, le facciate in ordine sotto il sole. Kherson in teoria era il traguardo di un’offensiva devastante che è durata due mesi ed è costata decine di migliaia di morti e la distruzione di centinaia di veicoli corazzati da una parte e dall’altra. In pratica dopo nove mesi di occupazione è una città in condizioni ottime. Per dire: il centro più vicino controllato dagli ucraini, Mykolaiv, versa in condizioni molto peggiori ed è stato colpito da missili balistici russi. Il merito della vittoria è dovuto all’uso che gli ucraini hanno fatto dei razzi di fabbricazione americana Himars. Non c’è un altro modo più gentile per dirlo. Se i russi hanno consegnato di fatto Kherson ai soldati ucraini e sono filati via è perché la città era diventata intenibile. I razzi hanno tagliato quasi tutte le vie di comunicazione attorno alla città, hanno demolito i ponti che la collegano all’altra sponda, hanno fatto saltare le linee di rifornimento e hanno fatto tutto questo da circa ottanta chilometri di distanza, con un margine di errore di pochi metri all’arrivo. «Li sentivo esplodere di notte, al mattino mi alzavo, prendevo la motocicletta e andavo a vedere i danni che avevano fatto e bam, erano caduti proprio dove pensavo ». Vitaly Andrievich, 57 anni, che ha passato tutta l’occupazione in città, dice a Repubblica che andava sempre a controllare. «Osservavo i progressi». Non avevi paura? «Per nulla, perché sapevo esattamente dove sarebbero finiti, non cadevano oltre e non finivano contro i palazzi residenziali». Daria Fodenko, 30 anni, un bambino di quattro per mano, dice che l’ultima volta che gli ucraini hanno bombardato il ponte Antonovsky si è svegliata. È il grande ponte che collega Kherson all’altra sponda del Dnipro ed è il principale collegamento che portava ai soldati russi rinforzi e rifornimenti. «Poi ho capito che erano i nostri a bombardare e mi sono girata dall’altra parte. Ero calma. In quel momento ho saputo che i soldati ucraini sarebbero arrivati presto». Kherson poteva essere la scena di una battaglia urbana da far impallidire le grandi battaglie metropolitane degli ultimi decenni, venticinquemila soldati russi — e non gli scalzacani mobilitati a settembre, ma truppe regolari — asserragliati sulla sponda destra del fiume Dnipro con l’ordine diretto di Putin di non cedere e ben coperti da centinaia di pezzi d’artiglieria sulla sponda sinistra. Per i soldatiucraini avanzare di edificio in edificio e attraversare queste strade larghe sarebbe stato difficile, per i civili sarebbe stata una prova ancora peggiore. E tutto questo stava per avvenire adesso, quando il gelo dell’inverno aggiunge uno strato di sofferenza a tutto. Vengono in mente Stalingrado, che però nessuno ricorda più bene, o la più recente Mosul, nove mesi di assedio contro i fanatici dello Stato islamico che resistevano metro per metro in faccia anche ai bombardamenti aerei. Certo, gli uomini di Kiev erano i favoriti sul lungo termine, ma la faccenda rischiava di trascinarsi a lungo e il numero di perdite poteva essere altissimo. Invece oggi i soldati ucraini in centro davanti al palazzo dell’amministrazione regionale si godono la luce di mezzogiorno appoggiati ai cofani dei loro mezzi e le ragazze li trattano da star e vengono con i pennarelli a farsi firmare le bandiere ucraine che poi si avvolgono attorno alle spalle a mo’ di mantello. È stata una vittoria liscia. Tutti i civili sentiti da Repubblica concordano su una cosa: le truppe russe se ne sono andate in un silenzio totale. «Quattro giorni fa mia nonna è arrivata a casa nostra di mattina presto — dice ancora Daria — ha detto che stava girando di casa in casa a dare la buona notizia. Kherson è di nuovo Ucraina, diceva. Poi è uscita e ha scritto un insulto contro Putin a lettere cubitali sul muro esterno della casa».

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