lunedi` 05 dicembre 2022
CHI SIAMO SUGGERIMENTI IMMAGINI RASSEGNA STAMPA RUBRICHE STORIA
I numeri telefonici delle redazioni
dei principali telegiornali italiani.
--int(0)
Stampa articolo
Ingrandisci articolo
Clicca su e-mail per inviare a chi vuoi la pagina che hai appena letto
Caro/a abbonato/a,
CLICCA QUI per vedere
la HOME PAGE
Segui la rubrica dei lettori?
vai alla pagina twitter
CLICCA QUI per vedere il VIDEO

Dubai ricorda la Notte dei Cristalli (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


Clicca qui






La Repubblica Rassegna Stampa
14.11.2022 Putin e la guerra imperialista
Analisi di Ezio Mauro

Testata: La Repubblica
Data: 14 novembre 2022
Pagina: 27
Autore: Ezio Mauro
Titolo: «Putin e il vuoto della sua guerra imperialista»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 14/11/2022, a pag.27 con il titolo 'Putin e il vuoto della sua guerra imperialista' l'editoriale di Ezio Mauro.

Ezio Mauro, da Gazzetta del Popolo a Repubblica - Premiolino - ANSA.it
Ezio Mauro

Joseph Stalin and Vladimir Putin: Two men with the same mindset - The New  European
Vladimir Putin nuovo Stalin

In un mese, la Russia è passata dal canto patriottico per l’annessione delle quattro province ucraine conquistate con l’invasione, al rapporto del comandante delle truppe di occupazione, Sergej Surovikin, al ministro della Difesa Shoigu, per proporre la ritirata di 30 mila uomini e 6 mila mezzi sulla sponda sinistra del Dnepr: con l’abbandono di quella riva destra del Gran Fiume che fin dai tempi antichi segnava l’inizio dell’Occidente geografico nelle mappe della Rus’ originaria. La televisione di Stato ha inquadrato tutto, l’annuncio di Putin che il Lugansk, il Donetsk, la regione di Kherson e di Zaporizhzhia «sono russe per sempre», e le parole del “generale Armageddon” che indica nel riposizionamento delle truppe l’unico modo di salvare la vita dei suoi uomini davanti all’offensiva ucraina di riconquista delle terre invase. Questa spettacolarità inedita dell’ impasse , mandando in onda in tutte le Russie la contraddizione del potere, indica che il problema non è più soltanto militare, ma politico, e dal campo di battaglia sta risalendo fino a Mosca, sfiorando le mura del Cremlino. E infatti per la prima volta vengono fuori i profeti e gli aruspici, come Aleksandr Dugin, che conferma il suo sostegno a Putin ma lo avverte: «Diamo al sovrano la pienezza assoluta del potere per proteggere il popolo e lo Stato nei momenti critici; se nel farlo si circonda di spiriti maligni o sputa sulla giustizia sociale, questo è spiacevole, ma sappiamo che ci protegge. E se invece non ci protegge? In quel caso lo attende il destino del Re delle piogge »: che nella leggenda e nella letteratura viene ucciso. «L’autocrazia ha un aspetto negativo — spiega il filosofo di estrema destra — : pieni poteri in caso di successo, ma anche piena responsabilità in caso di fallimento. A Kherson si sono arresi del tutto. La storia parla oggi e pronuncia parole terribili». La difficoltà russa può portare a una riorganizzazione militare per una controffensiva, modulando diversamente la guerra e selezionando gli obiettivi. Ma più probabilmente denuncia il disorientamento del comando, la divisione del vertice tra falchi e colombe, i calcoli sbagliati sugli armamenti e sull’addestramento dei soldati, l’ignoranza strategica sulle mosse dell’avversario,l’incapacità di realizzare oltre all’arruolamento anche una mobilitazione popolare delle coscienze com’è avvenuto in Ucraina: in Russia la guerra è stata negata mentre la si combatteva, ma restava impronunciabile, e impossibile da elaborare. Questa rivelazione pubblica della crisi consiglia di riaprire il dossier del negoziato, chiuso clamorosamente dall’annessione politica di Putin che trasforma il sopruso in diritto, e dalla risposta di Zelensky, che ha varato un decreto per impedire a se stesso di trattare con Mosca, quasi un giuramento legislativo. Ma in politica come in diplomazia, e soprattutto in guerra, i momenti contano più degli impegni. E il momento impedisce all’imperialismo russo di sedersi come qualche mese fa a qualunque tavolo negoziale da padrone, col tallone di ferro sul corpo del Paese invaso, e costretto a riconoscere la legittimità dell’aggressione militare nemica. Si ristabilisce cioè un qualche equilibrio tra le parti, che non è nel rapporto di forza, ma nella conduzione della guerra. E qui dobbiamo intenderci. Poiché tutti vogliamo la pace, si tratta di scegliere la via migliore per mettere fine al conflitto. L’autonomia e la libertà dell’Ucraina, come Paese indipendente e sovrano, non hanno fermato il Cremlino dal tentare il colpo di mano per rovesciare con le armi un governo legittimo, e ridurre Kiev in servitù con un evidente atto di arbitrio contro il diritto internazionale e la coesistenza pacifica. Quel che può spingere Mosca alla trattativa “senza condizioni”, oggi, è un unico elemento: la resistenza del popolo ucraino alla pretesa imperiale. Chi dunque voleva disarmare quella resistenza all’invasione e all’occupazione, chi consigliava Kiev di arrendersi per non creare guai e complicazioni al nostro mondo di spettatori, chi continua anche oggi ad opporsi agli aiuti militari dell’Occidente a una cittadinanza assediata, non ha lavorato per la pace, bensì per un’abdicazione dei principi e dei valori di qualunque democrazia, non importa quanto lontana o vicina al fronte. Naturalmente non sappiamo se si riuscirà ad aprire una qualche forma di dialogo tra le parti, e dove porterà. Ma sappiamo, tutti, che la pace può nascere solo da una trattativa; che la trattativa può avviarsi soltanto partendoda un ribilanciamento delle due parti; che questo correttivo alla prevaricazione russa può venire unicamente dalla lotta ucraina per la libertà del Paese; e che tutto il resto, comunque mascherato, è resa, una capitolazione davanti alla sopraffazione del più forte. Una resa di Kiev, in primo luogo, vittima designata e sacrificale delle nuove ambizioni grandi-russe di Putin, che vuole così compiere non soltanto una missione, ma il destino stesso della Russia e della sua natura imperiale affondata nei secoli. Ma una resa — inutile illuderci — anche dell’Occidente e in primo luogo dell’Europa. Un’Europa pronta ad accettare per realpolitik qualsiasi soluzione della crisi che riconosca un nuovo diritto internazionale nato direttamente dalla guerra, azzererebbe infatti decenni di storia delle sue Costituzioni e delle sue democrazie, neutralizzando le regole e gli ideali della civiltà occidentale, e si ridurrebbe a puro egoismo geografico, senza coscienza politica. In questa ipotesi, noi scambieremmo la nostra tranquillità politica, economica e sociale col sacrificio di un popolo e la sudditanza di un Paese, dimostrando infine di non essere in grado di vivere all’altezza dei principi in cui diciamo di credere. Ma questo discorso coinvolge anche la Russia, di cui l’Europa non può fare a meno, e il cui futuro riguarda per forza di cose il nuovo ordine mondiale faticosamente in formazione, dopo la fine conclamata di Jalta. In Ucraina infatti si gioca anche il destino di Mosca, la sua tentazione di tornare impero trovando dei nuovi sudditi da conquistare nel suo campo di forza, o al contrario la sua presa d’atto che la partnership mondiale nel nuovo multipolarismo si gioca sul piano dell’autorità e del consenso, non della forza e della trasgressione. È il bivio inevitabile tra l’autoritarismo e la democrazia. Difficile sapere cosa sceglierà la Russia: e soprattutto chi sceglierà per la Russia, dopo la guerra in Ucraina. Se si ascolta il vaticinio di Dugin, «Putin è libero dagli avversari, dai concorrenti, dai nemici e dagli oppositori. C’è uno spazio vuoto intorno a lui ed è questo vuoto ad essere il suo principale nemico. È solo, circondato dal nulla. E il niente porta con sé rischi nascosti e pericoli, getta le basi per una minaccia invisibile».

Per inviare a Repubblica la propria opinione, telefonare: 06/49821, oppure cliccare sulla e-mail sottostante


rubrica.lettere@repubblica.it

Condividi sui social network:



Se ritieni questa pagina importante, mandala a tutti i tuoi amici cliccando qui

www.jerusalemonline.com
SCRIVI A IC RISPONDE DEBORAH FAIT