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La Repubblica Rassegna Stampa
12.11.2022 Nessuna pressione su Zelensky
Cronaca di Gianni Riotta

Testata: La Repubblica
Data: 12 novembre 2022
Pagina: 15
Autore: Gianni Riotta
Titolo: «Il generale Milley avverte: 'Ora bisogna trattare'. L’amministrazione Usa presa in contropiede»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 12/11/2022 a pag.15 con il titolo "Il generale Milley avverte: 'Ora bisogna trattare'. L’amministrazione Usa presa in contropiede", il commento di Gianni Riotta.

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Gianni Riotta

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«Per completare la ritirata da Kherson, in Ucraina, lasciando la sponda destra del Dnipro, alle truppe del presidente Vladimir Putin serviranno non giorni, ma settimane: è un’operazione dura. I russi hanno già sofferto 100mila perdite fra caduti e feriti nell’invasione, gli ucraini lamentano cifre simili, oltre a 40mila vittime civili. Speriamo che, liberata Kherson e alle porte dell’inverno, si raggiunga almeno un cessate il fuoco, per poi schiudere una trattativa, e che il presidente Zelensky colga l’occasione! Dalle nostre foto di intelligence risulta che i russi si trincereranno sulla riva sinistra del Dnipro, snidarli non sarà impresa facile». Parla così il generale Mark Milley, Capo di Stato Maggiore delle forze armate americane, il solo ufficiale che abbia sopra di sé solo il presidente stesso, ilCommander in Chief. In missione a New York, tra discorsi pubblici all’Economic Club, e riservati al Council on Foreign Relations davanti a un tavolo di diplomatici, uomini d’affari e militari, in un’intervista alla CNBC il generale Milley auspica che, ultimata l’evacuazione da Kherson, con le strade rurali rese ingibili dalla rasputiza,fango e nevischio, prevalga «l’avvio del negoziato, altrimenti rischiamo una situazione tipo 1915, quando l’Europa si divise dietro le trincee, prolungando la Prima guerra mondiale per tre anni. Non ho molte speranze, parlo con i miei colleghi di Mosca, avvisandoli che si son messi in trappola, non mi ascoltano. Vedremo, io tocco ferro!». Le parole del generale Milley non fanno in tempo a raggiungere Washington che il malumore serpeggia, dal Pentagono alla Casa Bianca, «Il presidente Biden è stato chiaro, tocca agli ucraini decidere del loro destino - spiega aRepubblica una importante fonte diplomatica - e il Consigliere per la Sicurezza Sullivan è d’accordo. Può darsi che l’inverno rallenti i combattimenti, ma noi non facciamo pressioni in alcun modo su Zelensky. È Putin, finora, ad aver negato lo spazio a dialogo e intese, non parteciperà neppure al G20 di Bali, dove Biden parlerà con il leader cinese Xi Jinping. Le parole del generale Milley non vanno dunque fraintese». E subito, il sito delNew York Times ospita una lunga analisi di Peter Baker, firma veterana, con fonti anonime che, dall’amministrazione Biden, contraddicono a loro volta Milley per smorzarne gli interventi nel difficile momento internazionale. Che il generale Mark Milley fosse membro del “Partito della trattativa” era noto a Washington; che si esponesse in pubblico, dopo le elezioni di Midterm con il Congresso ancora in bilico e Biden soddisfatto per aver evitato la carica repubblicana, ha sorpreso. A margine di un webinar del Council Italy-USA, Charles Kupchan, ex consigliere di Obama, prova a spiegare che «Milley vuol testare le acque, introdurre l’elemento della diplomazia, senza forzare la mano agli ucraini, per capire che effetto potrebbe fare». L’esito non è positivo: «Alla vigilia dell’importante missione a Bali commenta con noi un ambasciatore Usa - il rischio è deviare la conversazione e dar alimento alle voci filorusse, dall’Europa al nostro nuovo Congresso, dove qualche parlamentare, populista repubblicano o di sinistra democratico, pensa di ridurre l’invio di aiuti a Kiev». Milley aveva cercato di evitare i malintesi, dicendo che «comunque vada, i russi non vinceranno questa guerra, non penso affatto a una capitolazione ». Ma gli è bastato aggiungere «però è difficile che gli ucraini riescano a liberare tutti i territori occupati» per scatenare la bagarre. Il generale mette le mani avanti: «Questa è la situazione in campo, la parola potrebbe passare a politica e diplomazia, serve convincere Putin che la sua strategia è fallita, che ostinarsi porterà solo sofferenze. Nessuno propone la resa a Kiev, ma occorre evitare dolori inutili ». Non basta, l’America è divisa, non ha pazienza per le sfumature geopolitiche. Il capo di stato maggiore, che si scontrò con l’ex presidente Trump sull’uso della forza contro i manifestanti per i diritti civili a Washington, ma sollevò critiche per non aver fermato l’assalto trumpiano al Campidoglio, ammira la resistenza ucraina «sopravvissuta a una sfida esistenziale, grazie a virtù dimenticate, spirito di sacrificio, coraggio di battersi per ideali e democrazia. Per noi soldati, da sempre, calcolare la volontà di combattere di un popolo prima che si sentano i cannoni è impossibile. Putin ha sopravvalutato la sua capacità militare, sottovalutato quella ucraina e si è trovato a parlare di armi atomiche tattiche, che sfuggono a ogni controllo di intelligence. Quando un leader del suo rango evoca armi nucleari, la retorica pesa». Se doveva servire ad anticipare il clima per una trattativa, però, la sortita di Milley ha fallito. Biden, che pure vorrebbe la fine delle ostilità, avrebbe preferito la completa liberazione di Kherson e le conferme sulla maggioranza al Senato prima di ogni apertura, agendo in sintonia con Kiev. Comunque vada, la nuova fase della guerra in Ucraina comincia da Kherson, con Putin e Zelensky a rivalutare obiettivi e strategie, e Biden, Xi e gli europei a ragionare sul da farsi: «La natura della guerra non cambia mai - aveva concluso amaro Milley -: i suoi metodi, dottrine e mezzi cambiano senza sosta». E infatti, la guerriglia della comunicazione digitale è insidiosa per tutti. Incluso il Capo di Stato Maggiore.

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