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La Repubblica Rassegna Stampa
23.10.2022 Le tre sfide di Meloni
Editoriale di Maurizio Molinari

Testata: La Repubblica
Data: 23 ottobre 2022
Pagina: 1
Autore: Maurizio Molinari
Titolo: «Le tre sfide di Meloni»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 23/10/2022, a pag. 1-31, con il titolo "Le tre sfide di Meloni" l'analisi del direttore Maurizio Molinari.

A destra: Giorgia Meloni

Molinari: “Le sorti dell'Italia sono decisive per quelle dell'Europa” -  Mosaico
Maurizio Molinari

Con Giorgia Meloni l’Italia ha la prima donna premier della storia repubblicana e di fronte a lei vi sono ora tre sfide molto diverse ma altrettanto cruciali che si impongono: l’emergenza delle diseguaglianze; il pericolo delle autocrazie; l’unificazione della memoria nazionale sul fascismo. Essere la prima donna premier significa avere la possibilità di sprigionare nuove energie nel Paese perché non c’è dubbio che fra i ritardi accumulati dall’Italia rispetto ad altre democrazie avanzate c’è la forte carenza di rappresentanza femminile nelle istituzioni, nell’economia e nella ricerca. Quanto avvenuto in Nordamerica ed altrove in Europa ed Asia-Oceania ci dice che c’è un fattore-donne che pesa sulla crescita del pil. E dunque sarà interessante vedere come Meloni sfrutterà tale opportunità per far maturare, avanzare l’Italia in ogni direzione. Se questo è lo sfondo, senza precedenti, sul quale nasce il nuovo governo possono esserci pochi dubbi sul fatto che le tre emergenze che Meloni trova sulla scrivania di Palazzo Chigi descrivono in maniera cristallina la fase di transizione in cui ci troviamo. Innanzitutto, si tratta delle diseguaglianze economiche e sociali. Un recente rapporto della Caritas indica che almeno 15 milioni di italiani si trovano in povertà. Un numero-shock che è al cuore di diseguaglianze di ogni tipo che aggrediscono il ceto medio, lo fanno sentire non protetto e generano la protesta politica che nel 2018 premiò M5S e Lega, e alle ultime elezioni ha premiato Fratelli d’Italia. Ma senza trovare una risposta efficace a tale scontento popolare — che va dal costo delle cure sanitarie all’abbandono degli studi, dalla carenza di trasporti pubblici all’assenza di banda larga — l’emergenza sociale è destinata a crescere, indebolendo la credibilità delle istituzioni democratiche e travolgendo chiunque le guida. Poiché nel nostro orizzonte c’è al momento una tempesta perfetta di recessione, inflazione e crisi energetica, possono esserci pochi dubbi sulla necessità che Meloni la affronti con l’obiettivo non solo di proteggere i conti pubblici ma anche di ridurre le diseguaglianze, cercando intese su questo terreno nel quadro dell’integrazione europea. Da quando lo scontento sociale è iniziato a crescere in Italia e in Europa — il primo sintomo fu la Brexit nel 2016 — nessun governo italiano lo ha affrontato in maniera strutturale e la conseguenza è stata la sua trasformazione in un fattore di erosione permanente della democrazia, dal di dentro. Sta ora a Meloni decidere se provare a sanare o meno la profonda ferita nazionale di cui il suo stesso successo è, almeno in parte, espressione politica. Il secondo fronte è quello del pericolo che viene dalleautocrazie. L’aggressione russa all’Ucraina vuole cambiare l’equilibrio geostrategico in Europa con l’uso delle armi: Nato e Ue hanno reagito all’unisono sostenendo Kiev con l’invio di aiuti militari e varando sanzioni contro Mosca ma il Cremlino resta convinto di potercela fare, scommette su una lunga guerra per far franare la coesione Nato-Ue e non cela la convinzione che il recente voto italiano abbia avuto “un impatto positivo” perché “l’opinione degli italiani sta cambiando”. Ciò significa che le pressioni filo-russe su Meloni saranno in crescendo, al fine di spingerla a non applicare le sanzioni — come fa l’Ungheria di Viktor Orbán — o addirittura cessare l’invio di armi. Dentro Forza Italia e Lega vi sono voci autorevoli che sostengono queste tesi e ciò significa che assai presto Meloni subirà pressioni filo-russe tese ad allontanarci dai nostri partner ed alleati. Da qui la necessità di rinsaldare in fretta, con Washington e Bruxelles, la coesione contro le autocrazie — non solo di Mosca ma anche di Pechino — da cui si è generato il nuovo concetto strategico della Nato al summit di Madrid. Nella consapevolezza che il “Mediterraneo allargato”, lo spazio che va da Gibilterra al Bosforo e da Trieste a Hormuz, è al cuore della competizione globale fra Occidente ed autocrazie. E noi ci troviamo nel suo bel mezzo, costituendone un tassello cruciale, ambito da tutti. Ultima, ma non per importanza, la questione del fascismo. Poiché nel simbolo di Fratelli d’Italia c’è la fiamma ardente della tomba di Benito Mussolini che il Msi di Giorgio Almirante scelse come emblema, Meloni è nella posizione migliore per completare il percorso iniziato a Fiuggi da Gianfranco Fini. Se Fini parlò di fascismo come “male assoluto” partendo dalla condanna delle Leggi Razziali del 1938, il passo che resta da fare per Meloni — che condivise quella scelta — è di estendere la condanna “assoluta” alla dittatura fascista dal 1922 al 1938. L’imminente centenario della Marcia su Roma si presenta come l’occasione migliore, sul piano storico e politico, per far venir meno l’ambiguità che in troppi ancora hanno sul regime dispotico, violento e illiberale che sin dall’inizio Mussolini instaurò e consolidò in dichiarata opposizione ai principi e valori democratici. Compiendo questa scelta, e togliendo quindi la fiamma dal simbolo di FdI, Meloni aiuterebbe l’Italia intera a superare le divisioni che ancora la lacerano sull’interpretazione della marcia delle camicie nere che diede inizio alla dittatura di Benito Mussolini. La sovrapposizione fra diseguaglianze, autocrazie e memoria storica descrive l’unicità del momento politico, italiano ed europeo, che Giorgia Meloni si trova ad affrontare. Dalle risposte che darà inizierà ad emergere il suo profilo di trentunesimo presidente del Consiglio.

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