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La Repubblica Rassegna Stampa
27.09.2022 Draghi pronto a collaborare ma scrivere la manovra sarà affare di Meloni
Commento di Valentina Conte

Testata: La Repubblica
Data: 27 settembre 2022
Pagina: 27
Autore: Valentina Conte
Titolo: «Draghi pronto a collaborare ma scrivere la manovra sarà affare di Meloni»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 27/09/2022, a pag. 27, con il titolo "Draghi pronto a collaborare ma scrivere la manovra sarà affare di Meloni" l'analisi di Valentina Conte.

Draghi statista dell'anno. Kissinger:
Mario Draghi


A Palazzo Chigi nessuno chiude la porta. La collaborazione istituzionale con il governo che nascerà dal risultato delle urne del 25 settembre è e sarà massima, assicurano. Specie sui dossier economici, ora che si apre la sessione di bilancio. Ma la richiesta avanzata da Guido Crosetto, consigliere della leader di FdI Giorgia Meloni, di «scrivere a quattro mani» il Dpb, il Documento programmatico di bilancio, che deve essere inviato alla Commissione Ue da tutti i Paesi entro il 15 ottobre, viene considerata quantomeno sgrammaticata da un punto di vista istituzionale. Perché un governo entrante ancora non c’è. E non si capisce bene quali siano «le quattro mani» che ci dovrebbero lavorare. Il Dpb è un documento importante perché identifica l’entità, i saldi e le poste della legge di bilancio per il 2023. Anche se poi i governi possono discostarsene - come accaduto anche l’anno scorso con Draghi premier e Daniele Franco ministro dell’Economia di sicuro il Dpb fornisce il quadrodegli interventi “programmatici” di un governo. Racconta cioè come l’esecutivo intende intervenire nell’economia di un Paese: quali investimenti favorire, quali spese mettere in campo, dove prendere le risorse per coprirle. Tutte scelte politiche che il governo uscente Draghi ovviamente non vuole intestarsi. Sebbene un precedente, anche recente, ci sia. Fu il governo di Angela Merkel a inviare il Dpb tedesco il 15 ottobre dello scorso anno, dopo le elezioni politiche del 26 settembre che segnarono l’uscita di scena della cancelliera dopo 16 anni di regno. La Commissione Ue valutò quel Dpb con un parere pubblicato il 24 novembre del 2021, prima dell’insediamento del governo Scholz avvenuto l’8 dicembre. Governo che il 27 aprile di quest’anno, oltre quattro mesi dopo, lo modificò e rispedì a Bruxelles.

La situazione in Italia ora è diversa. Benché la collaborazione ufficiosa (e fruttuosa) tra Giorgia Meloni e la squadra attuale di Palazzo Chigi sia da tempo in funzione, sotto traccia. Lo ha confermato ieri in conferenza stampa post elezioni anche Luca Ciriani, senatore uscente di FdI e tra i consiglieridella leader, quando si è lasciato sfuggire: «Giorgia Meloni sta approfondendo la Nadef in vista della legge di bilancio. Abbiamo cinque anni per realizzare il nostro programma, non è il libro dei sogni impossibili. Ma la priorità ora sono gli aiuti per le bollette di imprese e famiglie». La Nadef - la Nota di aggiornamento del Def - doveva essere inviata oggi - data canonica europea - dal governo Draghi al Parlamento che non c’è ancora: la prima seduta congiunta delle Camere sarà il 13 ottobre. Uno slittamento tecnico la rimanda a giovedì. Non conterrà, come detto, impegni programmatici. Solo una tabellina con le variabili fondamentali dell’economia italiana per il prossimo anno e triennio. Il Pil subirà una brusca revisione: dal +2,4% previsto in primavera nel Def allo zero virgola, ma positivo. Il deficit sarà più alto, ma entro il 5%, assicurano diverse fonti, per tenere conto di alcune spese che lieviteranno nel 2023, come quella per interessi sul debito e la rivalutazione all’inflazione delle pensioni. Numeri ancora buoni, ma che possono deragliare da un momento all’altro. Il meteo economico dice tempesta e cioè recessione tra fine anno e inizio del prossimo. Gli spazi economici per spese allegre non ci sono. Fratelli d’Italia non è intenzionato a fare nuovo deficit, al contrario dei «30 miliardi subito », invocati dal leader leghista Salvini. È molto probabile che prevarrà la linea prudente di Giorgia Meloni che vuole giocarsi la partita in Europa. Prima ancora di innescare l’articolo 21 del Regolamento Ue per rivedere il Pnrr, la leader di FdI punta a chiedere a Bruxelles di riprogrammare la metà dei 45 miliardi di fondi strutturali Ue del settennio 2014-2020 impegnati, ma non ancora spesi dall’Italia, per destinarli al contrasto del caro energia. «Si può provare già al Consiglio europeo del 30 settembre, il percorso non è semplice perché quei fondi sono destinati ad altro, ma si è fatto già in pandemia e noi ci contiamo », dice il responsabile economico di FdI Maurizio Leo. Per farlo però serve un’intesa con il governo Draghi. La porta è aperta, ma il terreno assai scivoloso.

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