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La Repubblica Rassegna Stampa
06.09.2022 Il genocidio degli uiguri
Analisi di Gianni Vernetti

Testata: La Repubblica
Data: 06 settembre 2022
Pagina: 26
Autore: Gianni Vernetti
Titolo: «Il genocidio degli uiguri»

Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi 06/09/2022, a pag.26, con il titolo "Il genocidio degli uiguri" l'analisi di Gianni Vernetti.

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Gianni Vernetti

La Cina sta schedando tutti gli Uiguri — L'Indro
Un gruppo di anziani uiguri


Il rapporto delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nella regione cinese del Xinjiang è stato reso pubblico soltanto undici minuti prima della fine del mandato quadriennale di Michelle Bachelet da Alto Commissariato sui Diritti Umani dell’organizzazione onusiana. Il governo della Repubblica Popolare Cinese ha esercitato una fortissima pressione nei confronti dell’ex presidente del Cile per evitare in ogni modo la pubblicazione del rapporto: minacce di ritorsioni legali ed economiche contro le Nazioni Unite, mille espedienti legali per impedirne la pubblicazione e soprattutto una campagna di delegittimazione degli uffici di Ginevra dell’Alto Commissariato stesso. Il rapporto conferma quanto già denunciato da anni dalle organizzazioni della diaspora uigura, dal Congresso Usa e dal Parlamento Europeo: “L’entità della detenzione arbitraria e discriminatoria di membri della comunità uigura, kazaka e kirgisa prefigura l’esistenza di crimini contro l’umanità”. Il rapporto raccoglie le testimonianze diretta di 40 detenuti, molte foto satellitari dei campi di concentramento e conferma “le pratiche ricorrenti di tortura, maltrattamenti, cure mediche forzate, pessime condizioni carcerarie, violenze sistematiche, incluse quelle sessuali”. Ma non c’è soltanto la denuncia della grande rete di campi di concentramento nei quali sono stati internati fino a due milioni di cittadini uiguri da quando Xi-Jinping ha lanciato la campagna contro ”l’estremismo e il separatismo”. Il rapporto descrive come il Xinjiang sia diventato una vera e propria prigione a cielo aperto nella quale vengono sperimentate le tecnologie più avanzate dell’autoritarismo digitale di Pechino: decine di migliaia di telecamere e sensori con un tracking ossessivo della popolazione, riconoscimento facciale, limitazioni assolute delle libertà di movimento. A ciò si aggiunge il tentativo di sradicare ogni forma di identità culturale della minoranza uigura con la distruzione sistematica dei luoghi di culto (8.000 moschee distrutte solo fra il 2017 e oggi); la pratica diffusa del lavoro forzato con la costruzione di fabbriche accanto ai campi di concentramento; l’utilizzo di 580.000 detenuti uiguri nella raccolta del cotone (80% di tutta la produzione cinese). Dolkun Isa, leader del World Uyghur Congress, ha espresso soddisfazione per il rapporto che certifica con il timbro delleNazioni Unite “una realtà nei confronti della quale il mondo non può più tacere: c’è un genocidio in corso ed è tempo per la comunità internazionale di agire con decisione”. Il rapporto delle Nazioni Unite fa seguito al durissimo contenzioso fra Pechino e l’Unione Europea del marzo del 2021 quando le sanzioni europee alla Cina per le violenze contro la minoranza uigura e le contro-sanzioni cinesi hanno prodotto il congelamento dell’accordo bilaterale sugli investimenti fra Ue e Cina. Gli Usa hanno poi negli ultimi due anni promosso a loro volta un ampio sistema di sanzioni e imposto il divieto alle aziende americane di importare beni prodotti nella regione del Xinjiang, alla luce dell’uso massiccio del lavoro forzato. La reazione di Pechino alla pubblicazione del rapporto è stata furiosa con l’accusa alle Nazioni Unite di essere cadute “nelle mani degli Usa e di altri paesi occidentali che voglio usare il Xinjiang per contenere la Cina”. Per Pechino l’imbarazzo è fortissimo proprio per la natura stessa del rapporto nato da un lungo lavoro all’interno delle Nazioni Unite che accende un faro su una regione strategica per la Cina. Il Xinjiang non è soltanto ricco di terre rare, litio, gas e petrolio, ma rappresenta il cuore connettivo dei due assi fondamentali della nuova Via della Seta cinese: verso la Russia, l’Asia Centrale, l’Europa e verso il Pakistan, il porto di Gwadar e l’Oceano Indiano. Un progetto che a dieci anni dalla sua nascita è già indebolito dalla fuga di molti Paesi sempre più diffidenti nei confronti della “trappola del debito”, ma che Xi-Jinping considera ancora il principale progetto di espansione economica e politica di Pechino verso il mondo ed è pronto a tutto per difenderlo. La netta denuncia delle Nazioni Unite sulle massicce violazioni dei diritti umani in Xinjiang aggiunge un ulteriore elemento di forte fibrillazione per Pechino. Le minacce a Taiwan e la crescente tensione con i Paesi che si affacciano sul Mar Cinese (a cominciare dal Giappone), i rischi di decoupling occidentale con la fuga di imprese e capitali da Cina verso India e Vietnam, un’alleanza “senza limiti” con la Russia di Putin che ne ha ridotto la credibilità internazionale, stanno rapidamente trasformando la Cina da attore responsabile sulla scena globale a fattore di esportazione di instabilità e insicurezza.

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