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La Repubblica Rassegna Stampa
14.08.2022 Vita da incubo a Kabul ostaggio dei talebani
Analisi di Barbara Schiavulli

Testata: La Repubblica
Data: 14 agosto 2022
Pagina: 20
Autore: Barbara Schiavulli
Titolo: «Povertà e repressione. Vita da incubo a Kabul ostaggio dei talebani»
Riprendiamo da REPUBBLICA di oggi, 14/08/2022, a pag.20, con il titolo "Povertà e repressione. Vita da incubo a Kabul ostaggio dei talebani", l'analisi di Barbara Schiavulli.

Ritorno a Kabul a Il Fattore Umano - RAI Ufficio Stampa

«Il 15 agosto per noi è un po’ come per voi occidentali l’11 settembre. Una data di quelle che ti ricordi cosa stavi facendo nel momento in cui è arrivata la notizia che i talebani avevano preso Kabul. È il giorno in cui le nostre vite sono finite», mormora Rabia, un’attivista che da 12 mesi se ne sta nascosta cambiando casa quando serve per paura che i talebani la stiano cercando. È trascorso un anno da quando i miliziani islamisti hanno preso il potere a Kabul, dopo un disastroso accordo siglato con loro dagli americani a Doha, firmato nel 2020. Il 15 agosto segna la presa di Kabul, il finale del ritiro di quello che era rimasto dei contingenti stranieri, e la caotica evacuazione di 200 mila afghani, parte di quella società civile che oggi non avrebbe spazio in un Paese abbandonato all’estremismo.

L’evacuazione durò 11 giorni, fino a quando un attentato targato Isis colpì l’aeroporto di Kabul e pose fine ad ogni ulteriore intervento internazionale nel Paese degli aquiloni. In quel momento è come se qualcosa di oscuro fosse sceso sull’Afghanistan cancellando, nonostante le promesse talebane, tutti i diritti delle donne in nome della loro sicurezza e di leggi decise da loro. Il ministero delle Pari Opportunità è stato chiuso e sostituito da quello “Contro il vizio eper la Virtù”, con pattuglie di talebani che girano per riprendere le donne che non si vestono come si deve. Chiusi i centri antiviolenza, in un Paese dove il 70% delle donne subisce violenza domestica, le vittime sono state rimandate a casa dei loro carnefici. Hanno aperto le prigioni e liberato militanti e assassini, alcuni dei quali hanno ripreso impunemente a picchiare le mogli. Poi è stata bandita la musica, l’arte, sono stati cancellati i murales che parlavano di emancipazione. È scomparsa la bandiera afghana tricolore sostituita da quella bianca talebana. I talebani si sono accomodati nei posti di potere, alcuni con ancora taglie milionarie sulla testa imposte dagli Stati Uniti e dall’Onu, altri freschi di anni passati nelle prigioni americane dove hanno imparato a conoscere l’Occidente più di quanto abbia fatto l’Occidente con loro. Sono passati dallo stare nascosti e braccati dai più forti eserciti del mondo alle poltrone del palazzo presidenziale del presidente Ghani — fuggito in fretta e furia verso gli Emirati — al controllo di ogni villaggio, ogni provincia, ogni regione così come piano piano le avevano conquistate approfittando di un’America che non voleva restare e di un esercito locale incapace di resistere senza aiuto esterno. Da lì in poi per l’Afghanistan è stato tutto un precipitare. Politicamente, economicamente, socialmente. I talebani sono saliti al potere alla velocità della luce e hanno provato a convincere il mondo che fossero in grado di gestire uno Stato, ma la catastrofe che ha sconvolto la vita degli afghani non ha convinto nessuno, tanto che, nonostante i numerosi tentativi di negoziati, nessun Paese al mondo riconosce l’Emirato Islamico che ha sostituito la Repubblica islamica. Neanche Russia, Cina e Iran che hanno manten uto i loro presidi diplomatici e una buona sintonia. Oggi il 97% della popolazione afghana, circa 34 milioni di persone, vive al di sotto della soglia di povertà, «Dobbiamo sfamare 20 milioni di persone, abbiamo il dovere di rispondere a questa crisi umanitaria epocale. Servono 960 milioni di dollari entro la fine dell’anno se vogliamo dar da mangiare a chi ha bisogno», ci dice Mary Ellen McGroarty, direttrice del World Food Programme. «Ci sono milioni di bambini malnutriti e la maggior parte sono bambine, sono aumentate le spose bambine e mancano i servizi di base», incalza Christopher Nyamandi, direttore di Save the Children, parlando delle 66 cliniche che dirigono nel Paese — «e sebbene noi, l’Onu e altre organizzazioni siamo rimasti e continuiamo a lavorare, non possiamo sostituirci allo Stato». D’altra parte, la crisi economica non è solo dovuta alla mala gestione dei talebani che per 20 anni sono stati un movimento militante sostenuto da altri Paesi, tra cui il Pakistan, con il loro arrivo le banche hanno chiuso, così come i confini, i rubinetti dei Paesi donatori e perfino le rimesse afghane che ammontano ad almeno 7 miliardi di dollari, bloccate nelle banchestraniere dagli americani. Senza contare la crisi climatica, con una siccità che impera da tre anni e il terremoto qualche settimana fa.. «Ogni volta che esco, so che sono una donna che gira sola per strada e che i talebani mi possono fermare, ma poi penso alle famiglie che hanno bisogno di aiuto, e vado da loro», mormora un’operatrice dell’italiana NoveOnlus che un anno fa durante all’evacuazione insieme ad altre Ong, contribuì a salvare centinaia di donne in pericolo e ora assiste famiglie, donne e bambini in estrema necessità. Gocce in un mare di sofferenza. «I talebani devono capire, se vogliono essere presi in considerazione dal resto del mondo, devono formare un governo inclusivo dove sono presenti donne e minoranze, che è necessario che la scuola sia per tutti e che la crescita di un Paese, anche economica non può avvenire senza la presenza delle donne», ci spiega Salim Paighir, 57 anni, leader di un partito politico che non c’è più, ma che continua a parlare nel tentativo di far breccia nei talebani. «Per lo meno non mi hanno ancora chiuso la bocca», dice con un sorriso amaro. I talebani sono uniti? «I talebani non sono un pensiero unico, lo si vede continuamente, decisioni che non vengono prese, altre rimandate, e se questo può portarci un giorno a un’implosione del movimento, questo non lo escludo. E poi? Si rischia una guerra civile». Almeno adesso non c’è più la guerra. «Ah no? E allora perché la settimana scorsa ho perso due cognati durante le festività sciite in un’esplosione?», ribatte Romina Noori, un’imprenditrice che ancora riesce a lavorare perché vende frutta, aiutata da Nove a migliorare le sue doti di commerciante. Dieci anni fa è stata gravemente ferita in un attentato. Durante l’attentato all’aeroporto del 26 agosto l’anno scorso, anche il figlio è rimasto ferito. Di fatto la sicurezza è migliorata ora che i talebani non devono combattere contro gli americani e la coalizione, ma gruppi come l’Isis continuano e colpiscono proprio loro e le minoranze. C’è anche un barlume di resistenza nel Panshir, una regione avversa ai talebani, ma non abbastanza forte per essere efficace. Una settimana fa, invece, gli americani hanno lanciato con un drone un razzo uccidendo — a detta loro — il leader di Al Qaeda Aymanal-Zawahiri. Un’invasione giustificata dalla violazione degli accordi di Doha in cui i talebani dovevano occuparsi dei gruppi terroristici. Quindi o i talebani proteggevano il leader di Al Qaeda storicamente vicino al primo ministro talebano, o qualora non fossero a conoscenza della sua presenza in una casa nel centro della capitale, qualche un dubbio sul controlloche hanno del Paese, sorge spontaneo. «Dopo un anno, non posso che essere deluso», mormora un giornalista afghano di cui non facciamo il nome per motivi di sicurezza. Dopo l’arrivo dei talebani, più di 200 organi di stampa sono stati chiusi, lasciando poco spazio alla libertà di espressione. Le manifestazioni sono state soppresse, e non mancano casi in cui i talebani hanno fatto visita ai familiari di persone scappate dal paese, arrestandole e considerandole traditori. Amnesty International ha verificato uccisioni di persone legate al governo o all’esercito precedente. «Bugie, se è vero vogliamo i nomi, così possiamo indagare e nel casoprendere provvedimenti contro chi ha infranto l’amnistia», ci dice un portavoce talebano del ministero degli Esteri. Ma fare nomi in Afghanistan è diventato un lusso, come il cibo, la benzina, il lavoro e l’istruzione. «Perché abbiamo paura, tutti abbiamo paura — conclude Rabia — E nella paura non esiste pace».

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