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La Repubblica Rassegna Stampa
30.07.2022 Ungheria: Viktor Orbán mette a tacere gli oppositori
Cronaca di Fabio Tonacci

Testata: La Repubblica
Data: 30 luglio 2022
Pagina: 13
Autore: Fabio Tonacci
Titolo: «Orbán e il metodo del libro. L’amico delle destre italiane silenzia così gli oppositori»

Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 30/07/2022, a pag. 13, con il titolo "Orbán e il metodo del libro. L’amico delle destre italiane silenzia così gli oppositori", l'analisi di Fabio Tonacci.


Fabio Tonacci

Far-right Hungarian PM Orban decries European 'race-mixing,' sparking  outrage | The Times of Israel
Viktor Orbán

L’uomo nell’alto castello è inavvicinabile da chi non la pensa come lui. Da quando Viktor Orbán ha spostato l’ufficio nell’ex monastero delle Carmelitane all’interno del Castello di Buda, si è esaurita anche l’ultima speranza, per i pochi giornali indipendenti nell’Ungheria dei pieni poteri, di porre qualche domanda al premier sovranista. Di chiedere almeno il senso delle ripetute dichiarazioni xenofobe (l’ultima: «Non vogliamo mescolarci con altre razze»). Prima i cronisti lo aspettavano fuori dall’ufficio di piazza Kossuth Lajos, davanti al meraviglioso Parlamento neogotico. Lo inseguivano, lui non rispondeva, però almeno era lì. «Da 5 anni si è sistemato lassù, e non lo vede mai nessuno». Sulla piazza Disz intontita dai 36 gradi all’ombra, Tompos Marton, 34enne deputato e portavoce dei liberali di Momentum, secondo partito di opposizione (appena 10 parlamentari sui 199 dell’Assemblea Nazionale), indica un punto della collina Vàrhegy oltre il caseggiato, in direzione di quella che fu la residenza dei re. «La polizia ha blindato tutto. Dall’alto Orbàn domina la città. Anzi, l’intero Paese». L’uomo nell’alto castello è inavvicinabile da chi non la pensa come lui, e infatti sia Giorgia Meloni sia Matteo Salvini sono stati accolti come si accolgono gli amici fraterni. Amore ricambiato. «Tra patrioti europei ci si intende subito alla grande», scrive la leader di Fratelli d’Italia in un selfie con Orbán, vista sul Danubio. «Pronti a cooperare con lei e il suo partito, servono compagni di battaglia affidabili che abbiano una visione comune del mondo», va lui, di rimando. Vediamola, però, questa visione comune. L’immagine del 59 enne Orbán chiuso nella fortezza, che fa e disfa, comprime i diritti di migranti e dellacomunità lgbtq+ mentre favorisce oligarchie, assuefatto al consenso monolitico del suo partito Fidesz (con 135 parlamentari controlla i due terzi del Parlamento: ha già cambiato la Costituzione due volte), rende bene lo stato di “democrazia illiberale” – copyright dell’ossimoro: Orbán – in cui è piombata l’Ungheria. Paese dell’Unione Europea, repubblica parlamentare, Occidente. In teoria. «In pratica in Parlamento ci sono zero possibilità di dibattito», si infervora Marton, «perché Fidesz fa politica con il “metodo del libro”». Questa del libro va spiegata bene, perché è indicativa. «I componenti del governo chiamati a rispondere alle interrogazioni e anche i parlamentari della maggioranza hanno un libro con le schede personali degli altri deputati. Fidesz ne ha preparato uno per ogni partito di opposizione. Quando uno di Momentum sialza e propone una legge, non ascoltano neanche: aprono il libro, vanno alla scheda di chi sta parlando, gli rinfacciano dichiarazioni del passato, lo accusano di vicinanza con l’ex premier o di essere un emissario di Soros o un burocrate di Bruxelles, elo screditano. L’opposizione non ha voce!».

È successo anche quando hanno proposto di aumentare il salario medio degli insegnanti (500 euro, l’affitto di un appartamento di 40 mq a Budapest non si trova a meno di 400), o di mettere più fondi neiservizi sociali dopo una storiaccia di abusi in famiglia. Quando invece è il premier a ordinare, dalla sera alla mattina cancellano la flat tax per i piccoli imprenditori. E sono due settimane che i cittadini bloccano i ponti che collegano Buda a Pest. «Ma non troverai tracce di proteste o dissenso sui media pubblici, perché Orbán li controlla tutti». Karoly Szilagyi, 46 anni, giornalista ed ex addetto alla comunicazione di compagnie dei trasporti, fuma al tavolo del caffè Lumen. «Il Comitato dei media, nominato interamente da Fidesz, dà le licenze per le trasmissioni. Se sei scomodo al governo te la ritirano, come hanno fatto con ClubRadio. Oppure tagliano la pubblicità, strozzando siti e tv indipendenti fino a quando non sono costretti a vendere ad imprenditori amici di Orbán». Il premier ungherese, in carica dal 2010, è stato rieletto per la quarta volta ad aprile col 55% dei voti. A Budapest ha vinto in un solo distretto su 17, nel resto del Paese non c’è stata storia. Durante la campagna elettorale, sul network di Stato MTV1 andava in onda ogni mezz’ora il suo spot elettorale nel quale affermava che, in caso di sconfitta di Fidesz, i giovani ungheresi sarebbero stati costretti ad andare in guerra. Ai suoi avversari politici hanno dedicato dieci minuti in tutto. «Persino i parlamentari rischiano», racconta Karoly. «Se sono giudicati irrispettosi verso di lui, gli sospendono lo stipendio per sei mesi. Per mancanza di rispetto intendo anche solo sollevare un cartello in aula». Orbán non fa mistero di sentirsipiù vicino a Mosca che a Bruxelles, non foss’altro perché a Putin si è legato a doppio filo: l’85% del gas e il 70% del petrolio proviene dalla Russia; l’ampliamento della centrale nucleare di Paks lo ha affidato alla moscovita Rosatom; pochi giorni prima dell’invasione dell’Ucraina, era a Mosca; si è opposto al sesto pacchetto di sanzioni; non invia un solo fucile in Ucraina. Le promesse elettorali per il quarto mandato, tuttavia, pesano sulle casse dello Stato: il debito di bilancio nel 2023 sforerà il 5%, l’inflazione è all’8% in generale, al 14 per il cibo. «Ma lui va in Romania a delirare di razze», osserva Marton. «Quel discorso è un osso da far spolpare alla gente, mentre si nascondono i problemi dell’Ungheria». Eccolo il modello della politica del libro, il modello di Orbàn. Il sovranista chiuso nell’alto castello sopra Budapest.

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