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La Repubblica Rassegna Stampa
08.07.2022 Bataclan, il verdetto secondo Carrère
Analisi di Carlo Bonini

Testata: La Repubblica
Data: 08 luglio 2022
Pagina: 29
Autore: Carlo Bonini
Titolo: «Bataclan, il verdetto secondo Carrère»
Riprendiamo da REPUBBLICA di oggi, 08/07/2022, a pag.29, con il titolo "Bataclan, il verdetto secondo Carrère" l'analisi di Carlo Bonini.

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Emmanuel Carrère

Franco Cordero, per quasi tre lustri firma diRepubblica e tra i più raffinati, eruditi e acuti studiosi del processo penale che il nostro Paese abbia conosciuto, utilizzava spesso per definire lo spazio del diritto, quale strumento di mediazione tra il Bene e il Male, l’ordine e il disordine, un’immagine fulminante. Che suonava così: «Il diritto è anche geometria e, supponendo che la corvée sia disegnare nello spazio euclideo un triangolo i cui angoli non siano 180 gradi, vengono fuori faticosi sgorbi». Ecco, il viaggio lungo dieci mesi nella “scatola” della Île de la Cité, l’aula di giustizia dove la Francia ha processato e condannato i responsabili delle stragi dell’Isis a Parigi nel 2015, che Emmanuel Carrère ci ha regalato su Robinson è quanto di più vicino a quella definizione euclidea messa alla prova delle capacità degli uomini. Un racconto straordinario in cui l’umanità dello sguardo su giudici e imputati, accusa e difesa, carnefici e vittime, si è alimentato, udienza dopo udienza, stagione dopo stagione, di quel senso di stupore, dubbio, tormento, e persino noia, che accompagna ogni giudizio in cui la ricerca della “verità” è indissolubilmente legata a quella dell’accertamento di una responsabilità umana.

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Dunque, dove la ricostruzione della materialità di un fatto, spaventoso nella sua crudeltà e dimensione (130 morti), non può e non è mai disgiunta dall’indagine sulle ragioni che hanno armato la mano di chi ne è stato responsabileo anche soltanto moralmentecomplice. Per dieci mesi, Carrère ci ha tenuti inchiodati in quell’aula di giustizia consegnandoci i protagonisti del giudizio – il “pesce grosso” Abdeslam, il terrorista riluttante e codardo sopravvissuto per scelta al massacro che aveva orchestrato, e i “pesci piccoli” Chouaa, Attou, Oulkadi – in una dimensione inedita. Molto lontana dall’emozione che ne aveva accompagnato la cattura. E per farlo ha attinto a piene mani in quell’uso delle parole esatte che chiamiamo letteratura. Per catturare il dettaglio del tono di una deposizione, per indagare e descrivere un silenzio, per indugiare sul linguaggio del corpo di un imputato, di un testimone o di una vittima. Per grattare e rivelare intenzioni, sentimenti, percorsi logici degli interpreti del discorso accusatorio – pubblici ministeri e avvocati di parte civile – e quello degli interpreti dell’impopolare ma costituzionalmente dovuto discorso difensivo: gli avvocati dei carnefici. Seguendolinelle loro strategie processuali e inseguendoli nella brasserie Le Deux Palais dove, a udienze concluse, tutti andavano a spegnere fatica e tensione dietro il banco di un bar. Schiacciato dalle premesse di un processo che, nella forma, nel luogo della sua celebrazione, nella composizione della Corte (solo giudici di professione e nessun giurato popolare), nel carico di attese prometteva un’epica che nessuno poteva prevedere se sarebbe stata o meno mantenuta (lo scrittore francese confessa in questa ultima puntata della saga la riserva mentale con cui si era gettato nell’impresa di una cronaca lunga un anno: «Se non funziona, abbandonerò il racconto»), Carrère ha scelto la sola strada possibile. Lasciarsi possedere dal giudizio. Farsene invadere, psicologicamente, lessicalmente, visivamente. Fino al punto di renderlo una “necessità”. E dunque occasione di continua sorpresa. Trasformando quell’aula di giustizia anche in un corale proscenio di elaborazione del dolore e di ricomposizione delle emozioni. Una catarsi collettiva che, sulle colonne diRobinson , ha avuto per settimane, quale suo incipit, la testimonianza di chi il massacro lo aveva vissuto, portandone indelebili cicatrici nella carne e nella psiche, avendo avuto la ventura (o sventura) di sopravvivergli. Le pagine dedicate all’incubo di chi, quella notte del 13 novembre del 2015, riuscì strisciando tra i cadaveri ad uscire vivo dalla mattanza del Bataclan, sono e restano una testimonianza unica del racconto del Male attraverso gli occhi delle sue vittime. Restituiscono al racconto giornalistico e letterario insieme quella funzione per la quale continuiamo a ritenerli imprescindibili. E in nome della quale Repubblica , per dieci mesi, ogni settimana, ha orgogliosamente deciso di essere nella “scatola” con gli occhi di Carrère. Naturalmente, sul processo, sulla molteplicità dei suoi punti di vista, alternati con una tecnica di racconto dal montaggio quasi cinematografico, per quadri e intermittenze, non è mancato lo sguardo peculiare di chi questa cronaca lunga un anno l’ha concepita e firmata. In nessuno dei passaggi chiave del giudizio Carrère ha rinunciato a rendere espliciti i suoi tormenti. Persino i suoi pregiudizi o semplicemente idiosincrasie. Esattamente come accade a ciascuno di noi. Lo abbiamo così letto nel suo essere rapito dalla logica cartesiana della pubblica accusa, abile a chiudere nel perimetro dell’associazione a delinquere per finalità terroristiche, responsabilità diverse, di imputati diversi. Ma altrettanto pronto a lasciarsi invadere dal ragionevole dubbio instillato da difensori di razza di fronte a un esito scontato di condanna per i propri clienti. Anche qui con una adesione perfetta alla coscienza divisa di chi è alla fine è chiamato a giudicare («Sarà giusto, equo, un ergastolo senza possibilità di remissione nei confronti di Abdeslam?»). I fatti di Parigi del novembre del 2015 resteranno scolpiti in modo indelebile in questo esordio di nuovo secolo, così come nella dimensione privata dei ricordi di chi li ha vissuti e nelle «vite tagliate a metà» di chi ne è stato vittima. Alle cronache di Carrère del processo che quei fatti ha giudicato andrà riconosciuto il merito di averli transitati dalla dimensione della cronaca a quella della Storia.

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