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La Repubblica Rassegna Stampa
30.06.2022 La Nato cresce e fa argine a Putin
Cronache di Claudio Tito, Gianluca Di Feo

Testata: La Repubblica
Data: 30 giugno 2022
Pagina: 14
Autore: Claudio Tito - Gianluca Di Feo
Titolo: «Il Patto atlantico diventa globale: 'Difendiamoci da Russia e Cina' - La Nato rinasce dall’Islanda isola disarmata»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 30/06/2022, a pag. 14, con il titolo "Il Patto atlantico diventa globale: 'Difendiamoci da Russia e Cina' " la cronaca di Claudio Tito; a pag. 17, con il titolo "La Nato rinasce dall’Islanda isola disarmata", l'analisi di Gianluca Di Feo.

Ecco gli articoli:

Claudio Tito: "Il Patto atlantico diventa globale: 'Difendiamoci da Russia e Cina' "

Nato due volte - Fondazione Luigi Einaudi

La Russia è un nemico e rappresenta «la nostra minaccia più significativa». Al punto che «non si può escludere un attacco» contro gli alleati. Proprio come ha fatto con l’Ucraina verso la quale gli aiuti continueranno ad essere forniti in maniera ininterrotta. La Cina invece «sfida i nostri interessi, valori e sicurezza».Ileader«autoritari»sono gliattori da temere, insieme al terrorismo e al cambiamento climatico. Per questo il Patto Atlantico non può abbassare la guardia e ha bisogno di alzare il livello di «deterrenza » anche per quanto riguarda le armi nucleari. Ecco lo “Strategic Concept”, le linee guida all’Alleanza per i prossimi dieci anni approvate ieri dai leader a Madrid. Che ne ridisegna il ruolo. La inserisce nel XXI secolo e la trasforma in un soggetto «globale». Con lo sguardo di nuovo rivolto verso la Russia, ma anche verso la Cina e l’Indopacifico. Nella consapevolezza che il pericolo può venire anche da sud e da nord: dall’Africa e dall’Artico. Il vertice della Nato ha approvato ieri mattina il nuovo documento. L’ultimo risale ormai ad una dozzina di anni fa. In quegli anni la distensione con Mosca sembrava definitiva al punto da considerare il Cremlino un partner. E la Cina non era quasi presa in considerazione. La premessa quindi è proprio il conflitto in Ucraina. «La guerra di aggressione della Russia – è l’esordio del Concept - ha distrutto la pace ». E come avverte il segretario generale, Jens Stoltenberg, bisogna prepararsi ad «una guerra lunga». Ma si tratta di una premessa che porta a delle conseguenze nette: «Non si può escludere la possibilità di un attacco contro la sovranità e l’integrità territoriale degli alleati». I pericoli, però, sono diversi ed hanno una sorta di centro di gravità permanente: i leader «autoritari»che agiscono con «sofisticate capacità convenzionali, nucleari e missilistiche». La guerra e i conflitti non sono più come quelli del XX secolo. O almeno non lo sono tutti. La guerra “ibrida” è un concetto che accompagna l’intero programma decennale della Nato. «I concorrenti – si avverte - interferiscono nei nostri processi democratici e istituzionali. Indirizzano gli orientamenti dei nostri cittadini attraverso tattiche ibride. Conducono attività dannose nel cyberspazio e nello spazio, con campagne di disinformazione, strumentalizzando la migrazione, manipolando le risorse energetiche». In questo quadro, dunque, la Russia rappresenta la minaccia prioritaria perché «cerca di stabilire sfere diinfluenza e controllo diretto attraverso la coercizione, la sovversione, l’aggressione e l’annessione». Sta perfino modernizzando il suo arsenale nucleare. Gli Alleati chiariscono di «non volere lo scontro» ma «risponderemo alle minacce». Il terrorismo, invece, costituisce «la minaccia asimmetrica più diretta »: «Conflitti, fragilità e instabilità in Africa e Medio Oriente influenzano direttamente la nostra sicurezza». Dopo dodici anni, dunque, si affaccia prepotentemente la Cina negli “alert” dell’Alleanza. Non è un nemico, è una sfida però praticata – formula reclamata dagli Usa - con «politiche coercitive». Anzi, «impiega una vasta gamma di strumenti politici, economici e militari per aumentare la sua impronta globale e il suo progetto di potere». E ricorrono, anche loro, alle operazioni ibride. L’obiettivo di Pechino è «controllare settori tecnologici e industriali, infrastrutture critiche, materiali strategici e catene di approvvigionamento » allo scopo di «sovvertire l’ordine internazionale basato sulle regole, anche nei settori spaziale, cibernetico e marittimo». E un’intesa Mosca-Pechino è un rischio permanente «per minare l’ordine internazionale ». Come ha sintetitizzato Stoltenberg, «bullizza i suoi vicini». Tutto questo quindi spinge per un riarmo atomico di fatto. «Le forze nucleari strategiche dell’Alleanza, in particolare quelle degli Stati Uniti – si sottolinea nello Strategic concept - sono la garanzia supremadella sicurezza dell’Alleanza». Ma le armi non bastano. Serve anche una rete di relazioni. A cominciare dall’Ue, «partner unico ed essenziale ». «Nato e Ue – si legge nel documento - svolgono un gioco complementare e coerente». Però tutti devono «aumentare la spesa militare ». Argomento sensibile in Europa e spesso oggetto di severe controversie. I programmi dell’Organizzazione atlantica, quindi, puntano sui «partner per affrontare minacce e sfide» nelle regioni di interesse strategico tra cui Medio Oriente, Nord Africa e Sahel. «L’Indo-Pacifico – come prevedibile visto il giudizio sulla Cina e la presenza a Madrid di Giappone, Sud Corea, Australia e Nuova Zelanda – è importante». A Madrid, insomma, nasce la nuova Alleanza Globale.

Gianluca Di Feo: "La Nato rinasce dall’Islanda isola disarmata"

Quando l’aereo si è infilato nel fiordo chiuso tra le montagne dell’Islanda, il rombo dei reattori ha spaventato gli allevatori di pecore. Alcuni hanno telefonato alla polizia: «I russi ci stanno attaccando?». Invece si trattava di un caccia italiano, uno dei quattro F35 a cui da due mesi viene affidata la difesa di questa nazione completamente disarmata. Una condizione paradossale: l’Islanda è uno dei membri fondatori della Nato ma non ha mai avuto eserciti e vive un rapporto tormentato con i militari occidentali, tanto da venire spesso chiamato “l’alleato riluttante”. Dopo il crollo del muro di Berlino, diversi leader politici hanno sostenuto che fosse arrivata l’ora della neutralità e festeggiato per la chiusura della base americana di Keflavik. La Russia all’epoca non era più un nemico, ma la terra promessa di ricchi affari per un Paese che ha mantenuto l’indole vichinga del commercio. Nuovi movimenti populisti, come i celebri Piratar citati come modello dal M5S delle origini, hanno condotto campagne ispirate al pacifismo radicale e persino il partito della premier Katrín Jakobsdóttir è contrario alla Nato. Poi però l’aggressività di Mosca ha ricominciato a materializzarsi. Incursioni intimidatorie, come quella dei bombardieri Tupolev Bear che per due volte hanno compiuto il periplo dell’isola, entrando nello spazio aereo senza temere ritorsioni. L’attacco alla Georgia e l’occupazione della Crimea hanno fatto riscoprire l’antica minaccia, riaprendo le porte allo schieramento temporaneo di caccia e ricognitori alleati. Adesso l’invasione dell’Ucraina ha scosso in profondità i 360mila abitanti: l’ultimo sondaggio indica che il 71 per cento vuole restare nella Nato. L’Alleanza d’altronde ha bisogno dell’Islanda, perché è l’unico bastione lungo la rotta che collega America ed Europa: navi, aerei, cavi in fibre ottica, tutto dipende dal controllo di questa terra gelida. I manuali di geopolitica insistono sull’importanza del Giuk Gap, la linea che unisce Groenlandia, Islanda e Gran Bretagna: è il passaggio obbligato che flotta e aviazione di Mosca devono varcare per spezzare il legame tra i due continenti. Sabato i due sottomarini nucleari russi più potenti sono salpati nel Mare del Nord: si tratta del Belgorod e del Typhoon, quello che ispirò l’Ottobre Rosso del film hollywoodiano. Non si sa dove dirigeranno, ma è scattata l’allerta e l’indomani due dei quattro Boeing P8 statunitensi ridislocati a Keflavik sono decollati per presidiare il Giuk Gap: sono dotati di sonar e radar, in più possono imbarcare siluri e missili antinave. Dalla stessa pista ha preso il volouna coppia di caccia F35A italiani: sono partiti a tutta velocità, pochi minuti dopo il suono delle sirene di allarme. Ma era soltanto un’esercitazione, uno dei test per valutare la reattività della Task Force Falco, che con 130 donne e uomini dal 25 aprile è responsabile della sicurezza delcielo islandese. Una spedizione da primato, che ha realizzato finora 250 sortite, in ogni condizione meteorologica: è caduta neve anche in questi giorni e il vento è di straordinaria violenza. Gli avieri italiani ormai ci sono abituati: è la sesta trasferta dell’Aeronautica in Islanda dal2013; la terza con gli F35, unici caccia di quinta generazione in servizio nel mondo. Non è un caso se dopo l’arrivo della squadriglia i jet russi non si siano più avventurati in direzione dell’Islanda. Il colonnello Gianmarco Di Loreto, 43 anni, sottolinea più volte quanto l’aereo sia rivoluzionario: non solo nella capacità di rendersi invisibile ai radar, ma anche nell’essere «omnivalente», ossia potere passare nella stessa missione dal ruolo di caccia a quello di bombardiere e soprattutto comportarsi come «un grande occhio che vede tutto e smista le informazioni in tempo reale». I sensori di bordo offrono una capacità di sorveglianza definita «stupefacente» e se il pilota abbassa gli occhi, il casco gli fa vedere quello che c’è sotto la fusoliera, come se volasse in una bolla di vetro. «L’F35 è stato progettato per semplificare il pilotaggio e permettere di concentrarsi sui sistemi elettronici. Tutte le informazioni appaiono sul grande display in maniera chiara, con colori che ne evidenziano l’urgenza. Un punto di forza è la connettività. La comunicazione è interamente digitale: avviene tramite una chat, con messaggi criptati a cui il pilota può rispondere a voce o digitando». Nell’isola quattro radar americani trasmettono le informazioni alla centrale della Guardia Costiera – l’unico reparto islandese che ha qualcosa di militare – che si coordina con il comando operativo Nato di Uedem, in Germania. È questo il quartier generale che gestisce le attività alleate dal Mar Nero all’Oceano, valutando i livelli di allarme e ordinando il decollo dei caccia: gli F35 italiani partono con il cannone carico e quattro missili aria-aria nella stiva. Da quando è cominciata l’invasione dell’Ucraina, l’impegno globale dell’Aeronautica è diventato massiccio: ci sono otto intercettori Eurofighter sulla costa romena; altri jet contribuiscono a proteggere lo spazio aereo montenegrino, albanese e sloveno; un aereo radar quasi tutti i giorni va di pattuglia sulla Moldavia. In pratica, un quinto dei nostri velivoli militari è schierato in operazioni Nato, «ma queste missioni servono anche ad addestrarci – prosegue il colonnello Di Loreto – Qui in Islanda facciamo da sparring partner ai Boeing dell’Us Navy e ci siamo confrontati con la portaerei americana diretta verso la Norvegia: volare sopra colossali distese disabitate offre un’opportunità unica». Facendo però attenzione al freddo: i piloti indossano una muta termica speciale, nel caso si debbano paracadutare in mare: l’unico modo per cercare di sopravvivere nell’acqua, ghiacciata pure in queste giornate estive.

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