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La Repubblica Rassegna Stampa
23.06.2022 La parabola di Grillo dal vaffa a Draghi
Commento di Sebastiano Messina

Testata: La Repubblica
Data: 23 giugno 2022
Pagina: 4
Autore: Sebastiano Messina
Titolo: «La solitudine del fondatore davanti all’abisso del fallimento»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 23/06/2022, a pag. 4, con il titolo "La solitudine del fondatore davanti all’abisso del fallimento" il commento di Sebastiano Messina.

Beppe Grillo annuncia: il M5S è morto - Redazione
Beppe Grillo

Come se stesse colando a picco il Movimento di un altro, Beppe Grillo risulta non pervenuto. E’ sparito dai radar. Viene a Roma, no non viene, magari la settimana prossima, chissà. È introvabile ma non irraggiungibile, perché quando un cronista dell’Adnkronos lo chiama al telefono per domandargli della scissione dei Cinquestelle, lui si diverte a rispondere come farebbe con la telefonista di un call center: «Attenda un attimo. Paaaarviiin, siamo abbonati? Mi dispiace, non siamo abbonati. Non posso risponderle». Clic. Ed è nascondendosi dietro quel clic che il fondatore, padrone e garante del Movimento che in nove anni conquistò il Parlamento - ormai tocca usare il passato - rivela la sua paura di sprofondare nell’abisso del fallimento, prigioniero del gorgo che sta risucchiando la sua creatura. Perché il Grillo che esce dalla latitanza solo per emettere cervellotici comunicati sul suo blog - firmandosi ancora “L’Elevato” come ai tempi in cui scendeva all’hotel Forum per ricevere il bacio della pantofola degli ambiziosissimi apostoli dell’umiltà grillina - è solo l’ombra del Grillo che fu signore e padrone dei cinquestelle, oltre che proprietario del nome, del simbolo e anche del Movimento (in comproprietà con il nipote e il commercialista, a essere precisi). Non è più il Grillo da combattimento del Vaffa-Day, né il Grillo d’assalto che attraversava a nuoto lo Stretto per la conquista (fallita) della terra del Gattopardo, né il Grillo irriducibile che entrava a Montecitorio solo per dire no a Renzi, né il Grillo pacificatore che calava a Roma per mettere d’accordo il governista Di Maio e il guerrigliero Di Battista, il pensoso Fico e la sfrenata Taverna. Nonè neppure il malmostoso guru che non si rassegnava a cedere all’avvocato Conte il timone di un bastimento già pieno di falle, e quando quello osava definirlo «padre-padrone» gli rispondeva che lui non aveva «né visione politica né capacità manageriale», accettando infine la cessione dei poteri nella terrazza del “Bolognese” di Marina di Bibbona. Eppure quello che si sta inesorabilmente disintegrando, a otto mesi dalle prossime elezioni, è figlio suo. Un figlio al quale lui ha sempre imposto le scelte decisive. Come quando benedisse l’alleanza con l’ex nemico Salvini. O quando diede l’imprimatur al governo con il Pd, già simbolo di tutti i vizi. O quando ordinò ai suoi di dare il via libera a Mario Draghi, che per “l’Elevato” diventò addirittura “il Supremo”. Certo, oggi che il suo ex pupillo lo ha tradito sembra lontano il tempo in cui il settantenne Grillo salì sul palco di Rimini per consegnare lo scettro di “capo politico” al giovane Di Maio che proprio quel giorno - il 23 settembre 2017 compiva 31 anni. «Torno a fare ilpadre di famiglia e il pensionato» disse. E due mesi dopo, sul palco di Palermo, fu ancora più chiaro. Chiamò sul palco Di Maio, Casaleggio e Di Battista e dichiarò, mettendosi la mano sul cuore: «Queste persone proseguiranno il mio lavoro, sono migliori di me». Proseguire hanno proseguito, peccato che l’abbiano fatto da un’altra parte, tutti e tre. Allora lui si ritirò nel suo blog come un peccatore in un convento. E mentre Di Maio riscriveva lo statuto con il figlio di Casaleggio, Grillo cercava le nuove frontiere dell’ecologia e tornava in teatro per staccare biglietti. Poi venne la conquista del potere, e tutti cominciarono a chiedersi che fine avesse fatto il fondatore. Nessun problema, garantiva lui. Spiegava di essere diventato «una sorta di padre nobile, un mecenate», e che forse non c’era più la rabbia dell’esordio «ma il vaffa rimarrà, ce l’avremo nel taschino: un vaffino nel taschino». Però confessava la sua nuova solitudine: «Mi aggiro nelle città come una puttana si aggira in una città senza marciapiedi. Non mi sopporta nessuno,ho fatto ridere milioni di persone, ho fatto il comico, mi amano milioni di persone ma sono da solo». Ma qualcosa deve essere scattato, in quella solitudine lontana dal potere. Proprio lui che si definiva «un comico governativo» cominciò il fuoco amico. Bacchettava Di Maio. Sfotteva Salvini. Ironizzava su Conte. Più il tempo passava e più era evidente l’insofferenza di Grillo per la versione governativa di un movimento che doveva fare la rivoluzione. Ma Di Maio sorrideva e minimizzava. «È il nostro più grande tifoso », assicurava, abbottonandosi la giacca blu. Non era solo un tifoso. Quando Salvini affondò il Conte-uno per andare al voto anticipato, Beppe uscì dal suo blog per convincere anche i più riluttanti che bisognava allearsi con lo stesso Pd che fino a poche settimane prima era «il partito di Bibbiano». E quando cadde anche il Conte-due, fu lui a spegnere l’ira dei contiani tessendo le lodi di Draghi: «Pensavo che fosse il banchiere di Dio e invece è un grillino. Ha anche senso dell’umorismo, non pensavo». Fidatevi, disse. E non era un consiglio: era un comando. Un anno e mezzo dopo, è arrivata la tempesta: un terzo dell’equipaggio abbandona la nave mentre l’azzimato capitano Conte già marchiato dal fondatore come «l’uomo dei penultimatum» prosegue imperterrito nella sua rotta a zigzag. Si capisce che tutti si domandino: ma Grillo cosa dice, cosa pensa, cosa fa? Nulla. Non fa nulla. Si tiene lontano da Roma. Non ha chiamato Di Maio, dopo averlo definito «un sedicente Grande Uomo». Non ha dato nessun appoggio pubblico a Conte. E l’altra domenica, a Genova, non è neanche andato a votare per i cinquestelle. Come se si trattasse, appunto, del Movimento di qualcun altro.

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