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La Repubblica Rassegna Stampa
18.06.2022 La scelta della Francia
Analisi di Bernard-Henri Lévy

Testata: La Repubblica
Data: 18 giugno 2022
Pagina: 37
Autore: Bernard-Henri Lévy
Titolo: «La scelta della Francia»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 18/06/2022, a pag. 37, con il titolo "La scelta della Francia", l'analisi di Bernard-Henri Lévy.

Immagine correlata
Bernard-Henri Lévy

Aanvallende Le Pen profiteert niet van debat | BNR Nieuwsradio
Marine Le Pen, Emmanuel Macron

La bella notizia di domenica scorsa è che Mélenchon non sarà primo ministro. Prima delle elezioni presidenziali aveva detto «eleggetemi primo ministro, fatemi arrivare a Matignon (residenza ufficiale del capo del governo)», e l’aveva detto a dispetto dello spirito delle leggi e senza mai dichiarare apertamente con chi prevedesse coabitare, se con Le Pen o con Macron. Ebbene, ha perso la sfida e, in base alle proiezioni, rimarrà lontano dall’ottenere la maggioranza dei deputati. Ha fatto sicuramente meglio di Rassemblement national, che tuttavia conferma la resistenza del proprio ancoraggio tra gli elettori. Ha fatto sicuramente molto meglio di Reconquête, con quel suo sovranismo carnevalesco e quel leader che credeva di essere un nuovo Barrès o un Bonaparte, e che al posto del colpo di Stato del 18 brumaio ha vissuto un miserabile 1º aprile e una cancellazione totale dalla scena politica francese. Anche per lui, insomma, lo scherzo è finito. E l’uomo che ha manifestato appoggio a Bashar al Assad e beffardo disprezzo all’Ucraina; l’uomo dei vaccini cubani e del colpevole silenzio sugli uiguri; quel misto di Jules Guesde e Jeremy Corbyn, caduto in tutte le peggiori vecchie trappole del complottismo; quel politico dei tempi che furono, al quale i Machiavelli del Partito socialista hanno venduto l’anima per un pugno di seggi, non governerà la Francia. La brutta notizia, però, è che comunque un quarto dei votanti ha scelto l’uomo che vuole uscire dall’Europa e che è amico di Putin. Hanno disarcionato — in un clima di linciaggio orchestrato dai social, per l’occasione più inclini che mai alla ghigliottina — nomi di repubblicani avvezzi al campo di battaglia, come Manuel Valls o Jean-Michel Blanquer. Ed ecco un tipo che arringa a base di «Avanti popolo!» e di «Certo che sì!»; l’uomo che il mio amico Jacques-Alain Miller ha lacanianamente definito demagogo dei bassi istinti (di tutti i bassi istinti: anti-laico, anti-forze dell’ordine, anti-intellettuali e forse anche anti-ebrei), investito primo oppositore di Macron e capo del secondo partito di Francia.

Nothing has been done
Jean-Luc Mélenchon

La sinistra si è messa nelle mani di un Danton in stile facciamoci un pastis. Il partito di Jaurès, di Blum e di Mitterrand ora è un discutibile amalgama di falsa rivolta, di vero boulangismo, di poujadismo estatico e di un’islamo-sinistra in versione gran calderone. In questo modo rischiamo di meritarci per cinque anni il diritto ai lampi di genio permanenti di questo tribuno senza mandato che si pavoneggia, si agita senza posa, chiama al plebiscito, convoca le masse, non le convoca, altalena tra espressioni crucciate, periodare mussoliniano, implacabile collera e voli poetici che poi, in realtà, non sono che calcoli minuziosi, tattiche e cinismo in pompa magna. Come siamo arrivati a questa situazione? Sono gli ultimi rantolii — manifestati al contrario — di un cadavere eccellente? È la fase terminale del discredito della cosa pubblica, raggiunta con le elezioni a più bassa partecipazione della storia? Un’ondata reazionaria, che ha per fondale lo scarso potere d’acquisto, la depressione post-Covid e la paura per la guerra in Ucraina, si sta forse frangendo contro la Francia? È un effetto collaterale del gesto di rinnovamento del Macron degli albori, quando, in testa ai cortei, sembrava travasasse con un sifone chiunque, in qualsiasi schieramento, aspirasse a governare? È il compiersi — e il ribaltarsi — del programma del mio defunto amico Maurice Clavel, un gollista gauchista che, mezzo secolo fa, spiegava che per sconfiggere la destra bisognava spaccare la sinistra, e che questa teoria era valida anche al contrario? Oppure è un nuovo sintomo di quella vecchia patologia francese che è l’amore incondizionato per i tribuni, frutto della passione dei cattolici per la retorica? Ci vorrà maggiore distacco per capirlo. Nel frattempo il risultato l’abbiamo sotto gli occhi e la dice lunga sullo stato morale in cui versa la Francia. La promessa era di radicalità: ci troviamo davanti all’ultima furbata di un gradasso che si è rifatto il look in stile Erostrato da baraccone. L’annuncio era di un vento nuovo, che spirasse con forza: sarà invece l’ultima folata delle belle tempeste della sinistra di un tempo, che ora soffia con l’alito pesante del populismo. La verità doveva essere alla base di ogni cosa: ogni cosa, invece, sembra e sembrerà un falso, a partire dal nome, Nupes, Nuova unione popolare ecologica e sociale, di quella che prima si chiamava France insoumise, Francia non sottomessa (ma stranamente sottomessa, come sappiamo, a tutti i tiranni siriani, cubani, russi e cinesi del pianeta). La pretesa era di instillare nuova vita alla democrazia e, fin da subito, al Parlamento: tutto indica che avverrà il contrario e che questi tirannofili, mascherati da agitatori dai modi gentili, non ci penseranno due volte a servirsi del lavoro delle commissioni di cui farà parte il principale partito di opposizione, come vuole la tradizione repubblicana. Donne e uomini di buona volontà, in molti casi giovani, hanno votato con la speranza che “la Francia si dia una mossa”: sono però le istituzioni a rischiare di essere destabilizzate da fanatici che agiscono per soddisfare se stessi e disprezzare tutti gli altri, se gli Insoumis sottomettono definitivamente il resto della Nupes. Meglio averli in Parlamento che in piazza o nelle strade del Paese, sussurravano i falsi competenti: avranno sia il Parlamento che le strade del Paese, invece; sentiremo pronunciare il famoso “la Repubblica sono io” sia dentro l’emiciclo che fuori; e, come accade nella saga di Harry Potter, per i Mangiamorte entrati nella Scuola di Magia e Stregoneria parlamentaria, l’Armadio Svanitore funzionerà in entrambi i sensi… Spero di sbagliarmi. Ma speriamo soprattutto in uno scossone reattivo, al secondo turno, che permetta al presidente e alla sua maggioranza di governare. Chissà che domani segni il crepuscolo di Jean-Luc Mélenchon.
(Traduzione di Monica Rita Bedana)

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