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La Repubblica Rassegna Stampa
16.06.2022 Ue-Israele-Egitto, accordo sul gas. Una risposta a Putin
Due servizi di Claudio Tito

Testata: La Repubblica
Data: 16 giugno 2022
Pagina: 2
Autore: Claudio Tito
Titolo: «Metano israeliano dall’Egitto. La Ue firma un 'accordo storico' - Guerra lunga e rischio attacco da Minsk. Dalla Nato nuove armi all’Ucraina»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 16/06/2022, a pag. 2, con il titolo "Metano israeliano dall’Egitto. La Ue firma un 'accordo storico' " la cronaca di Claudio Tito; a pag. 5, la sua analisi dal titolo "Guerra lunga e rischio attacco da Minsk. Dalla Nato nuove armi all’Ucraina".

Ecco gli articoli:

"Metano israeliano dall’Egitto. La Ue firma un 'accordo storico' "

How Israel turned a gas bonanza into an antitrust headache
Un giacimento di gas israeliano


Nella guerra del gas contro la Russia l’Ue cerca nuovi alleati. E per vincere la battaglia dell’indipendenza energetica da Mosca, ottiene la sponda di Israele ed Egitto. Ieri infatti la presidente della Commissione europea, Ursula Von Der Leyen, ha firmato un Memorandum d’Intesa trilaterale con Il Cairo e Gerusalemme per maggiori forniture di metano all’Europa. L’annuncio ufficiale è stato dato dalla stessa Von Der Leyen dopo l’incontro nella capitale israeliana con il primo ministro Naftali Bennett. L’accordo «contribuirà a intensificare le consegne di energia in Europa », ha spiegato la presidente della Commissione. E il canale di passaggio sarà il gasdotto che arriva in Egitto. Nel paese africano il gas sarà liquefatto in Gnl e poi portatonell’Unione Europea, dove sarà poi rigassificato. L’Egitto dispone di due impianti di Gnl, uno a est di Alessandria, a Idku, e l’altro nella città portuale di Damietta, che ha una capacità produttiva di 5 milioni di tonnellate all’anno. «Penso — ha proseguito — che questo sia un progetto molto importante, ma sappiamo che, nel tempo, dovremmo esplorare insieme l’uso delle infrastrutture per le energie rinnovabili. Questa è l’energia del futuro». Ovviamente questo accordo, che è stato firmato (insieme alla commissaria eurpea all’energia Simson) quasi in contemporanea con la visita del presidente del consiglio italiano Mario Draghi in Israele, assume una luce completamente diversa dopo la decisione della russa Gazprom di tagliare i rifornimenti di gas alla Germania e anche all’Italia per il 15 per cento. Nella stessa missione la leader dell’esecutivo europeo è volata anche al Cairo per firmare il contratto al quale Bruxelles lavora da inizio aprile. Naturalmente questa scelta è diretta conseguenza della guerra russa contro l’Ucraina. E l’obiettivo dell’Unione europea è di incrementare le forniture da sud, in particolare dal Mediterraneo orientale, anche nella prospettiva di utilizzarein futuro gli stessi gasdotti per l’idrogeno. «Voi siete fornitori affidabili — ha sottolineato Von Der Leyen — a differenza di Mosca». Non solo. L’infrastruttura che trasporta gas da Israele in Egitto è destinata ad essere incrementata e aggiornata nel prossimo futuro. Anzi può diventare addirittura una sorta di hub energetico per l’Europa. L’area del Mediterraneo orientale, infatti, è in grado di fornire all’Ue almeno 20 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Non sono sufficienti a sostituire i 150 fino ad ora provenienti dalla Russia, ma rappresentano comunque un tassello di un mosaico più ampio. Secondo Von der Leyen, inoltre, il gasodotto Israele-Egitto «deve essere già pronto per l’idrogeno, perché sappiamo che l’idrogeno sarà la risorsa energetica del futuro — ricorda la presidente della Commissione — proprio ora stiamo sviluppando con l’Egitto un ambizioso progetto su questo punto che vedo come il primo passo che porti ad un ampio accordo nel Mediterraneo». E si tratterà di una cooperazione che verrà discussa anche nell’ambito della Cop 27 ossia alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che quest’anno si svolgerà a novembre a Sharm el Sheikh. Per Von Der Leyen, si tratta quindi di un «accordo storico». Secondo la Ministra israeliana dell’Energia, Karine Elharrar, «il memorandum d’intesa è un impegno a condividere il gas con l’Europa e ad aiutarla a diversificare le sue fonti energetiche ». L’intesa ha una durata di 3 anni, e prorogabile automaticamenteper altri due.

"Guerra lunga e rischio attacco da Minsk. Dalla Nato nuove armi all’Ucraina"



Parte la “Fase 2” della guerra in Ucraina. E il fronte occidentale è pronto compiere un salto nel sostegno a Kiev. Più armi, più pesanti e anche più soldi. Visto che il presidente americano Joe Biden ha annunciato un ulteriore trasferimento da un miliardo di dollari. La speranza di arrivare ad una tregua si allontana. Nel merito e nel tempo. Ieri nella prima giornata del vertice, i ministri della Difesa dell’Alleanza hanno quindi dato il via libera alle nuove operazioni. «L’Ucraina ha bisogno di armi pesanti e di equipaggiamenti di ricognizione - ha spiegato il segretario generale del Patto, Jens Stoltenberg -. Mi aspetto dagli alleati un pacchetto completo di assistenza per passare dall’equipaggiamento dell’era sovietica all’era atlantica». Non sono state diverse le parole del Segretario alla Difesa americano Austin: «Lavoriamo per fornire ulteriori armi pesanti all’Ucraina e soddisfare le sue richieste urgenti per la difesa. Nonpossiamo permetterci di perdere slancio. Siamo ad un momento critico». La Nato, dunque, è pronta al rilancio. Si tratta di una decisione maturata nelle ultime due settimane. E il fattore scatenante è stato il “no” di Putin al “Patto del grano” proposto dalla Turchia. In effetti nei giorni precedenti l’incontro tra Lavrov e Erdogan (8 giugno), gli Usa e i suoi alleati avevano rallentato i rifornimenti verso Kiev. Circostanza di cui Zelensky si era lamentato. Era una scelta, non un caso. Una sorta di segnale di buona volontà verso Mosca. Ma il rifiuto di aprire un “canale” per trasportare i cereali via mare, è stato interpretato da Washington e dai vertici atlantici come il segno che il Cremlino non aveva intenzione di arrivare ad alcun tipo di tregua. E che anzi, il suo obiettivo come ha confermato ieri ancora Stoltenberg - è quello di allargare il conflitto oltre l’Ucraina. Ai territori che hanno aderito al Patto dopo il 1997 (come ad esempio i Baltici). Per di più sono state anche riportate prove che i russi hanno usato armi al fosforo non contro le persone ma sui campi di grano per renderli inservibili anche in futuro. Altra prova che le riserve alimentare sono ormai obiettivi di guerra. Da quel momento, dunque, è scattata la “Fase 2”. Che si basa su alcune richieste precise del governo ucraino: 300 lanciamissili a media gittata (80 km), 500 carri armati e 1000 obici. Da concentrare proprio nel Donbass. Che, almeno in questo momento, non può più diventare oggetto di trattativa. La tattica russa, del resto, punta a distruggere completamente tutto quel che c’è in quell’area. Perché, in realtà, l’interesse è per quel che c’è sotto la terra e non sopra: uno tra i più grandi giacimenti di gas d’Europa ancora inesplorato e uno altrettanto consistente di carbone. Tutti fattori che stanno inducendo la Nato a non cedere. Pur nella consapevolezza dei tempi lunghi. Se non altro perché il passaggio dalle armi “sovietiche” a quelle “atlantiche” comporta un addestramento non breve delle truppe di Kiev. L’Italia non si sta sottraendo e in una certa misura è decisa a non discostarsi dalla linea della Casa Bianca. «Ribadiamo con determinazione - ha detto il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini - l’impegno a sostenere l’Ucraina per la difesa della sua sovranità e a perseguire incessantemente tutti gli sforzi per una soluzione diplomatica che porti alla pace». L’unico Paese, in realtà, che non sblocca del tutto le sue consegne è la Germania. Le armi di Berlino sono ferme da oltre un mese suscitando una certa irritazione da parte degli alleati. Tanto che ieri il ministro della difesa tedesco ha dovuto pubblicamente fornire rassicurazioni. Il “salto di quantità” nel sostegno a Kiev, però, è accompagnato da non poche preoccupazioni. La parola che agita tutti colloqui è una sola: «Escalation». Il primo allarme si concentra in Bielorussia. Il sospetto è che in un conflitto di lungo periodo, Mosca possa chiedere l’aiuto fattivo di Minsk. In quel caso, tutti sono consapevoli che alcuni alleati potrebbero reagire. Le attenzioni si concentrano in particolare sulla Polonia. Le due domande che allora si inseguono sono: come frenare Varsavia? Cosa fare in quella situazione? In questo quadro la visita di Draghi, Macron e Scholz a Kiev non è irrilevante. Il cancelliere tedesco ha superato i dubbi sulla concessione all’Ucraina dello status di candidato all’ingresso nell’Ue. Il ruolo del presidente del consiglio italiano non è stato secondario. Il timore, infatti, è che un mancato riconoscimento politico possa essere interpretato da Mosca come un abbandono di Zelensky. E infatti è in corso un nervosissimo pressing anche di Moldavia e Georgia in questo senso. Il terrore è che se Bruxelles dovesse assegnare lo status solo a Kiev, l’aggressività del Cremlino possa essere dirottata su di loro. La guerra, quindi, è ancora lunga. L’invito rivolto al leader ucraino a partecipare al summit Nato di fine mese a Madrid ne è l’ultima prova.

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