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La Repubblica Rassegna Stampa
10.06.2022 Kirill Savchenkov: 'La mia arte non è al servizio di Putin'
Intervista di Dario Pappalardo

Testata: La Repubblica
Data: 10 giugno 2022
Pagina: 36
Autore: Dario Pappalardo
Titolo: «'La mia arte non è al servizio di Putin'»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 10/06/2022, a pag.36, con il titolo 'La mia arte non è al servizio di Putin' l'intervista di Dario Pappalardo.

Kirill Savchenkov – Loop Barcelona
Kirill Savchenkov

"Non c’è posto per l’arte»: ai Giardini della Biennale di Venezia, il Padiglione della Russia è rimasto chiuso. L’artista Kirill Savchenkov, 35 anni, ha ormai lasciato il Paese che doveva rappresentare alla cinquantanovesima mostra internazionale con Alexandra Sukhareva. Entrambi, insieme al curatore lituano Raimundas Malašauskas, all’indomani dell’invasione dell’Ucraina, hanno scelto di non esporre più per rispettare il popolo assediato. E così 914,il loro progetto, che doveva raccontare in forma multimediale il concetto di premonizione legato alla storia russa, è rimasto invisibile. La parte di Savchenkov si concentrava sull’eterno ritorno della dittatura. Per la prima volta l’artistalo descrive.

Savchenkov, che cosa non abbiamo visto a Venezia? «Era un progetto sulla premonizione, appunto, proiettato in un futuro distopico. Raccontava il presagio della dittatura e i tentativi di contrastare una nuova forma di zarismo sposata con l’intelligenza artificiale. Mi sono concentrato sugli effetti provocati dai media e dalla politica. Per noi tre — Alexandra, Raimundas e me — il punto chiave è il riferimento a una citazione estrapolata da Poema senza eroe di Anna Achmatova: “Come matura nel passato il futuro/ Così nel futuro il passato marcisce.” Ogni futuro realizza una nuova versione del passato. Una installazione di più media avrebbe presentato lo spazio del padiglione come un organismo-macchina vivente dedicato alla nozione di memoria sociale, tempo e tecnologia attraverso sculture, suono, performance e libri tascabili con testi miei e di Sasha. Il mio, in particolare, era un romanzo di fantascienza sull’interazione tra l’intelligenza artificiale impiegata dallo stato autocratico e le reincarnazioni digitali di rivoluzionari come Vera Zasulich. L’idea era quella di approfondire la natura della resistenza nella storia russa in unlasso di tempo tra il ventesimo e il ventinovesimo secolo».

Quando sostiene che il suo lavoro per la Biennale era in qualche modo una premonizione della guerra, che cosa intende? «Lo scorso anno durante l’elaborazione del mio lavoro sentivo che il regime del Cremlino si stava trasformando da autocrazia in qualcos’altro. L’assassinio di leader dell’opposizione, la chiusura di organizzazioni indipendenti e no profit come Memorial così come la messa al bando di attivisti e giornalisti indipendenti etichettati come agenti al soldo di forze straniere: tutto questo suonavacome la preparazione di una grande operazione chirurgica. Ma nessuno, compreso il sottoscritto, pensava si trattasse del preludio al potenziamento su larga scala del conflitto russo-ucraino iniziato nel 2014. Alexandra ed io abbiamo iniziato a sentire che la ferita continua causata dalla nuova repressione riattivava la memoria sociale sul tema. Alcuni elementi narrativi nella mia parte di lavoro facevano appello al movimento antifascista e a quello rivoluzionario mettendo in luce il ruolo chiave delle donne e, a essere onesti, toccavano anche le mire imperialistiche sull’Ucraina come fattore politico delfuturo imminente».

A proposito della chiusura volontaria del Padiglione russo alla Biennale di Venezia, lei ha scritto su Instagram: “Non c’è nient’altro da dire: non c’è spazio per l’arte quando i civili muoiono sotto il fuoco…”. Davvero pensa che l’arte sia inutile in questo momento? «Dalla mia prospettiva di artista russo, sì. Si tratta di una questione morale. Mentre il conflitto evolve, è troppo tardi per parlare, mettendosi nel ruolo di chi aveva presagito tutto. E, al tempo stesso, è troppo presto per procedere con un’analisi. Oggi c’è una distanza drammatica tra le esperienze del popolo ucraino, che sitrova ad affrontare un pericolo costante e gravissimo, e quelle del popolo russo, avvelenato da questo impero morente, anche se la nostra vita a volte sembra essere quella di sempre. Non è l’ora di parlare di questo popolo, quando l’altro si trova in pericolo di morte».

A Venezia gli artisti ucraini hanno sostenuto che il dialogo con i russi per ora è impossibile, anche sul piano culturale. Non pensa che gli artisti e gli scrittori dovrebbero continuare a parlarsi? «Credo sia giusto, innanzitutto, al di là della speranza dei singoli, per l’arte e la cultura essere superiori alla politica. Ma la cultura è l’entitàpolitica che ci rende rappresentativi dei nostri contesti. Quale dialogo ci può essere quando il divario tra le nostre esperienze oggi è così grande? Certo, siamo testimoni del fatto che i nostri attivisti sono oggi obiettivo di repressioni selettive, ma abbiamo ancora il privilegio di non dover seppellire amici e parenti nel terreno delle nostre case distrutte come gli ucraini stanno facendo adesso. Quello che possiamo e dobbiamo fare è ascoltare e cercare di trovare soluzioni per aiutare chi soffre. Spero che questo dialogo sia possibile in futuro, ma occorre una profonda e lunga riflessione sul passato e la presente storia colonialista della Russia».

Incontrerebbe gli artisti ucraini? È in contatto con qualcuno? «Sì, sono in contatto con i miei amici di Kiev, Yalta, Kharkiv. Le conversazioni con i miei amici di Mariupol mi hanno aiutato ad avere una prospettiva chiara sulla situazione».

Lei ha lasciato il suo Paese. Qual è oggi la situazione degli artisti in Russia? Crede sia davvero impossibile esprimersi? «La situazione non è buona, anche se io non posso parlare per conto di chi è ancora in Russia e continua la resistenza nel modo in cui può. Guardiamo il caso di Sasha Skochilenko, arrestata per aver sostituito le etichette dei prezzi in un supermercato con le informazioni sulle vittime della guerra. Ora ha davanti dieci anni di carcere per aver diffuso quelle che il nostro Paesedefinisce “fake news sull’esercito russo”. L’agenzia politica per l’arte in Russia storicamente non eccelle e ora il settore della cultura è ancora più compresso da nuove strutture. Ci sono quelli che si attengono alla versione della realtà proposta dal regime, mentre quelli che non sono d’accordo devono far fronte all’applicazione delle nuove leggi sulle fake news. C’è un altro fattore problematico poi: ed è quando gli artisti russi producono opere sulla guerra che rischiano di rendere estetizzante l’esperienza tragica degli ucraini. Questo perché, come ho detto prima, questa guerra non influenza entrambe le parti nella stessa maniera. Perciò la mia scelta è di non produrre opere d’arte in questo momento».

Pensa che il Padiglione russo della Biennale debba restare chiuso fino alla fine della guerra? «Credo resterà chiuso per un bel po’, fino alla fine della guerra — che non so quanto durerà — forse anche di più. Ma il padiglione non sarà più lo stesso: il punto da capire è chi e che cosa viene rappresentato in quello spazio, anche rispetto alla questione dell’imperialismo che sembra essere emersa più chiaramente solo ora».

Lei sta provando a fare qualcosa di concreto per l’Ucraina. È vero? «Sì, ma preferirei essere discreto su questo. Ci sono tante iniziative di volontari, anche tra gli attivisti russi, per aiutare in ogni modo possibile. Una di queste per esempio è aiutare gli ucraini che sono stati portati con la forza in Russia a lasciare il Paese, che è davvero importante».

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