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La Repubblica Rassegna Stampa
23.05.2022 Yonathan Halimi: 'Mia madre Sarah morta per odio'
Intervista di Anais Ginori

Testata: La Repubblica
Data: 23 maggio 2022
Pagina: 26
Autore: Anais Ginori
Titolo: «'Mia madre Sarah morta per odio'»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 23/05/2022, a pag.26, con il titolo 'Mia madre Sarah morta per odio', l'intervista di Anais Ginori.

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Anais Ginori

Chiediamo giustizia”: Yonathan Halimi a Roma nel ricordo della madre Sarah
Yonathan Halimi

«Non vogliamo arrenderci, non possiamo arrenderci ». L’appello di Yonathan Halimi arriva forte e chiaro a cinque anni dall’assassinio di sua madre Sarah Halimi, la donna ebrea di 65 anni brutalmente assassinata a Parigi da un suo vicino di casa, Kobili Traoreé, un giovane musulmano originario del Mali. Il figlio della vittima sarà oggi a Roma per portare anche in Italia la sua battaglia di civiltà. Un anno fa, infatti, la corte di Cassazione francese ha accolto l’istanza della non punibilità di Traoré, sulla base di un articolo del codice penale che stabilisce la non perseguibilità di chi soffra, al momento del delitto, il 4 aprile 2017, di un disturbo psichiatrico. L’assassino di Halimi non aveva mai manifestato disturbi psichiatrici in precedenza ma secondo i magistrati sarebbe stato in preda a una crisi psicotica dovuta all’uso di sostanze stupefacenti, in particolare di hashish. «È una decisione incomprensibile, significa che chiunque voglia commettere efferati crimini può fumare hashish con la garanzia dell’impunità», commenta Yonathan Halimi che stasera parteciperà al dibattito presso il centro bibliografico dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, a Roma, su invito della presidente Noemi Di Segni. La matrice antisemita del delitto era stata accolta dai tribunali francesi. Traoré, uomo con precedenti penali e frequentatore di una moschea vicina a frange islamiste radicali, aveva infatti sequestrato, picchiato e infine defenestrato l’ex insegnante in pensione al grido di Allahu akbar.

Una commissione d’inchiesta in parlamento ha evidenziato numerose défaillance durante le indagini. «La polizia ha tralasciato molti indizi che mostravano la premeditazione e non è neppure stata fatta una ricostituzione del crimine come di solito avviene in questi casi », racconta Halimi convinto che la giustizia francese non abbia fatto correttamente il suo lavoro. Le zone d’ombra nella macchina dello Stato sono tali che qualcuno parla di un nuovo affaire Dreyfus, lo scandalo giudiziario di fine Ottocento nel quale il capitano ebreo francese fu ingiustamente condannato per alto tradimento. Il timore di alcuni è che ancora oggi ci possano essere reti omertà e protezioni tra le massime autorità pubbliche. «Sono deluso dalla Francia», confida Yonathan Halimi che quasi vent’anni fa si è trasferito in Israele,raggiunto dalle due sorelle dopo l’assassinio della madre. La famiglia ha anche pensato di presentare una denuncia in Israele per cercare di ottenere un processo, il diritto penale israeliano può applicarsi ai crimini antisemiti commessi all’estero e denunciati da un cittadino israeliano, ma la Francia non estrada i suoi cittadini. Oltre a condurre la battaglia per ottenere giustizia, Yonathan ha fondato l’associazione benefica Ohel Sarah per continuare a far vivere i sogni della madre, insegnante in pensione che aveva dedicato la sua carriera ai giovani. «Ci occupiamo soprattutto dell’integrazione di bambini che arrivano dalla Francia, non è sempre facile all’inizio», spiega Yonathan impegnato nella missione con la moglie Esther. «Abbiamo ricevuto solidarietà da tutto il mondo e questo ci scalda il cuore» prosegue il figlio di Sarah, parlando di messaggi arrivati dagli Stati Uniti alla Svizzera, dal Canada al Regno Unito. Il sostegno in Italia non è mancato dall’inizio del caso. «Vengo anche per ringraziare tutti personalmente — dice Yonathan — ogni gesto è importante e serve a mantenere alta l’attenzione».

Anche in Francia, la sentenza della Corte di cassazione ha provocato una forte mobilitazione, con decine di migliaia di persone scese in piazza in molte città per protestare. Francis Khalifat, presidente del Crif (Conseil représentatif des institutions juives de France), che pure sarà oggi a Roma, si è impegnato nella richiesta di far cambiare una norma che deresponsabilizza in modo evidente chi commette crimini anche gravissimi ed efferati, inclusi i crimini d’odio e di matrice terroristica. Per alcune associazioni non bisogna abbassare la guardia in un clima già molto pesante per la comunità ebraica francese oggetto di minacce e violenze. Sarah Halimi viveva da vent’anni a Belleville, quartiere multietnico in cui le tensioni verso gli abitanti di origine ebrea sono andate crescendo, tanto che molti si sono trasferiti in altri quartieri. «Noi le dicevamo di stare attenta, anche se non potevamo certo immaginare che le potesse succedere una cosa così terribile», spiega il figlio che non ha ancora sgombrato l’appartamento della madre, nella speranza che prima o poi ci sia una nuova indagine, più approfondita. Sull’onda delle proteste, Emmanuel Macron ha aperto all’idea di cambiare la legge. «È quello che il presidente ci ha promesso anche quando è venuto in Israele» racconta Yonathan Halimi. «Ma finora — conclude — alle parole non sono seguitii fatti».

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