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La Repubblica Rassegna Stampa
20.03.2022 La scrittrice Katja Petrowskaja: 'I russi non sanno cosa succede a Kiev'
La intervista Wlodek Goldkorn

Testata: La Repubblica
Data: 20 marzo 2022
Pagina: 17
Autore: Wlodek Goldkorn
Titolo: «'I russi non sanno cosa succede a Kiev'»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 20/03/2022, a pag.17 con il titolo 'I russi non sanno cosa succede a Kiev' l'intervista di Wlodek Goldkorn.

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Wlodek Goldkorn

L'intervista. Katja Petrowskaja:
Katja Petrowskaja

Katja Petrowskaja è nata 52 anni fa a Kiev da genitori di lingua russa, di origini ebraiche ed è autrice di un bellissimo libro, Forse Esther, pubblicato nel 2014 (premio Strega europeo 2015) e che Adelphi, in traduzione italiana, sta ristampando in questi giorni. In quel romanzo ricostruisce la memoria di famiglia sullo sfondo della ferocia stalinista e nazista e il sogno incompiuto di una modernità che renda certi valori universali. La raggiungiamo su Skype a casa sua a Berlino.

Lei viene da una dinastia di pedagoghi. In questi giorni ha fatto il giro dei social il video dove la sua anziana madre, da Kiev, fa appello alle insegnanti russe di non cedere alla propaganda di Putin. «Persone che le volevano bene cercavano di convincerla di lasciare la città ma lei si rifiutava. Poi ha ceduto ed è stata portata al sicuro a Budapest con un gruppo di anziani e di madri con neonati. Io ogni giorno faccio la volontaria alla stazione di Berlino per aiutare i profughi. Sono disorientati, spesso è il loro primo viaggio all’estero, non hanno niente, tranne i vestiti che portano addosso. Ecco, sono contenta che mia madre sia partita ma un po’ mi dispiace perché lei per molte persone è…».

Un punto di riferimento? «Non solo questo. Ci stiamo abituando al peggio. Ha presente Bucha, un sobborgo di Kiev? D’estate andavo lì a fare il bagno con amici. Ora è luogo di battaglia. E per quanto riguarda il video di mia madre, lei ha una fiducia assoluta in altri. Da brava pedagoga è convinta che chiunque sia in grado di distinguere fra il Bene e il Male. Questa convinzione è un’arma potente e disarmante».

Però? «In Russia i social sono oscurati. Non so quanti hanno potuto vedere quel video. A dicembre sono stata a Mosca per presentare il mio libro, con la foto di mia madre in copertina. Ero al Memorial, movimento di persone che vogliono ricordare la repressione stalinista e che si oppongono a Putin, tanto che le autorità ne hanno ordinato lo scioglimento».

Parliamo dell’Ucraina. «In Ucraina la gente lotta per un ideale fondamentale: la dignità. Nessuno vuole capitolare, nessuno vuole vivere sotto un regime dispotico. A Kiev fra i miei amici e amiche ci sono persone semplici: fanno i volontari, aiutano i vecchi, distribuiscono le medicine. Il linguaggio della resistenza non ha niente a che fare con l’ideologia o con la retorica della morte in gloria della patria. È un idioma invece che parla della vita. È un sentirsi parte di un corpo solo, però quel corpo è composto da tutti gli individui, nessuna voce scompare. La resistenza è lavoro e fatica. Ed è responsabilità: fare tutto il possibile per aiutare gli altri».

Lei ha scelto di essere ucraina. «Che vuol dire? Io sono nata a Kiev». Certo, però avrebbe potuto essere scrittrice russa, oppure emigrare in Israele. «Sono felice di non essere oggi nella situazione di una scrittrice russa. Sono nata a Kiev, ho vissuto alcuni anni a Mosca e ho scelto Berlino, nel 1999. Ho lasciato Mosca perché, già allora, ero spaventata dal ritorno della retorica di stampo sovietico. Ho fatto una buona scelta. Però ho solo il passaporto ucraino. Forse l’ho tenuto per orgoglio, forse per inerzia. Ho sposato un tedesco, avrei potuto prendere la cittadinanza ma volevo vivere da ucraina in Germania. Ma credo che sarebbe opportuno parlare di come fermare la guerra e non del mio passaporto».

E allora, come fermarla? «Non ho le competenze sul piano delle strategie militari. Posso solo dire che non dobbiamo temere Putin, altrimenti non si fermerà più, convinto come è che tutto l’Occidente sia suo nemico. Credo chi si debba accelerare e inasprire la messa in opera delle sanzioni e non attendere un’ulteriore escalation della violenza. Ma la cosa che più mi preme è riuscire a dare informazione ai russi: trovare modi per aggirare l’oscuramento dei siti internet».

Tanti fra gli scrittori e pensatori russi venivano da Kiev. In Ucraina si parlavano almeno due lingue, le identità erano fluide. Una ricchezza. È possibile salvarla? «Le parlo da ucraina di madrelingua russa e di origini ebraiche. Il novanta per cento dei profughi dell’Ucraina orientale che incontro parla il russo. Il nostro russo è più russo di quello di Putin perché il suo regime fa cattivo uso delle virtù della letteratura russa e abusa della memoria della Seconda guerra mondiale. Non so come la cultura russa saprà fare i conti con tutto questo. Ma il conflitto non è etnico né ha come oggetto la questione dell’idioma. Detto questo, sono convinta che finirà con la vittoria dell’Ucraina, anche se non so quanto durerà questa guerra e in quale forma. Ma la vittoria non è una parola eroica. Non è sacrificio per la Patria, è adoperarsi con tutti i mezzi possibili, per la pace e per la libertà».

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