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La Repubblica Rassegna Stampa
11.01.2022 Nicola Chiaromonte, un grande dimenticato
Analisi di Filippo La Porta

Testata: La Repubblica
Data: 11 gennaio 2022
Pagina: 29
Autore: Filippo La Porta
Titolo: «Chiaromonte. Uno straniero in patria»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 11/01/2022, a pag. 29, con il titolo "Chiaromonte. Uno straniero in patria", l'analisi di Filippo La Porta.

Filippo La Porta | Fazi Editore
Filippo La Porta

Lo spettatore critico. Politica, filosofia, letteratura - Nicola Chiaromonte  - Libro - Mondadori - I Meridiani | IBS
La copertina (Mondadori ed.)

È tristemente inspiegabile come Nicola Chiaromonte, uno dei più grandi intellettuali del secolo scorso, maestro riconosciuto di un circolo newyorchese nel dopoguerra (che annoverava tra gli altri Hannah Arendt), guida involontaria di Solidarnosch in Polonia e direttore con Silone di Tempo presente negli anni ’50 (una rivista magnifica per qualità della riflessione e dei collaboratori), sia pressoché sconosciuto. Nel necrologio del 1972 Paolo Milano auspicava il giorno in cui la sua figura «avrà uno spicco luminoso fra quelle dei migliori e massimi italiani del nostro tempo». Ma intanto è più utile capire le ragioni di tale rimozione, e lo faremo anche con l’aiuto di questo attesissimo Meridiano Mondadori a lui dedicato — Lo spettatore critico. Politica, filosofia, letteratura — , duemila pagine scelte tra i suoi scritti sparsi e irreperibili, curate da Raffaele Manica, che vi ha premesso una esaustiva, eccellente introduzione.

Chiaromonte, lucano (Rapolla, 1905 — Roma, 1972), che partì volontario per la Guerra Civile spagnola, e che oltre a fondare la importante rivista cui si è accennato scrisse di teatro sul Mondo e sull’ Espresso , aveva alcune caratteristiche — di formazione culturale (suoi maestri Caffi e Salvemini, suoi costanti riferimenti Platone e Tolstoj), di stile di pensiero e di scrittura — che ne fanno uno “straniero” in patria, un esiliato interno. A ben vedere non poteva piacere ai letterati perché la sua prosa, di straordinaria limpidezza e energia argomentativa, non appariva abbastanza rifinita; ai politici perché “ontologicamente” inappartenente, dunque inaffidabile (l’area di Terza Forza, schiacciata tra Dc e Pci, è stata sempre screditata); ai filosofi perché antisistematico e antigergale (ogni volta ragiona su un tema come se fosse la prima volta); agli studiosi perché il suo uso etico-conoscitivo dei classici, alieno da ogni pedanteria filologica, riesce a farli “parlare”; ai laici per la sua apertura al sacro; ai cattolici perché considerava il gesuitismo la causa della corruzione del nostro paese; a chi teorizza le minoranze virtuose perché la contraddizione passa entro ciascuno di noi tra individuo — autonomo, responsabile — e uomo-massa, acritico e conformista; agli euforici cultori del pop perché ogni mattina traduceva 20 righe da Eraclito o da Sofocle e pensava che occorre ripartire dalla fonte greca; ai comunisti perché non ne dimentica mai la vocazione totalitaria; e infine agli appagati laudatori dell’esistente perché vedeva in Occidente la tirannia — non minore di quella sovietica! — della tecnologia, del razionalismo totalitario, della mercificazione della vita.

L’unico impegno al centro del pensiero di Chiaromonte è combattere «ciò che ci sembra falso e ingiusto, senza compromessi né attenuazioni liberali». Pensiamo all’amicizia con il sodale Camus, che scriveva nel ’57: «Chi dice che il cielo è azzurro quando invece è grigio, prostituisce le parole e prepara la tirannia...», aggiungendo che quella ungherese era una rivolta per la libertà, nient’affatto fascista, come dicevano i comunisti. Vi sembra una formulazione troppo ingenua della questione della verità? Tonalità dominante del carteggio tra Nicola Chiaromonte e Albert Camus — In lotta contro il destino. Lettere 1945-1959 (Neri Pozza, traduzione di A. Folin, cura di S. Novello) — è una passione irriducibile per la verità, al di là di ogni calcolo di opportunità. Leggendolo sentiamo Chiaromonte e Camus a noi sia distanti che prossimi. Distanti perché vivevano in un’epoca dove schierarsi appariva più facile (non perciò meno rischioso): il potere totalitario era inequivocabile, l’identificazione con gli oppressi risultava lineare. Oggi, che «il brutto è bello, e il bello è brutto» (Macbeth) perfino gli oppressi sono meno identificabili: tutti vogliono mostrarsi vittime! Prossimi perché nello smarrimento liquido della modernità l’unica risposta viene ancora dall’individuo, indocile e fraterno, da ciò che in lui si sottrae alle ideologie e all’«assurdo della Storia».

Non solo critico sociale ma diagnosta di civiltà: quando Chiaromonte recensisce Pirandello e Beckett o commenta una terzina dantesca o si interroga sulla violenza o ragiona sul romanzo ci invita a riflettere sulle radici della nostra civiltà. E auspica che questa civiltà — minata dall’ammirazione per la forza e dalla «egomania» (che riduce il mondo a «sfogo dell’io» e nega quanto in esso vi è di «intimo, indicibile, arcano»), possa ritrovare un senso del limite. Non si tratta di un appello moderato. E anzi da Chiaromonte e da Camus apprendiamo la possibilità di un pensiero radicale che non smarrisce il senso della misura, consapevole che la realtà è mutevole e non modificabile ma che non accetta la logica del fatto compiuto (della realtà fanno parte anche i nostri ideali). Chiaromonte, provvisto di senso del teatro, riteneva che in Italia si possono indossare tutte le maschere, ma con una eccezione: «c’è posto per il Fanatico, e per il Cinico. Solo chi vuol essere se stesso ne resta escluso: l’eretico». Flaiano, grande amico ed estimatore, gli scrisse che la sua solitudine era la propria: «due solitudini fanno già un baluardo». Il Meridiano di Chiaromonte si rivolge alla “solitudine” di quei lettori che aspirano — semplicemente — a essere se stessi.

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