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I musulmani sono infelici nei paesi in cui vivono, in uno solo sono felici, quale? (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


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La Repubblica Rassegna Stampa
24.12.2021 Il Bataclan e il volto del terrorismo islamico
Analisi di Emmanuel Carrère

Testata: La Repubblica
Data: 24 dicembre 2021
Pagina: 7
Autore: Emmanuel Carrère
Titolo: «Bataclan. Quei canti prima delle stragi»

Riprendiamo dalla REPUBBLICA Robinson di oggi, 24/12/2021, a pag. 7, con il titolo "Bataclan. Quei canti prima delle stragi", l'analisi di Emmanuel Carrère.

Il narcisismo come cura: come Emmanuel Carrère ha trovato un antidoto alla  depressione | Wired Italia
Emmanuel Carrère

1. Far cadere la T E' l'obiettivo degli avvocati i cui clienti sono imputati di associazione per delinquere con finalità di terrorismo. Far cadere la T di terrorismo permetterebbe di ricondurre il loro capo di imputazione all'associazione per delinquere semplice, che implica pene molto meno severe. In questi ultimi giorni dell'anno, prima che il processo faccia una pausa di due settimane, si è girato parecchio intorno al famoso caffè Les Béguines, quello che gestiva Brahim Abdeslam a Molenbeek. Chi lo frequentava? Più o meno tutta la banda, chi come cameriere, chi come spacciatore, chi come semplice avventore (molti tutte e tre le cose assieme). Che succedeva lì dentro? Si guardavano dei video dello Stato islamico? Sì: Brahim li faceva girare a ciclo continuo sul suo computer, abbassando il monitor quando capitava che entrasse un fiammingo. Ma gli altri? Li guardavano anche loro? C'erano — secondo la terminologia usata dagli investigatori belgi — delle «sessioni di visione» di quelle immagini atroci, come il pilota giordano bruciato vivo nella sua gabbia? Come Abdelhamid Abaaoud, amico d'infanzia di tutti loro, che rideva al volante della sua 4x4 mentre trascinava nella polvere siriana un grappolo di cadaveri? Ragazzi come Mohamed Amri, Hamza Attou, Ali Oulkadi, che alle Béguines spacciavano e ogni tanto davano una mano in sala, si sedevano in cerchio intorno al computer, in comunione religiosa di fronte a quello spettacolo, come evoca l'espressione «sessioni di visione» e come cerca di stabilire la pubblica accusa? Oppure facevano il loro lavoro dietro il bancone lasciando errare sulla superficie dello schermo quello sguardo indifferente e un po' snervato con cui le persone che non amano il calcio guardano una partita di calcio, come sostengono i loro avvocati difensori? Erano criminali per contiguità, come altri sono vittime di riflesso? Un'altra domanda, gravida di conseguenze per loro: scendevano mai nella cantina? È nella cantina che Brahim si rinchiudeva per fare lunghe discussioni attraverso Viber o Skype con Abaaoud, che a Raqqa stava cominciando a organizzare gli attentati. Se l'accusa riesce a dimostrare che lo raggiungevano in cantina, sono belli e fregati: nessuna speranza di far cadere la T, per loro.

2. «Glielo abbiamo chiesto» Dopo gli attentati, gli investigatori belgi perquisirono le Béguines con una tabella di marcia ben precisa. In uno degli «appartamenti cospirativi» utilizzati da Salah Abdeslam nel corso della sua latitanza venne ritrovata una forchetta con tracce di Dna di Ali Oulkadi. Un dettaglio che lo inchioda, ma i suoi difensori hanno sostenuto che sicuramente quella forchetta veniva dalle Béguines, dove tutti maneggiavano le posate. Gli investigatori quindi portarono a termine la loro missione sequestrando e mettendo sotto sigilli 31 forchette, la cui analisi non rivelò nulla di particolarmente significativo. E poi se ne ritornarono a casa loro. Il verbale indica che la perquisizione di quel caffè da dove erano stati organizzati tutti gli aspetti logistici degli attentati durò in tutto e per tutto quindici minuti. Il poliziotto belga venuto a renderne conto (venuto è una parola grossa considerando che testimoniava da Bruxelles, in videoconferenza e con la faccia oscurata) ha avuto un momento di difficoltà, soprattutto quando gli è stato chiesto perché la sua squadra non avesse avuto la curiosità di scendere nella cantina: «Ah, c'era una cantina?». Un paio di giorni dopo, un altro investigatore belga, pure lui con la faccia oscurata. I suoi, nella primavera del 2015, avevano interrogato Brahim, sospettato di progetti terroristici. E poi l'avevano rilasciato. «Perché?». «Perché», risponde il poliziotto, «niente nel suo interrogatorio lasciava ritenere che avesse dei progetti terroristici». «Ma», chiede stupito il presidente del tribunale, «su quali basi siete giunti a questa conclusione?». «Be', glielo abbiamo chiesto».

3. Anashid Gli anashid erano dei canti religiosi sufi, espressione della più alta spiritualità musulmana, il canto gregoriano dell'islam. Oggi questo termine viene usato anche per designare inni jihadisti, con parole come queste: Bastoniamo la Francia, è tempo di umiliarla. Ci vuole sofferenza e migliaia di morti. Questo anashid, in francese e in rime alternate, fu composto, interpretato e diffuso dai fratelli Fabien e Jean-Michel Clain da Raqqa per celebrare il massacro di Charlie-Hebdo. Figure storiche del jihadismo francese, responsabili della propaganda dello Stato islamico, sono morte con ogni probabilità nel momento della sua disfatta, nel 2019, ma non essendoci la certezza sono stati inclusi, in contumacia, fra gli imputati del processo. Abbiamo passato due giorni a ripercorrere la loro storia, che comincia nel 1999. Famiglia cattolica dell'Orne, in Normandia: la madre è catechista, i ragazzi ciondolano in giro, spacciano e rappano in un quartiere di case popolari di Alençon. La sorella Anne-Diana, che testimonia dalla sua cella di prigione, li descrive animati da un vivo desiderio di spiritualità. Cercano un senso alla vita, non lo trovano nella Bibbia. Il prete di Alençon non ha niente da offrirgli. Qualcuno gli parla del Corano e lì avviene il miracolo: nel giro di quindici giorni si convertono tutti, la catechista in testa. Versione hard dell'islam: le pareti dell'appartamento si ricoprono di foto della Mecca, vengono appesi al soffitto dei tendaggi per dividere le stanze in due, una parte per gli uomini e una per le donne. Queste ultime portano il burqa, che è ancora poco diffuso all'epoca e procura alla famiglia, nelle vie di Tolosa dove si sono trasferiti, il soprannome "la banda dei Belfagor". Tolosa, come la regione di Charleroi in Belgio, è una delle culle del salafismo europeo, è da lì che viene Mohamed Merah, la cui famiglia è vicina a quella dei Clain. I fratelli sono bravi parlatori, sinceri, carismatici, soprattutto Fabien: nel giro di un quarto d'ora, questo colosso caloroso e ridanciano vi convince che Allah vi ama ed è la risposta a tutte le domande che vi ponete, a tutte le infelicità di cui vi lamentate. Comincia la guerra in Siria e Jean-Michel va laggiù; prima lui, dopo Fabien e poi tutta la tribù: la madre, la sorella, la nipote Jennifer, che testimonia anche lei dal carcere. Una testimonianza agghiacciante: tutta una vita votata all'islam radicale, senza aver mai avuto la possibilità di scegliere. Jennifer ha lasciato la scuola a 14 anni e a 15 sua madre e i suoi zii l'hanno fatta sposare a un salafita di Bayonne della stessa età, che le farà fare cinque figli in rapida successione. «In Siria», dice Jennifer, «non andavamo per la guerra, ci andavamo per costruire un Paese, per crescere i nostri figli, per vivere la nostra religione in terra d'islam e non di miscredenza. Io non vedevo Daesh come un'organizzazione terroristica». Descrive Raqqa sotto lo stendardo nero dell'Isis: il mercato degli schiavi, le esecuzioni sulla pubblica piazza, diffuse su maxischermo. «La gente approvava queste cose?». «Tutte le persone che erano laggiù approvavano. E se non approvavano non lo dicevano, era troppo pericoloso». «Cos'è che l'ha spinta a lasciare Daesh? Questi soprusi? Il pilota giordano? Gli uomini decapitati con il coltello, le mani legate, lentamente?». «No, quelle cose non mi davano nessun problema. Le trovavo assolutamente normali». «Che cosa facevano lì dentro, i suoi zii?». «Facevano musica. Jean-Michel cantava e Fabien credo che fosse tecnico del suono...». Un altro anashid dei Clain, per rivendicare gli attentati del 13 novembre: Avanza, avanza. Senza mai indietreggiare, mai capitolare. Avanza, avanza guerriero invitto, con la spada in mano uccidili, uccidi i soldati del demonio senza esitazione, falli sanguinare fin nelle loro case. Non aver paura di nulla corri dritto verso la felicità, il campo di battaglia e il campo dell'onore. Chiunque si oppone alla shari'a è perduto, anche se sostiene di praticare la virtù. Allora taglia le teste dell'ignoranza, taglia le teste dei soldati dell'errore. In questa guerra hai tutto da guadagnare, un bel giorno il tuo sudore e il tuo sangue testimonieranno. Battiti fino all'incontro con l'onnipotente, correndo verso la tua preda come un leone che ruggisce.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

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