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La Repubblica Rassegna Stampa
28.11.2021 Ebrei di Libia: una storia dimenticata
Cronaca di Lara Crinò

Testata: La Repubblica
Data: 28 novembre 2021
Pagina: 36
Autore: Lara Crinò
Titolo: «Ridiamo una storia agli ebrei di Libia»

Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 28/11/2021, a pag.36 con il titolo 'Ridiamo una storia agli ebrei di Libia', l'analisi di Lara Crinò.

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Lara Crinò 

Ridiamo una storia agli ebrei di Libia - la Repubblica

«Nel 2002 mi serviva il certificato di nascita di mia madre, perché potesse rinnovare il passaporto. Ho chiesto aiuto all’ambasciata italiana a Tripoli. Così abbiamo scoperto che in un ospizio della città c’era una donna con il suo stesso cognome. Era una sua cugina, che pensavamo fosse morta. Era l’ultima ebrea rimasta in Libia. Ho scritto a Gheddafi, mi hanno concesso un visto umanitario e sono andato a trovarla. Era chiusa nel silenzio, in una sorta di letargia psichica. Quando sono arrivato le ho parlato ma non ha mostrato nessuna reazione. Solo quando siamo rimasti soli ho tirato fuori dalla camicia la mia medaglietta con la stella di David e gliel’ho messa al collo. Lei ha alzato la testa, mi ha chiesto in arabo che cos’era, mi ha chiesto chi ero, di chi ero figlio. Non vedeva la sua gente da quarant’anni. E mi ha detto portami via, non posso essere sepolta qui, perché hanno distrutto i nostri cimiteri». In questo ricordo, che lo psicanalista David Gerbi evoca nel suo studio romano di Trastevere mentre racconta come è nato l’impegno per salvaguardare la memoria della sua comunità, c’è in nuce la storia degli ebrei di Libia nel Novecento: minoranza antichissima in quella terra, costretta alla diaspora e all’esilio da una discriminazione sempre più manifesta, da pogrom e uccisioni, fino alla fuga definitiva dal Paese nel 1967, dopo la vittoria di Israele nella Guerra dei sei giorni.

Non sono rimasti ebrei in Libia, le loro proprietà sono state confiscate dal governo libico alla fine degli anni Sessanta e sui cimiteri sono state volutamente costruite autostrade, edifici, pompe di benzina. Non esiste più un luogo dove pregare per i propri morti. Ed è per questo che uno degli obiettivi del convegno internazionale che si svolge a Roma fino al 5 dicembre, dal titolo Storie di rinascita: gli ebrei di Libia, è proprio restituire virtualmente a chi è partito uno spazio dove ricordare i propri defunti. Organizzato da Astrel, l’associazione per la salvaguardia e la trasmissione del retaggio degli ebrei di Libia, di cui Gerbi è presidente, il convegno vedrà la presentazione del sito con una ricostruzione virtuale dei cimiteri dissacrati in Libia e la possibilità per i discendenti di aggiungere i nomi dei propri parenti sepolti laggiù; al cimitero romano del Verano verrà posta l’anno prossimo una lapide con gli stessi nomi. Ma sarà soprattutto un’occasione, attraverso i tanti testimoni che parteciperanno ai lavori, di dare volto e voce a un pezzo di storia che si è incrociata più volte con quella d’Italia. Come spiega lo storico Maurice Roumani, autore di Gli ebrei di Libia. Dalla coesistenza all’esodo (Castelvecchi) che è tra gli ospiti del convegno e che ha fatto della vicenda degli ebrei nei paesi arabi il focus della sua carriera accademica, dagli Stati Uniti all’università Ben-Gurion, il rapporto della minoranza ebraica col potere nelle terre libiche conobbe nei secoli un andamento altalenante. «Se sotto gli ottomani gli ebrei erano soggetti a discriminazioni rispetto ai musulmani, dalle tasse a uno status inferiore, l’arrivo degli italiani nel 1911 sancì la loro emancipazione e l’integrazione nella nuova colonia. Pur restando legati alle loro tradizioni, gli ebrei si europeizzarono; per questo le leggi razziali del 1938, imposte anche nella colonia, furono un colpo durissimo». Il primo di una serie: allo scoppio della Seconda guerra mondiale gli ebrei libici con passaporti inglesi e francesi vennero considerati traditori. Deportati in Italia e nei territori francesi d’Oltremare, molti finirono nei lager; chi rimase fu preso di mira dalle autorità italiane, come racconta uno dei sopravvissuti che interverrà a Roma, Moshe Labi, con deportazioni nei campi libici, razzie, minacce di morte. Coloro che dopo il conflitto tornarono in Libia non si trovarono però al sicuro: «l’Amministrazione Militare Britannica che si instaurò nel 1943 non fu migliore» spiega ancora Roumani, ricordandone l’incapacità di difendere gli ebrei dai pogrom arabi (nel 1945 a Tripoli, con 130 morti, poi nel 1948).

Un clima di terrore che spinse molti a emigrare; tra il 1949 e il 1951, il 90% dei circa 36 mila ebrei di Libia scelse di andare in Israele. Chi rimase, per necessità familiari o motivi economici, si rese conto che le promesse fatte dalla nuova monarchia instauratasi nel 1951 venivano disattese: gli ebrei non potevano frequentare l’università, le scuole ebraiche erano chiuse (molti studiarono infatti in scuole italiane) il panarabismo rendeva la loro posizione sempre più precaria. Ascoltando le tante interviste, oltre 50, che David Gerbi ha realizzato a chi allora era bambino o ragazzo (visibili su www.astrel.org e su youtube, sono parte del patrimonio del Museum of the Jewish People di Tel Aviv), e che in questi giorni interverrà al convegno, c’è una nota comune: il crescendo di abusi che portò alle violenze del 1967. La guerra dei Sei giorni e la vittoria di Israele scatenarono la furia popolare: le grida della folla nelle strade dei quartieri ebraici, i portoni dati alle fiamme, i parenti rapiti, uccisi, scomparsi. Fino ai ponti aerei e via nave verso l’Italia che tra giugno e luglio di quell’anno trasportarono gli ebrei libici in salvo. Da quel momento inizia un’altra storia: di esilio, di nostalgia, ma anche di rinascita. Chi è fuggito – con “una valigia di cartone e 20 sterline”, ricordano tutti, perché così dettava il governo libico – si è ricostruito una vita. Integrandosi nel Paese che l’ha accolto, Italia, Stati Uniti, Israele, e talvolta tacendo su quella tragedia. Ora invece molti progetti di Astrel sono per i ragazzi delle scuole. Perché passare il testimone serve anche a questo. A curare le ferite dei profughi, a non far scomparire la loro storia nel buio dei drammi del XX secolo.

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