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Il popolo palestinese non esiste (a cura di Giorgio Pavoncello)


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La Repubblica Rassegna Stampa
22.11.2021 Issawi Frej, ministro musulmano nel governo israeliano: 'L'integrazione è possibile'
Lo intervista Sharon Nizza

Testata: La Repubblica
Data: 22 novembre 2021
Pagina: 1
Autore: Sharon Nizza
Titolo: «Issawi Frej, ministro musulmano nel governo israeliano: 'L'integrazione è possibile'»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA online di oggi, 22/11/2021, l'intervista di Sharon Nizza dal titolo "Issawi Frej, ministro musulmano nel governo israeliano: 'L'integrazione è possibile' ".
 
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Sharon Nizza

Israele, ministro arabo Frej:
Issawi Frej

Kfar Qassem - Un monumento nel centro della cittadina araba nel centro d'Israele ricorda le 49 vittime uccise dalla polizia chiamata a fare rispettare un coprifuoco di cui la popolazione non era stata aggiornata per tempo: fu il massacro di Kfar Qassem, nel 1956. "A 18 anni mi iscrissi all'università a Gerusalemme. Fino ad allora conoscevo solo la tragedia della mia famiglia, la sofferenza del popolo palestinese. Lì ho incontrato per la prima volta ebrei, ho scoperto che avevamo molto in comune. È stata una svolta". Nipote di un sopravvissuto al massacro, oggi Issawi Frej, 57 anni, è il ministro per la Cooperazione Regionale, il secondo ministro musulmano nella storia d'Israele, dopo dieci anni passati all'opposizione con la sinistra di Meretz, uno degli otto partiti che forma l'eterogenea coalizione di Naftali Bennett che a giugno ha messo fine a 12 anni consecutivi di governi Netanyahu.

Che cosa significa essere un ministro musulmano nello Stato ebraico? "In Israele vivono 2 milioni di arabi, palestinesi del '48 li chiamiamo noi. Come si conciliano le due identità? È come avere due madri: biologica e adottiva. Ti avvicini a quella adottiva e la biologica ti ricorda che è stata lei a portarti al mondo. Aiuti quella biologica, e quella adottiva di dice che sei una quinta colonna, che guardi al passato. Ma io credo che l'integrazione sia possibile proprio in Israele, perché qui quasi tutti hanno una doppia identità e sta a noi capire qual è quella che vogliamo fare prevalere. Ci unisce un destino comune".

Fino a che non ci si trova di fronte al voto per approvare una guerra con Gaza... "La vita è piena di decisioni difficili. Israele è il mio Stato e io sono parte del popolo palestinese. È un dilemma. Ma bisogna guardare le cose dalla giusta angolazione. Prima di tutto, il mio Stato, di cui sono un rappresentante pubblico. E ogni Stato ha il diritto di difendersi. Ma come politico, il mio compito è costruire le alternative all'opzione militare".

Recentemente ha incontrato il presidente palestinese Abu Mazen. Esiste un'alternativa al prossimo scontro? "Meretz ha una missione all'interno di questo governo: vigilare perché la soluzione a due Stati rimanga in vita. Siamo qui per migliorare il presente, rafforzare la cooperazione sulla quale si fonda l'avanzamento di una soluzione politica".

E con Gaza? "Le probabilità di un nuovo scontro con Gaza sono inferiori a quelle di un non-scontro. Non è nel loro interesse. Negli ultimi mesi abbiamo aumentato i permessi di lavoro in Israele, inclusi nell'high tech per la prima volta, esteso la zona di pesca e l'entrata di beni attraverso i valichi. In tutti i vertici alla luce del sole degli ultimi mesi, non solo con Abu Mazen, ma anche tra Bennett e al-Sisi e Re Abdullah, la questione di Gaza e dei palestinesi è parte fondamentale. E finché si parla è un ottimo segno".

Come si muove Meretz in questo governo con una forte presenza della destra nazionalista? "Per 22 anni Meretz è stata fuori dai governi, era il momento di influenzare da dentro. Ogni componente di questa coalizione congela parte dei suoi sogni: Bennett l'annessione, noi i due Stati. Questo non significa tacere: il mio compito è trovare le strade per avvicinare israeliani e palestinesi, ripristinare il dialogo. Se guardiamo agli ultimi dieci anni caratterizzati dal blocco delle visite ministeriali di alto livello, qui c'è una novità".

Gli Accordi di Abramo possono aiutare la causa palestinese? "Gli Accordi sono un dato di fatto e ne beneficerà anche la causa palestinese, che per anni era caduta nell'oblio ed è riemersa proprio quando sono subentrate le nuove alleanze".

Che bilancio fa a un anno dagli Accordi? "Si sono create sinergie a ogni livello: turismo, commercio, agricoltura, cooperazione scientifica, energie rinnovabili. E anche una consapevolezza popolare che cambia la percezione della società civile. Sto lavorando per rafforzare queste alleanze perché possano rappresentare un modello vantaggioso per chi ci guarda, e sono in molti. Tunisia, Algeria devono poter dire: questi accordi sono un modello che ci conviene adottare, una win-win situation. E questo implica anche fare dei passi con i palestinesi".

E quelli che state facendo sono soddisfacenti per i Paesi arabi? "Non c'è dubbio e ci porteranno ad aperture che non abbiamo visto prima con più di uno Stato arabo. Oggi abbiamo rapporti alla luce del sole con sei Stati arabi. Ma sottobanco ce ne sono tanti altri. Io dico che in un anno vedremo i frutti".

Voli diretti Tel Aviv - Mecca? "È un grande sogno che spero riusciremo a realizzare nella nostra cadenza. Non è così distante dalla realtà, se ci ricordiamo che prima della pace con la Giordania, i pellegrini musulmani da Israele viaggiavano per Mecca via Amman. E ora i voli per Dubai sorvolano l'Arabia Saudita, senza accordo...".

C'è chi dice che se Trump e Bibi fossero stati rieletti, Riad avrebbe aderito agli Accordi di Abramo e non ci sarebbe stato il riavvicinamento che vediamo ora con l'Iran. "Speculazioni. L'Arabia Saudita ha uno status speciale nel mondo arabo. Ci vuole tempo. La minaccia iraniana ha un peso molto rilevante negli equilibri regionali, lavoriamo per minimizzarla e includere quanti più Paesi in questo sforzo. Noi e i sauditi non siamo nemici, aldilà dell'Iran".

Perché gli Emirati non aiutano Gaza subentrando al ruolo del Qatar? "Gli emiratini vogliono dare aiuti concreti, non puro assistenzialismo che alimenta disoccupazione e miseria. Stiamo lavorando insieme alla realizzazione di aree industriali intorno alla Striscia, come il Parco Arazim, che offrano opportunità professionali, aiuto concreto per dare alla gente di Gaza un orizzonte".

Come riassume i primi mesi del governo Bennett? "Tutti dicevano: otto partiti ai poli opposti non reggeranno e invece ci stiamo affermando come il governo del cambiamento: abbiamo stabilizzato il sistema, approvato la finanziaria dopo tre anni, contenuto la quarta ondata Covid senza lockdown. C'è il disgelo con i palestinesi. È la prima coalizione che include un partito arabo. La strada è ancora in salita, ma il bilancio è positivo".

Avrebbe mai pensato di sedere nello stesso governo con Lieberman e Bennett? "No."

Com'è? "È la politica. Fare parte della coalizione ha un prezzo. Come Meretz, la condizione è che il prezzo non cancelli la nostra identità e dai nostri ministeri (oltre al suo, Salute e Ambiente, ndr) riusciamo a controbilanciare. Sulla questione palestinese, che è il nodo centrale su cui siamo divisi, non vedo Bennett fare un cambiamento drastico che porti a una ripresa dei colloqui di pace per una soluzione politica. Ma dà pieno sostegno ai nostri passi di riavvicinamento a livello civile ed economico".

Che cosa pensa di Mansour Abbas (leader del partito islamista Ra'am)? "Entrambi crediamo che Israele sia il nostro Stato, ma Mansour viene da un approccio religioso, più simile a quello dei haredim. Aderendo al governo, ha fatto un passo storico di cui si parlerà ancora molto: ha dato la legittimazione alla minoranza araba di essere parte dello Stato a ogni livello, ha rotto un tabù. Credo sia la strada vincente che la maggior parte dei cittadini arabi d'Israele auspica. Ma come per gli Accordi di Abramo, anche qui quello che farà la differenza saranno i risultati sul campo".

E ha speranza? "Se non l'avessi, non sarei qui".

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