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La Repubblica Rassegna Stampa
04.11.2021 Così è cresciuto l’odio per Israele: il libro di Fiamma Nirensten
Recensione di Gianni Vernetti

Testata: La Repubblica
Data: 04 novembre 2021
Pagina: 27
Autore: Gianni Vernetti
Titolo: «Così è cresciuto l’odio per Israele»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi 04/11/2021, a pag. 27, con il titolo "Così è cresciuto l’odio per Israele" la recensione di Gianni Vernetti.

A destra: la copertina

Immagine correlata 
Gianni Vernetti

Fiamma Nirenstein ha scritto il libro Jewish Lives Matter nei giorni successivi all’ennesima aggressione subita da Israele con il lancio di migliaia di razzi dalla striscia di Gaza verso la popolazione civile, lo scorso mese di maggio. Un libro scritto “di getto” a Gerusalemme, fra una sirena e una corsa al più vicino rifugio. Il titolo è efficace e mette in chiaro, fin dalle prime battute, che la tragedia dell’antisemitismo, che ha profondamente segnato tutto il Novecento, non solo non è conclusa, ma si è evoluta ed è mutata in qualcosa di nuovo, insidioso e pericoloso. Per prima cosa l’antisemitismo si è definitivamente sovrapposto all’antisionismo: l’odio per gli ebrei è diventato odio sistematico per lo stato di Israele, che, per i suoi crescenti detrattori, non solo non ha diritto di difendersi e di vivere in sicurezza, ma non ha diritto di esistere. Fiamma Nirenstein coglie però un passaggio in più e ci racconta di come l’antisemitismo abbia allargato ulteriormente i propri confini: non è più solo prerogativa della residuale sottocultura neo-fascista e neo-nazista (mai scomparsa però e che riemerge nella goffaggine sciagurata di quel candidato a sindaco di Roma che ci ha tenuto a farci sapere che ricordiamo troppo la Shoah solo perché gli ebrei controllano la finanza mondiale…), ma neanche più soltanto programma politico del jihadismo internazionale nelle sue varie declinazioni.

Fiamma Nirenstein - Wikipedia
Fiamma Nirenstein

C’è un passaggio ulteriore che Fiamma Nirenstein è fra i primi a cogliere e svelare: la descrizione di Israele come uno stato “oppressore” nel quale è stato insediato un regime di “apartheid”. Israele come il Sudafrica e gli ebrei i nuovi “suprematisti bianchi” Un “mondo alla rovescia”, dunque, nel quale l’unica democrazia del Medio Oriente diventa uno stato di apartheid e i terroristi di Hamas dei novelli Nelson Mandela. E questa narrazione cancella facilmente la realtà. Si dimentica così in un attimo che Israele è una democrazia compiuta e avanzata, dove la minoranza araba gode di diritti impensabili in qualunque altro stato mediorientale; dove la libertà di stampa, di pensiero e di culto sono le fondamenta di uno stato di diritto, tollerante e aperto; dove la libertà di ricerca scientifica e un innovativo sistema di venture capital lo hanno trasformato in breve tempo in una “start-up nation”. E contemporaneamente si può soprassedere sul fatto che nella striscia di Gaza viga una dittatura islamista e oscurantista, nella quale non c’è spazio per le opposizioni (ben se lo ricordano i dirigenti di Fatah trucidati e costretti alla fuga dopo la presa al potere di Hamas); dove gli omosessuali vengono uccisi a decine e giustiziati in modo sommario, gettati dai tetti dei palazzi di dieci piani a Gaza; dove gli aiuti internazionali vengono utilizzati non per il welfare, l’istruzione, la sanità ma per costruire tunnel sotto gli ospedali e basi di lancio missilistiche nei condomini civili, militarizzando e mettendo a rischio la vita di un’intera popolazione. L’odio antisionista e dunque antisemita diventa, come rileva la Nirenstein, sempre più “intersezionale”: se Israele è uno stato di apartheid e gli ebrei dei “suprematisti” è doveroso, quasi obbligatorio, nel nome della giustizia globale e della tutela universale dei diritti umani, cose ovviamente buone e giuste, battersi contro lo stato di Israele e gli ebrei che vi abitano. Un odio nuovo che si fonda però su tecniche antiche e Fiamma Nirenstein ricorda le “3d” di Natan Sharansky, ebreo dissidente perseguitato in Unione Sovietica e poi fuggito in Israele: la demonizzazione, il doppio standard e la delegittimazione dello stato di Israele. Ma Fiamma Nirenstein coglie anche il fatto che c’è una speranza. E questa prende il nome da Abramo, colui che ebrei, cristiani e musulmani considerano il patriarca del monoteismo. Sì, perché gli Accordi di Abramo siglati fra Israele e diversi paesi arabi (Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan) sono la dimostrazione che c’è una parte di mondo arabo e islamico che vuole chiudere la stagione del conflitto e scommettere su pace, dialogo e sviluppo. E non è una “pace fredda”, come fu quella con Egitto e Giordania: l’entusiasmo in tante capitali arabe e l’esplosione in pochi mesi delle relazioni politiche, economiche, commerciali, turistiche fra i paesi firmatari degli Accordi e Israele, lo dimostrano.

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