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La Repubblica Rassegna Stampa
23.10.2021 Nei lager di Tito
Recensione di Wlodek Goldkorn

Testata: La Repubblica
Data: 23 ottobre 2021
Pagina: 17
Autore: Wlodek Goldkorn
Titolo: «Prigioniere di Tito»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA Robinson di oggi, 23/10/2021, a pag.17 con il titolo 'Prigioniere di Tito' l'analisi di Wlodek Goldkorn.

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Wlodek Goldkorn

La vita nuda - Aleksandar Mandi, Danilo Kiš - eBook - Mondadori Store
La copertina (Mimesis ed.)

Nel 1989, pochi mesi prima della sua scomparsa, Danilo Kis, scrittore jugoslavo — nato da padre ebreo ungherese e madre montenegrina cristiano ortodossa — e che scriveva i suoi meravigliosi libri in una lingua che allora si chiamava serbo-croato, va in Israele (non è la prima volta) per intervistare due donne, non più giovanissime. L'una è Jenny Lebl, l'altra è Eva Panic Nahir. Ambedue, durante la seconda guerra mondiale erano partigiane, per poi, ai primi anni Cinquanta, finire prigioniere di uno dei più orrendi centri di tortura in Europa del Novecento, il lager di Goli Otok, l'Isola Calva. È successo che il leader jugoslavo Josip Broz Tito ruppe con Stalin e così chiunque fosse sospettato di simpatie filo-sovietiche finì incarcerato in quel luogo. Le due interviste sono servite per fare un film, con la regia di Aleksandar Mandic. E ora la trascrizione dei colloqui è stata pubblicata nella traduzione italiana di Alice Parmeggiani e con la postfazione di Bozidar Stanisie, da edizioni Mimesis. Il titolo del volume La vita nuda, a prima vista allude al termine coniato di Giorgio Agamben a proposito dei prigionieri dei lager, ma è un gioco di parole. In serbo e in croato Goli Zivot (la vita nuda), il titolo originale del testo, richiama direttamente il nome del luogo Goli Otok (isola nuda). Ora, il libro è molto interessante per più motivi. Il primo: il valore della testimonianza degli orrori di un regime comunista. Il secondo: è un contributo alla storia delle donne, dal momento che si parla di un lager femminile e dove le comandanti sono donne e la narrazione delle protagoniste è in gran parte concentrata sulle dinamiche fra le donne incarcerate. Il terzo: il ruolo dell'interlocutore. Il quarto: perché mentre Lebl, dopo l'esperienza con Kis, aveva scritto un libro di suo pugno, Panic Nahir, aveva scelto invece di rivolgersi a un altro scrittore, l'israeliano David Grossman, che la ascolto e trasformo la sua narrazione in un bellissimo romanzo su tre generazioni di donne La vita gioca con me (Mondadori). Ambedue le donne avevano avvertito il bisogno di continuare la loro narrazione anche dopo l'esperienza con Kis, perché lo scrittore jugoslavo, aveva, quasi come un terapeuta, sbloccato i loro rispettivi ricordi, scomodi e con momenti di estrema vergogna. E noi possiamo confrontare l'elaborazione — completamente diversa — della stessa memoria da parte di due grandissimi autori. Kis era ossessionato dalla questione di come preservare dall'oblio il ricordo del suo mondo d'infanzia e dell'universo assassinato durante la seconda guerra mondiale, un universo polifonico di persone che in quei paesi che in Italia si ama definire "l'Est" parlavano fin dalla nascita tre o quattro lingue, con le città dove accanto alle sinagoghe sorgevano le chiese di diverse confessioni e anche le moschee, e dove era evidente che ciascuna persona di identità ne possiede diverse, molteplici e sovrapposte. E basti pensare ai suoi Giardino, cenere e Enciclopedia dei morti, per citare due soli potentissimi romanzi, in italiano usciti con Adelphi. Poi, è stato Kis a voler tradurre in serbo-croato i versi di un grandissimo poeta ungherese Miklós Radnóti, ucciso dai nazisti. Ecco, in La vita nuda, o meglio nelle interviste davanti alla telecamera l'autore si pone come una specie di Mercurio, messaggero, traduttore insomma fra il passato delle interlocutrici e il loro presente. E risulta, al lettore, pure un mago della parola. Kis mette la sua parola di scrittore, al servizio altrui. Formula domande laconiche, che sembrane neutre, ma sono insistenti e riportano le due donne a rammentare le situazioni del passato, talvolta a commentarle, in modo che niente resti non detto. Le due storie sono poi montate in parallelo, alla testimonianza di Lebl segue quella di Panic Nahir, e così i singoli frammenti si compongono in una specie di trama da romanzo, salvo che molto è immaginato ma niente inventato. Lasciamo le storie a chi volesse leggere il libro, così come non racconteremo i raccapriccianti episodi di quotidiana ferocia e di studiato sadismo. Il sistema era il seguente: si finiva prigioniere in un modo arbitrario, Lebl per una barzelletta su Tito, Panié Nahir perché non voleva tradire la memoria del marito, eroe della Resistenza, indotto a commettere il suicidio nella cella dei servizi segreti. Nel lager vige un regime per cui sono le prigioniere, quelle "pentite e rieducate", a infliggere le torture alle compagne restie a confessare le colpe vere o inventate e a denunciare i presunti complici. Alla liberazione delle due protagoniste, nessuno chiede scusa e tutti le guardano con sospetto. Meglio quindi andarsene in Israele, come fu suggerito a Lebl da un ufficiale della polizia segreta di Tito, durante il primissimo interrogatorio che lei, autentica patriota jugoslava per la quale l'identità ebraica era solo un dato di nascita e non un fatto ontologico, subiva.

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