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La Repubblica Rassegna Stampa
26.09.2021 Afghanistan, la legge dei talebani: fucilazioni e impiccagioni in piazza
Commenti di Paolo Brera, Gabriella Colarusso

Testata: La Repubblica
Data: 26 settembre 2021
Pagina: 15
Autore: Paolo Brera - Gabriella Colarusso
Titolo: «L’orrore della giustizia talebana. A Herat criminali fucilati e impiccati - In piazza il coraggio delle donne: 'Tradite dal mondo, resistiamo'»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 26/09/2021, a pag. 15, con il titolo "L’orrore della giustizia talebana. A Herat criminali fucilati e impiccati", la cronaca di Paolo Brera; con il titolo "In piazza il coraggio delle donne: 'Tradite dal mondo, resistiamo' ", il commento di Gabriella Colarusso.

Ecco gli articoli:

Paolo Brera: "L’orrore della giustizia talebana. A Herat criminali fucilati e impiccati"

Afghaanse overheid heeft geen verhaal tegen pijlsnelle terreinwinst taliban  | De Tijd

I talebani li hanno uccisi a un posto di blocco, poi hanno appeso i loro cadaveri ai pennoni delle gru nelle piazze principali di Herat, la terza città dell’Afghanistan, in un ventunesimo secolo inciampato nel Medioevo: «Questa è la punizione per i rapitori», hanno scritto sul cartello bianco appiccicato al cadavere di uno di loro, esposto «per ore» agli sguardi dei concittadini come macabro monito a non emulare. Lo avevano annunciato e lo stanno mettendo in atto senza ripensamenti: nonostante le critiche della comunità internazionale, per contrastare la criminalità l’Emirato islamico d’Afghanistan ha adottato la sharia nella sua spietata integralità. Il nuovo passo indietro nel tempo è stato formalmente rivendicato dal mullah Shir Ahmad Ammar, vice governatore di Herat: alle 9,45 di ieri mattina, ha spiegato, quattro malviventi che avevano rapito un uomo d’affari e suo figlio sono stati intercettati a un check point dalle forze speciali dei talebani nel 14esimo distretto, mentre cercavano di lasciare la città. Ne è nato un conflitto a fuoco, i quattro "rapitori" sono stati uccisi e uno dei talebani è rimasto ferito. I rapiti sono stati liberati in perfetta salute, dice. Ma l’operazione di polizia – efficace, seppure sanguinaria - si è trasformata in una barbarie per espressa volontà delle autorità locali dell’Emirato. I quattro cadaveri sono stati portati «in quattro piazze diverse e sono stati lasciati appesi per ore come avvertimento ad altri rapitori», spiega il vice governatore. Eccoli nelle immagini raccapriccianti diffuse sui social dalle fonti di informazione locale, ormai quasi interamente trasferite su internet dopo la stretta sulla stampa operata dagli studenti coranici. Video e fotografie ritraggono la folla accanto ai corpi macchiati di sangue, un orrore a cui sono esposti persino i bambini. I talebani d’altronde aspiravano a questo: la massima pubblicità del loro rigore punitivo. E così hanno scelto luoghi di grande visibilità, dalla porta di Kandahar alla piazza dei Fiori e ai giardini di piazza Chowk-e-Golha. Nelle scorse settimane sono iniziate in tutto il Paese le scioccanti punizioni per i furti lievi: la gogna con pubblica esposizione dei ladruncoli con il viso pitturato di nero, le mani ammanettate dietro la schiena, ciocche di capelli tagliate e il maltolto appeso al collo. I talebani avevano spiegato a Repubblica che sarebbero presto state eseguite in pubblico anche le pene più importanti, come il taglio della mano per i furti più gravi. Herat, che per anni ha ospitato la base italiana e ha visto rifiorire libertà e modernità dopo l’oscurantismo misogino e retrivo del primo governo talebano, è la prima città a ripiombare nelle tenebre con la spettacolarizzazione della morte violenta per mano dello Stato. È una tradizione radicata nell’Islam ancestrale così come lo è stata anche in Occidente, ma la Storia l’aveva finalmente archiviata tra le pagine meno nobili dell’evoluzione umana. Qui in Afghanistan, invece, riaffiora ufficialmente come una misura efficace e rispettosa delle tradizioni culturali islamiche, secondo un governo che mentre appende cadaveri alle picche tratta con la comunità internazionale chiedendo di essere formalmente riconosciuto: «Ci auguriamo che tutti i Paesi e le organizzazioni straniere continuino a rafforzare i legami con il governo dell’Afghanistan e a fornire assistenza umanitaria al popolo afghano», ha detto ieri il portavoce del ministero degli Esteri, Abdul Balkhi, mentre il ministro ad interim dell’Economia, Qari Din Mohammad Hanif, ricordava gli insuccessi dell’Occidente e rivendicava la linea autarchica e indifferente a ogni critica: «Il mondo ha aiutato e sostenuto il precedente regime per 20 anni, ma ha comunque fallito. Ci dia 20 mesi, poi giudichi se riusciremo o falliremo». Ma neppure il regime talebano fondato sui fucili automatici e sul terrore può fare a meno del consenso, e sui social afghani piovono – anonime – le critiche: «Voi che eravate contenti dei talebani siete contenti anche di tutto questo?», chiede qualcuno su Telegram commentando uno dei video. No, in molti – sui social come al riparo delle mura di casa – non lo sono affatto; e implorano gli stranieri di aiutarli a fuggire nel ventunesimo secolo.

Gabriella Colarusso: "In piazza il coraggio delle donne: 'Tradite dal mondo, resistiamo' "

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Gabriella Colarusso

ROMA — Zara, Neda, Maryam: le donne di Kabul si proteggono con nomi finti, sfuggono alle foto e se accettano di farsi riprendere lo fanno coprendo almeno in parte il viso con le mascherine. Sono attiviste, combattenti per i diritti scappate dall’Afghanistan grazie a Pangea, l’associazione che da venti anni lavora nel Paese per sostenerne lo sviluppo sociale e civile e che nei giorni del caos all’aeroporto di Kabul le ha aiutate a uscire distinguendole nella folla con una P disegnata sulla mano. Ieri Zara, Neda, Maryam hanno portato le loro storie in piazza del Popolo, a Roma, dove in contemporanea ad altre città italiane, c’è stata la prima manifestazione di solidarietà con le afghane e gli afghani prigionieri dei nuovi padroni di Kabul, i talebani. «Il mondo ci ha tradite, ma le donne afghane non si arrenderanno», ci dice Zara, 44 anni, che è scappata una settimana prima che i miliziani islamisti entrassero a Kabul. «Sta prendendo forma una resistenza silenziosa, non armata, a livello locale, che ha due obiettivi: aiutare i più poveri e isolare i talebani all’interno delle comunità locali, tenendoli lontani dalle moschee, dalla vita sociale ». Neda, 33 anni, è arrivata in Italia con il ponte aereo da Kabul. «Lavoro con Pangea da 8 anni, quando i talebani sono entrati in città sapevo che l’unica cosa da fare era scappare. Ma continueremo a batterci. In questi 20 anni l’Afghanistan è cambiato, avevamo leggi contro la violenza sulle donne, case di accoglienza per le vittime di abusi. Tutti partecipavano alla vita sociale, c’era lavoro, si poteva andare al cinema, ascoltare la musica. Non permetteremo che tutto questo venga cancellato». In piazza ci sono associazioni e ong, c’è la casa internazionale delle donne e c’è la Cgil, c’è l’Anpi. Compare Susanna Camusso, ex segretaria della Cgil, c’è Laura Boldrini, presidente del comitato per i diritti umani, ci sono femministe e universitari. Nicola, 21 anni, studente di Giurisprudenza, se la prende con l’Europa: «Un errore seguire gli Stati Uniti sul ritiro e abbandonare gli afghani dopo tutto il lavoro fatto». Sul palco si alternano le testimonianze dall’Afghanistan agli interventi più polititi. Simona Lanzoni, la vicepresidente di Pangea, torna a chiedere la costituzione di un comitato di osservazione permanete sulla situazione delle donne in Afghanistan sia a livello nazionale, tra ministero degli Esteri e ong, che sul piano internazionale, con le Nazioni unite. Insiste sull’urgenza di «attivare corridoi umanitari e di riprendere subito le evacuazioni». «Quella a cui abbiamo assistito è stata una resa senza condizioni sul rispetto dei diritti delle donne e dei diritti mani, i talebani non sono cambiati e noi dobbiamo essere la voce delle donne afghane», dice Linda Laura Sabbadini, direttora centrale dell’Istat e presidente del Women 20, il gruppo di lavoro del G20 sull’empowerment femminile. «Habiba Sarabi, la ministra della condizione femminile e la prima governatrice donna dell’Afghanistan, ha lanciato un appello agli italiani e all’Onu: servono corridoi umanitari permanente e che ci sia un controllo costante sul rispetto dei diritti delle donne e dei diritti umani in Afghanistan».

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