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La Repubblica Rassegna Stampa
10.09.2021 I due nemici della Jihad
Commento di Lorenzo Vidino

Testata: La Repubblica
Data: 10 settembre 2021
Pagina: 41
Autore: Lorenzo Vidino
Titolo: «I due nemici della Jihad»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 10/09/2021, a pag.41, con il titolo "I due nemici della Jihad" l'analisi di Lorenzo Vidino.

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Lorenzo Vidino

La jihad è ormai una multinazionale del terrore - Corrispondenza romana

Nemico vicino e nemico lontano. È su questi due termini che il movimento jihadista globale da sempre dibatte internamente nello stabilire le proprie priorità. Un dibattito poco noto all’Occidente, che tende sempre a focalizzarsi sulle proprie mosse, pericolosamente ignorando quelli che sono i calcoli strategici dell’avversario nell’ormai ventennale guerra al terrorismo - un errore particolarmente grave se fatto oggi, allorché la ritirata americana dall’Afghanistan ha aperto una nuova fase del conflitto. È Osama bin Laden a coniare i due termini nei primi anni 90, quando la sua organizzazione riesce a riunire i vari gruppuscoli jihadisti sparsi per il Medio Oriente sotto un’unica bandiera, dando loro una base (Al Qaeda in arabo) e soprattutto una nuova direzione strategica. Fino ad allora, infatti, ognuno si era concentrato nel vano tentativo di ribaltare i vari regime della regione e sostituirli con un regime islamico. Bin Laden ha la soluzione rivoluzionaria: i regimi locali (il Nemico Vicino) potranno essere sconfitti solo quando perderanno il supporto economico, politico e militare dell’America e dell’Occidente (il Nemico Lontano) e per fare ciò bisogna che il movimento jihadista renda la loro presenza in Medio Oriente insostenibile dal punto di vista finanziario e delle perdite umane. È in quest’ottica che va visto l’11 settembre, attacco al cuore del Nemico Lontano. I successivi vent’anni hanno stravolto il jihadismo, ed è difficile dire se oggi sia più o meno forte di allora. È di sicuro spezzato in due tronconi, Stato Islamico e al Qaeda, che lottano l’uno con l’altro per la primazia del movimento e adottano strategie diverse. Lo Stato Islamico, una volta dichiarato il Califfato, ha concentrato buona parte delle proprie attenzioni sul Nemico Lontano, compiendo o ispirando una miriade di attacchi in Europa ed America che hanno portato l’Occidente ad intervenire militarmente contro il gruppo, facendo sgretolare il Califfato. Osservata questa dinamica, i gruppi della galassia qaedista hanno adattato la propria strategia. Il leader di Jabhat al Nusra, l’affiliata di al Qaeda in Siria, ha ammesso in un’intervista ad al Jazeera di aver ricevuto «chiari ordini di non usare la Siria come trampolino per attacchi contro America e Europa cosicché da non sabotare la missione contro il regime di Bashar al Assad». L’affiliata nel Sahel ha recentemente emesso un comunicato in cui dichiara le truppe francesi nella regione obiettivo legittimo ma in cui, facendo retromarcia su vent’anni di retorica, esplicitamente esclude il suolo francese come obiettivo. E poi, chiaramente, esiste la dinamica afghana, dove è palese a tutto il movimento jihadista (e non solo) che l’America ha non solo accettato il ruolo dei talebani come forza (unica) di governo ma addirittura come partner in funzione anti-Stato Islamico. Il messaggio che manda il mondo di Al Qaeda all’Occidente è chiaro: lasciateci stare e noi vi lasceremo stare, il nostro obiettivo è il Nemico Vicino, non voi. Tutto risolto quindi? Basta adottare una cinica realpolitik che consente a gruppi del mondo qaedista di controllare regioni che comunque sono difficilmente governabili, con buona pace dei diritti umani delle popolazioni locali, e ci mettiamo al riparo da attacchi in Occidente? Non è così semplice. Primo, la maggior parte degli attacchi visti in Occidente negli ultimi anni sono stati perpetrati non da al Qaeda ma da membri o simpatizzanti dello Stato Islamico, che, seppur indebolito, non ha smesso di minacciarci. Secondo, le ambizioni di Al Qaeda e del "jihadismo pragmatico" non sono certo limitate ad Afghanistan o impervie aree di deserto del Sahara. Come reagiremmo quando, come chiaramente espresso dalla propria propaganda, andranno ad attaccare Nemici Vicini che sono importanti alleati strategici dell’Occidente come, per esempio, Egitto, Marocco o Arabia Saudita? E infine, come non pensare che la strategia qaedista sia solo attendista, volta ad espandere e consolidare le proprie basi, per poi ritornare a rivolgere la propria attenzione al Nemico Lontano, come è nel Dna di tutti i jihadisti?

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