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La Repubblica Rassegna Stampa
30.08.2021 La vita di Naim, profugo afghano
Lo intervista Fabio Tonacci

Testata: La Repubblica
Data: 30 agosto 2021
Pagina: 8
Autore: Fabio Tonacci
Titolo: «Naim, profugo da una vita: 'Pronto a riprendere la rotta dei Balcani'»

Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 30/08/2021, a pag. 8, con il titolo "Naim, profugo da una vita: 'Pronto a riprendere la rotta dei Balcani' ", l'intervista di Fabio Tonacci.

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Fabio Tonacci

Bennett weighs offering help to transport Afghan refugees to third  countries | The Times of Israel
Una famiglia di profughi afghani

Tra le costanti della vita di Naim, oltre al dolore, c’è il fango. Del primo viaggio a piedi dall’Afghanistan all’Europa si ricorda una palude in cui sprofondò fino al collo in un bosco dell’Iran. Era notte, era il 2009. «Avevo la melma tra i denti, ho sputato per due giorni». Anche nei successivi nove anni ha mangiato fango: ha vissuto in Grecia, Serbia, Italia, Austria, Ungheria, Belgio, Francia, Inghilterra senza riuscire a ottenere né un lavoro decente né l’asilo politico. Di fango e pietre sono fatte le pareti dell’alloggio nei sobborghi di Peshawar in cui ha trovato temporaneo rifugio. E fango è ciò che lo aspetta, perché è pronto a rimettersi in cammino. «Farò la rotta balcanica una seconda volta. Non prendetemi per pazzo, sono solo un uomo che non ha scelta». Il villaggio delle case di terra si trova a 18 chilometri dal centro della città. Si arriva lasciando la strada principale e percorrendo una via stretta, inseguiti da bambini scalzi con gli occhi verdi che con la pala impastano acqua e polvere. Ci vive una comunità di pachistani di etnia hazara. Qui, negli anni, hanno trovato accoglienza i profughi afghani. Naim, 40 anni, siede accanto al capo villaggio nella hujra, il cortile con divani di vimini e una vasca per l’abluzione dove gli abitanti si ritrovano per parlare, bere tè, pregare.

Quando è scappato? «Sette giorni fa. Vivevo a Kabul, avevo un negozio di biscotti e bibite, ma da quando sono arrivati i talebani sono in pericolo. Ho portato mia moglie e i nostri due figli a Kandahar, abbiamo attraversato la Porta dell’Amicizia a Chaman e siamo saliti a Peshawar».

Perché la sua vita è in pericolo? «Nel 2008 mio padre è stato ucciso dai talebani. Sono venuti di notte, l’hanno preso, l’hanno trascinato via e l’hanno torturato per giorni».

Perché? «Si erano convinti che fosse una spia degli americani. Non lo era affatto. Durante il primo Emirato islamico mio padre aveva collaborato con i talebani, poi sono arrivati i soldati Usa e i talebani sembravano dissolti. Invece erano solo nascosti. Dopo averlo torturato per fargli dire ciò che non sapeva, gli hanno sparato. Sono tornati e hanno picchiato a sangue uno dei miei fratelli, sono tornati ancora e hanno tirato una bomba contro la nostra casa. Cercavano me, mi volevano morto. A quel punto sono dovuto fuggire all’estero, lungo la rotta balcanica. Sono stato nove anni lontano da Kabul».

Dove ha vissuto e per quanto? «Quattro anni in Grecia, sei mesi in Austria, 6 in Ungheria, sei in Francia, altri sei tra Italia, Bosnia, Serbia, Belgio, infine tre anni in Inghilterra. Per superare la Manica mi sono nascosto nel retro di un camion».

Ha fatto richiesta di protezione internazionale? «Certo, nessuno l’ha accolta».

Mostra sul telefono 29 documenti che attestano altrettanti rifiuti di asilo e visti vari. «In Austria mi sono ammalato gravemente, ricoverato per 4 mesi in ospedale fino a quando mi hanno cacciato. Ho fatto domanda per il permesso umanitario in Austria e anche in Francia. Sa che mi hanno risposto?».

Cosa? «Che a Kabul non si stava poi così male, visto che c’erano gli americani. Quindi non c’era motivo per andarsene. In Inghilterra pensavo che le cose sarebbero cambiate, invece mi hanno dato una tessera di identità su cui c’è scritto che non è valida per ottenere un lavoro».

E come ha fatto a mantenersi lì per tre anni? «Coi sussidi sociali. Per metà li inviavo a mia moglie a Kabul per mandare avanti il negozio di biscotti. Ho sofferto di depressione e di attacchi di panico. Non riuscivo ad accettare che in nove anni non fossi riuscito a trovare una sola opportunità. Nel 2018 sono rimpatriato. Speravo che l’incubo dei talebani fosse passato, invece eccoli di nuovo al potere».

Dicono di volere un governo che tuteli anche i diritti delle donne. «Come fate a pensare che sia vero? Sono sempre gli stessi che hanno ammazzato mio padre. Non mi fido, sono costretto a scappare. Non fidatevi neanche voi».

Cosa pensa della missione americana in Afghanistan? «In città mi sentivo protetto, però ho scoperto a mie spese che non era così. Adesso siamo tornati al 2001, al punto di partenza».

In questi venti anni il suo Paese si è modernizzato grazie anche ai soldi degli americani. «Vero, ma io cosa ci faccio coi palazzi, le infrastrutture e le strade se tutto è in mano ai talebani? Se il governo pachistano non permetterà a noi profughi di lavorare, non posso far altro che rimettermi in cammino, questa volta con moglie e figli. L’Iran, la Turchia, la Grecia, i Balcani, l’Italia. Sarà più dura della prima volta».

Perché? «Perché ora so che cosa mi aspetta».

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