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La Repubblica Rassegna Stampa
18.07.2021 Lo Stato islamico si espande in Africa
Editoriale di Maurizio Molinari

Testata: La Repubblica
Data: 18 luglio 2021
Pagina: 1
Autore: Maurizio Molinari
Titolo: «Perché il Califfo del terrore vuole l’Africa»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 18/07/2021, a pag. 1, con il titolo "Perché il Califfo del terrore vuole l’Africa", l'editoriale del direttore Maurizio Molinari.

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Maurizio Molinari

Nigeria, l'ultimo orrore dell'Isis: «Abbiamo fucilato sei cristiani»

A poco più di quattro anni dalla caduta di Raqqa, in Siria, il sanguinario Stato Islamico (Isis) ha trovato una nuova base territoriale nella regione del Borno, nel nord-est della Nigeria. È qui che in maggio ha lanciato una violenta offensiva nella foresta di Sambisa eliminando Abubakar Shekau, capo del gruppo terroristico islamico Boko Haram, e ottenendo nei giorni seguenti la fedeltà dei suoi feroci seguaci nonché il totale possesso di armamenti e finanze, grazie ai quali ha consolidato il controllo di un’area di territorio a ovest del Lago Ciad che ha rinominato “Provincia dell’Africa Occidentale dello Stato Islamico” (Iswap). A guidarla è Abu Musab al-Barnawi, un capo militare che da quel momento ha iniziato a diffondere registrazioni audio per far conoscere leggi e regolamenti: dalla necessità di disporre di passaporti e documenti di identità emessi sotto la sua autorità al rilascio dei detenuti dalle prigioni locali, dalla tassazione dei più ricchi alla definizione di aree di pascolo per il bestiame, dal miglioramento del trattamento dei bambini alla distribuzione di paghe per i combattenti. La somma fra ideologia jihadista, violenza efferata contro “nemici ed apostati” e controllo del territorio basato su servizi per la popolazione residente ricorda da vicino il precedente dello Stato Islamico che dal 2013 al 2017 con al-Baghdadi governò fra la Siria e l’Iraq dando vita al più oscurantista e feroce fra i regimi.

Ad evocare quel precedente c’è anche come al-Barnawi muove i propri miliziani — stimati dal "Council on Foreign Relations" di New York in circa 3500 uomini a cui bisogna aggiungere i 1500 effettivi di Boko Haram — sul territorio, puntando a controllare nel nord-est della Nigeria strade e posti di blocco strategici per ogni sorta di traffici illeciti — a cominciare dagli esseri umani — fra il Sahel, l’Africa del Nord e l’Europa. Ad esempio uno di questi snodi è Geidam, sulla strada Nguru-Gashua-Damasak che porta direttamente dentro il Niger. Il tutto seguendo ordini e disposizioni che arrivano da Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurashi, il jihadista iracheno di 45 anni che dal 31 ottobre 2019 ha preso la guida dello Stato Islamico (Daesh) dopo l’eliminazione del "Califfo" Abu Bakr al-Baghdadi durante un blitz delle truppe Usa a Barisha, nel nord della Siria. Al-Qurashi è dunque il nuovo "Califfo" di Isis e al-Barnawi si trova alla guida della provincia africana che gli restituisce per la prima volta dal 2017 una vera e propria, preziosa, base territoriale. Il cui fine è anzitutto creare un modello di Stato jihadista e poi trasformarsi in una piattaforma logistica per estendere attacchi terroristici e traffici illeciti in ogni direzione: con operazioni nel Sahel — Mali, Niger, Ciad — come penetrando a sud verso il cuore del Continente africano attraverso Benin e Ghana. Contando su un network di cellule eredi della vecchia Al Qaeda in Maghreb ed espressione di gruppi salafiti locali, ma soprattutto sul contributo di un numero imprecisato di "combattenti arabi" che si sono uniti a "Iswap" provenendo dalla Libia. Ad osservare da vicino quanto sta avvenendo è il centro studi "New South Morocco", che in un rapporto afferma come "Isis è arrivata in Nigeria nel 2015 ed i progressi sono stati lenti ma ora gode di una posizione di forza senza precedenti". Le conseguenze costellano le cronache delle ultime otto settimane: Isis ha firmato in Niger almeno due attacchi per un totale di circa 150 vittime, in Mali ha eseguito l’amputazione di mani e piedi a tre uomini condannati per furto da un tribunale islamico e simili episodi sono stati registrati in Burkina Faso. Se a questo aggiungiamo la recente decisione dell’Eliseo di iniziare a ritirare gran parte del proprio contingente di 4000 uomini presente in Mali proprio per operazioni anti-terroriste, non è difficile arrivare alla conclusione che la piattaforma di Isis nello Stato di Borno si profila come una minaccia crescente per l’intera regione che va dal Golfo di Guinea al Mar Mediterraneo, dallo Stretto di Gibilterra all’Oceano Indiano.

Ma non è tutto perché Isis ha anche una altrettanto aggressiva "Provincia nell’Africa Centrale" (Iscap) che opera dall’interno dei confini della Repubblica democratica del Congo, ha commesso molte stragi di civili, ed è strettamente collegata con i gruppi jihadisti locali che hanno innalzato la bandiera nera del Califfato nella provincia remota di Capo Delgado, ricca di giacimenti di gas, vicino al porto di Palma in Mozambico. Se a questo scenario aggiungiamo la Somalia, controllata in gran parte dagli Shabaab fondamentalisti che nel 2012 giurarono fedeltà ad Abu Musab al-Zarqawi — il leader di Al Qaeda in Iraq a cui al-Baghdadi si è richiamato — non è difficile arrivare alla conclusione che è l’Africa la regione dalla quale Isis sta ricostruendo il Califfato del terrore, al fine di riprendere la missione originaria di edificare una società jihadista ed al tempo stesso esportare il terrorismo. Ecco perché nella riunione della ministeriale della Coalizione globale anti-Daesh (Isis) che si è svolta a Roma a fine giugno si è auspicato di "compiere ogni sforzo per scongiurare la resurrezione dell’Isis" individuando il "nuovo fronte su cui concentrarsi" nell’"Africa sub-sahariana" e nel "consolidarsi delle attività jihadiste in Corno d’Africa e Mozambico". Da qui la decisione della Coalizione, su iniziativa di Italia e Stati Uniti, di creare un "gruppo di lavoro ad hoc sull’Africa" riproponendo la formula di collaborazione multilaterale fra oltre 80 nazioni che si è già rivelata decisiva per smantellare Isis nella regione a cavallo fra Siria e Iraq. Isis ha reagito a quel passo, rilanciando la minaccia di "prendere Roma" che già aveva distinto la propaganda di al-Baghdadi, in un’ulteriore conferma di continuità fra quanto sta avvenendo in Nigeria e l’eredità di Raqqa. L’urgenza strategica della Coalizione anti-Isis si spiega con gli sviluppi in corso nel Califfato africano perché, secondo uno studio dell’ "Institute for Security Studies" britannico pubblicato a Dakar, in Senegal, l’Iswap si accinge a suddividere i territori sotto il proprio controllo creando quattro differenti "mini-Califfati" — Lago Ciad, Sambisa, Timbuktu e Tumbuma — ognuno dei quali avrà un proprio governatore, una struttura amministrativa, un leader militare e due rappresentanti in un "Consiglio della Shura" che sarà presieduto da al-Barnawi, sempre sotto la leadership indiscussa di al-Qurashi, il Califfo che si rifugia nel nord-est della Siria. Al tempo stesso al-Barnawi registra un consolidamento militare grazie al ritorno dalla Libia di molte unità di miliziani di Boko Haram che vi si erano trasferite per combattere a fianco di Isis nel Fezzan e nella regione di Sirte negli anni passati. Solo in aprile, affermano fonti occidentali, almeno 80 di questi "reduci libici" sarebbero tornati nel Califfato africano. E proprio i "combattenti stranieri" sarebbero stati decisivi nella battaglia della foresta Sambisa durante la quale Isis è riuscito a piegare la resistenza di Boko Haram, eliminandone il capo. Per avere un’idea di cosa sta maturando nello Stato di Borno, in Nigeria, bisogna partire dal fatto che — secondo stime locali difficili da confermare — almeno il 19 per cento del territorio sfugge oramai al controllo del governo di Abuja come anche alla presenza delle Ong, trasformandosi dunque in un’area priva di sovranità dove l’unica autorità esercitata è quella dei miliziani jihadisti libici, algerini, maliani, nigerini e nigeriani. Consentendo di diventare una fonte di richiamo e reclutamento per i jihadisti anche in altri Paesi e Continenti, basato sul dato pubblicato dall’"Africa Center for Strategic Studies" di Washington: nel 2020 gli attacchi islamici in Africa sono cresciuti del 43 per cento. Da qui la necessità, per il nostro Paese come per l’intera Ue, di una presenza strategica in Africa d’intesa con gli Usa, capace di rafforzare il dispositivo di sicurezza nazionale.

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