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La Repubblica Rassegna Stampa
18.06.2021 Iran, oggi le elezioni farsa
Cronaca di Gabriella Colarusso

Testata: La Repubblica
Data: 18 giugno 2021
Pagina: 12
Autore: Gabriella Colarusso
Titolo: «Tra i giovani di Teheran delusi dagli ayatollah: 'Inutile andare a votare'»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 18/06/2021, a pag.12, con il titolo "Tra i giovani di Teheran delusi dagli ayatollah: 'Inutile andare a votare'", il commento di Gabriella Colarusso.

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Gabriella Colarusso

Ebrahim Raisi: The cleric who could end Iranian hopes for change | Middle  East | Al Jazeera
Ebrahim Raisi

Sedute su una panchina del gran bazar centrale di Teheran, succo di melograno e cellulare fisso su Instagram, Fatemeh e Parisa fanno i conti sul futuro. «Abbiamo aperto un negozio online, raccogliamo i soldi, appena c’è l’occasione andiamo via». Hanno 20 anni, e questa potrebbe essere la loro prima volta da elettrici, il primo voto per il Presidente, ma nessuna delle due ci andrà, a votare. «E nemmeno i nostri amici lo faranno. Il Paese è nelle loro mani, non c’è libertà, il nostro voto è ininfluente», dice Fatemeh con il suo hijab nero che lascia scoperta la gran parte dei capelli. Oggi l’Iran va alle urne, 52 milioni di persone con diritto al voto, centinaia di seggi aperti in tutto il Paese e controlli serrati. L’ultraconservatore Ebrahim Raisi è in testa nei sondaggi, dopo l’esclusione di parte dei candidati moderati e riformisti, e persino del conservatore Ali Larijani, ma nella capitale Teheran soffia forte il vento dell’astensione. La sensazione di una elezione "già decisa" si accompagna alla delusione per le mancate riforme del governo uscente di Hassan Rouhani. La crisi morde.

Opinion | Elections in Iran - The New York Times
Elezioni farsa in Iran

Hamid Razahi, che ha 34 anni e tre figli, è un bazaari , un commerciante, il bacino elettorale storico dei conservatori. «Il governo Rouhani è stato un disastro, i prezzi sono esplosi con l’inflazione. Un chilo di caffè costava 300mila rial (circa 5 euro), ora 2 milioni (39 euro)», ci dice, mentre agita la confezione di caffè. «Ma non andrò a votare nemmeno per gli altri. Sono tutte pedine, hanno scelto chi vogliono loro». Qualche isolato più in là rispetto al bazar, c’è largo Istanbul. La chiamano la Wall Street di Teheran: negozi di cambio e un gran fermento di dollari, euro e rial scambiati sui marciapiedi. «Niente foto», dice perentorio un uomo che tiene in mano una mazzetta di rial alta almeno 10 centimetri. «Il prezzo del dollaro non lo fa la banca centrale ma lo contrattano qui i sarraf , i changers più o meno informali», ci spiega un ragazzo che fa la guida e non vuole che il suo nome venga pubblicato. Vendere e comprare dollari giocando con le oscillazioni della valuta è il modo in cui molti cercano di guadagnare, ma anche la trappola con cui in tanti hanno perso i risparmi. Un giro di roulette per far fronte a una crisi che ha visto il rial perdere più del 60 per cento del suo valore sul dollaro in tre anni, l’inflazione raggiungere il 50 per cento, la disoccupazione "reale" andare oltre il 22 per cento, dice Peyman Molavi, economista dell’Iran Economist Association. «Senza crescita e senza alzare la produttività, l’inflazione continua a salire. Servirebbe un cambio di passo nella politica monetaria e poi certamente la rimozione delle sanzioni». Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare nel 2018 ha affossato le speranze di rilancio del governo moderato di Rouhani. Il Pil è crollato ma si sono volatilizzati anche gli investimenti esteri. Poi è arrivata la pandemia, che ha esacerbato ulteriormente i problemi economici. La disoccupazione è la scure su una generazione che nel 2017 e nel 2019 è scesa in piazza a protestare, spesso senza differenze di appartenenza politica o di fede: conservatori e riformisti, laici e religiosi che pure avevano salutato con entusiasmo l’accordo con gli americani. I viali dell’Università e del Politecnico sono vuoti, così come quelli della Amir Kabir: gran parte delle lezioni si fa ancora online per via della pandemia, e in più è un weekend di festa. Ci sono le elezioni e il governo ha rimosso le restrizioni ai viaggi tra le regioni spingendo molti ad allontanarsi dalla capitale. Chi è rimasto, lavora o studia nei numerosi caffè che si susseguono intorno ai campus. Un’altra Fatemeh qui sta preparando le lezioni della scuola digitale che ha fondato insieme a tre amici, una startup di formazione: «Insegniamo filosofia e pensiero critico ai bambini dai 5 ai 15 anni», ci racconta, il camicione di jeans aperto sulla t-shirt bianca, i capelli corti rossi che spuntano sotto il velo nero, le sneaker e il suo pc davanti. Ha 28 anni, lavora e studia scienze cognitive, un master post-laurea. «Quattro anni fa eravamo tutti in strada a quest’ora, c’era fermento, speranza, l’accordo con gli americani, una nuova stagione. Oggi nessuno segue nemmeno le notizie, niente Instagram, WhatsApp. Le persone sono stanche. Hanno tradito tutte le nostre aspettative». Non voterà, come il suo ragazzo, e non solo per la crisi. «Non dimentichiamo la repressione delle proteste del 2019, l’aereo abbattuto dopo l’uccisione di Soleimani. Non dimentichiamo e non perdoniamo ». Il silenzio del governo Rouhani, incluso lo stesso ministro degli Esteri Javad Zarif, sulla repressione delle proteste del novembre 2019, in cui secondo Amnesty International sono state uccise più di 300 persone, ha lasciato il segno nel mondo più riformista e liberale di Teheran. Ma qual è l’alternativa? «Raisi, immagino. Mi sembra tutto deciso», dice laconica Fatemeh. Il capo della magistratura, che si è presentato in campagna elet torale con il piglio duro della lotta contro la corruzione, ha già annunciato che ripristinerà la polizia morale. «Sì, ci sarà un po’ di differenza con la precedente amministrazione su questo aspetto, ma mi preoccupa più che altro che possa diventare in futuro la nuova Guida suprema». Nemmeno questa però per i ragazzi di Teheran è una buona ragione per andare a votare.

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