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La Repubblica Rassegna Stampa
21.05.2021 Tra guerra e pace
Cronaca di Sharon Nizza, commento di Vincenzo Nigro

Testata: La Repubblica
Data: 21 maggio 2021
Pagina: 16
Autore: Sharon Nizza - Vincenzo Nigro
Titolo: «Israele e Hamas dopo 11 giorni scatta la tregua - Viaggio a Lod, la città del nuovo odio: 'Non c’è più pace tra la nostra gente'»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 21/05/2021, a pag. 16, l'articolo di Sharon Nizza dal titolo "Israele e Hamas dopo 11 giorni scatta la tregua"; a pag. 17, con il titolo "Viaggio a Lod, la città del nuovo odio: 'Non c’è più pace tra la nostra gente' ", il commento di Vincenzo Nigro.

Ecco gli articoli:


Sharon Nizza: "Israele e Hamas dopo 11 giorni scatta la tregua"

Israele e Hamas hanno concordato una tregua entrata in vigore alle due della notte che ha messo fine a 11 giorni di conflitto. Lo scopo chiaro è innanzitutto fermare le armi, mentre i parametri di una tregua duratura sono in discussione e richiederanno ancora giorni per essere definiti. A lavorare assiduamente all’obiettivo di fermare il fuoco, sono stati l’inviato dell’Onu Tor Wennesland che dagli uffici di Gerusalemme è volato a Doha, in Qatar, per incontrare il leader di Hamas Ismail Haniyeh, nonché mediatori egiziani e qatarioti. L’Egitto, in particolare, invierà delegazioni a Tel Aviv e nei Territori palestinesi per vigilare sul rispetto della cessazione delle ostilità. «Una vera opportunità per fare progressi», ha commentato, il presidente statunitense Joe Biden ringraziando per il ruolo svolto nella mediazione l’omologo egiziano Abdel Fatah al-Sisi che aveva sentito al telefono poche ore prima. Biden ha anche detto che gli Stati Uniti riforniranno l’Iron Dome, il sistema di difesa israeliano usato per neutralizzare il lancio di razzi di Hamas, e che lavoreranno «con l’Autorità nazionale palestinese, non Hamas, per fornire aiuti umanitari a Gaza». I nodi principali dell’intesa riguardano quella che per entrambe le parti è la "linea rossa": Gerusalemme. Hamas ambirebbe a sollevare nelle trattative la questione di Sheikh Jarrah — il quartiere Est della città dove ci sono le case contese all’origine della crisi — e dello status della moschea Al Aqsa, terzo luogo sacro dell’Islam. E vorrebbe una partecipazione economica israeliana alla ricostruzione di Gaza, stimata intorno ai 320 milioni di dollari. Israele non intende mutare i parametri che finora hanno governato le crisi con Hamas né estenderli al di fuori del perimetro dei 365 chilometri quadrati della Striscia di Gaza. «Hamas sa benissimo che c’è un’asimmetria totale qui: l’esercito ha inferto un colpo durissimo alle organizzazioni terroristiche nella Striscia di Gaza», ha detto a Repubblica il generale Yaakov Amidror, già a capo della Sicurezza Nazionale israeliana. «Hamas non ha nessuna leva per esercitare pressioni su Israele. Se continua a insistere nel mischiare le due questioni, Israele è pronto a continuare a colpire gli obiettivi terroristici di Hamas». Il gabinetto di sicurezza israeliano ha giustificato il cessate il fuoco con dichiarazioni secondo cui «Israele ha ripristinato la deterrenza ». «Successi senza precedenti nella lotta contro i gruppi terroristici nella Striscia di Gaza», li ha definiti il ministro della Difesa Benny Gantz. Mentre il portavoce dell’ala militare di Hamas, Abu Ubaida, ha insistito parlando di «umiliazione del nemico». La spirale della violenza è andata avanti fino a poche ore prima dell’entrata in vigore della tregua. Per gli esperti militari sono state le «ultime note dello spartito» con cui ognuna delle parti ha scritto la propria narrativa della vittoria. Nelle tesissime ore che si profilano in vista di una definizione dei passi successivi, il rischio che la situazione sfugga di mano rimane alto (nel conflitto del 2014 vi furono quattro cessate il fuoco in 51 giorni). L’aviazione israeliana ieri ha continuato a bombardare rampe di lancio, tunnel sotterranei e abitazioni dei leader di Hamas e della Jihad Islamica, mentre la situazione umanitaria a Gaza continuava a degenerare con oltre 60mila sfollati e un bilancio di 232 vittime, tra cui 65 minorenni, secondo i dati del ministero della Sanità palestinese. Per l’Idf, almeno 160 tra le vittime sarebbero operativi di Hamas e Jihad Islamica, che dall’inizio delle ostilità hanno sparato 4.340 razzi diretti alle città israeliane, provocando 12 morti, tra cui due minorenni. Ieri è anche arrivata la notizia che Thomas Nides, già vicesegretario di Stato nell’era Obama, sarebbe il prossimo ambasciatore statunitense a Gerusalemme, carica rimasta vuota da mesi e che prefigura un rinnovo dell’impegno americano nell’area. L’Assemblea Generale dell’Onu è riunita in un dibattito infuocato «sulla situazione in Palestina ». Netanyahu ha mostrato ai ministri degli Esteri tedesco, ceco e slovacco in visita in Israele un drone made in Iran caduto nei giorni scorsi nel Nord d’Israele: «La prova che senza il sostegno di Teheran, Hamas e Jihad Islamica collasserebbero in due settimane». E mentre la situazione di anarchia nelle città israeliane sembra stare tornando sotto controllo, le unità di polizia di frontiera che erano state dislocate a Lod, Acri, Umm al Fahm si dispiegano nuovamente in Cisgiordania, dove il rischio di nuova tensione è alto. Il portavoce di Hamas per Gerusalemme, Mohammad Hamada, ha invitato i palestinesi a presentarsi alla Moschea di Al Aqsa per la preghiera del venerdì e a unirsi per trasformare la "Spada di Al Quds" (il conflitto in corso) in una nuova Intifada.

Vincenzo Nigro: "Viaggio a Lod, la città del nuovo odio: 'Non c’è più pace tra la nostra gente'"

«Sono stati gli arabi ad attaccarci, hanno iniziato a protestare con armi e bastoni, hanno incendiato le nostre auto, le case e anche le sinagoghe». «Sono stati gli ebrei, i coloni arrivati armati dagli insediamenti in Cisgiordania a provare ad attaccare le nostre moschee, a sparare sui nostri giovani, sono loro che hanno ucciso Moussa Hassouna il nostro primo martire». Arriverà la tregua dei missili, ma non ci sarà pace fra i popoli di Israele. Le ferite aperte dagli scontri fra ebrei-israeliani e arabo-israeliani non si richiudono. Continuerà a correre il veleno che in questi anni si è infiltrato nei corpi e nelle menti di due popoli con lo stesso passaporto, quello israeliano. Un veleno che nessuno aveva visto arrivare così micidiale. Lod è una città nel centro di Israele, a 20 minuti da Tel Aviv. Un sobborgo povero e scalcinato della capitale. È il comune entro cui sorge Ben Gurion, l’aeroporto di Tel Aviv. In Israele gli arabi israeliani sono 1,9 milioni su circa 10 milioni di cittadini. Quelli che vivono in questo paesone sono stati fra i primi a scendere in strada per protestare. Assieme a quelli di Ramla, di Acri, di Jaffa e Umm al Fahm. «A Lod 30 anni fa gli ebrei erano l’80% cento della popolazione, e gli arabi il 20. Oggi gli arabi sono il 70%, ma per noi ebrei vivere con loro era normale. C’era rivalità, ma non c’era timore», dice Ayelet Chen, una professoressa ebrea, 44 anni e 4 figli. Quella dove parliamo è la "mechina", una scuola premilitare in un compound dove ci sono altre scuole e un asilo per i bambini. È stato uno dei primi luoghi ebraici devastato dai manifestanti arabi. Adesso ci sono i volontari arrivati dal Kibbutz Benjamin in Cisgiordania, con le armi per proteggere e i mattoni per ricostruire. Tutte le versioni concordano: i primi giovani arabi sono scesi in strada quando hanno visto le immagini della moschea di Al Aqsa, a Gerusalemme, violata dai poliziotti della polizia di frontiera israeliana, con i candelotti lacrimogeni che finivano anche nella sala della preghiera. «Ero al telefono con una mia amica, stavamo organizzando le cose da fare all’indomani, quando ho sentito urla e voci dalla strada…», dice Michal Avram 32 anni, 4 figli, arrivata a Lod anni fa da Gerusalemme. «Nel mio palazzo vivono famiglie ebree e palestinesi. Ho sentito gli stessi vicini arabi che mi aiutavano a portare la spesa, con cui discutevamo dei figli e delle loro scuole, indicare ai teppisti che quelle erano le auto degli ebrei da bruciare… eravamo terrorizzati, nel palazzo non c’è un rifugio per difenderci dai razzi, dovevamo scendere nei rifugi con gli arabi, siamo andati in strada. Urlavano Netanyahu cane, «col sangue e col fuoco libereremo la Palestina ». Quella notte oltre alla scuola militare del quartiere di Ramat Eskol sono state lanciate molotov contro alcune sinagoghe. È partito quello che in diretta alle tv il sindaco ebreo di Lod ha definito urlando «un pogrom, ormai è tutto fuori controllo, la polizia non controlla la piazza». In poche ore dalla Cisgiordania, dagli insediamenti in terra palestinese in cui fronteggiano ogni giorno gli arabi con le armi, sono arrivati nella notte decine e decine di coloni. Squadre armate che hanno iniziato ad organizzarsi per dare la caccia agli arabi. Il 12 maggio una di queste squadre di vigilantes ha incrociato una grossa manifestazione araba: da lontano hanno iniziato a sparare mentre quelli lanciavano sassi. È morto Moussa Hassouna, un palestinese-israeliano, la prima vittima a Lod. Poche ore, e gli arabi hanno fermato un’auto per strada, c’era dentro Yigal Yehoshua: lo hanno tirato fuori e lo hanno bersagliato di pietre. Era un elettricista amato da tutti, che girava nel paese facendo lavori in case ebree e palestinesi. È morto 4 giorni più tardi in ospedale: la famiglia ha donato i suoi organi. Un rene anche a una donna palestinese. «Quella notte i coloni armati sono arrivati attorno a questa moschea, davanti alla chiesa di St. George», racconta A., uno studente arabo di ingegneria meccanica all’università di Tel Aviv: «Volevano attaccare la moschea, li abbiano respinti. Hanno cercato di incendiare altre moschee, ma noi le abbiamo protette tutte, abbiamo dormito giorno e notte davanti alle moschee, anche chi non era molto religioso era qui con gli altri». Gli ebrei di Lod accusano lo sheikh, la prima autorità musulmana: «Invece di calmare gli animi, ha aizzato, ha detto «uccidete gli ebrei diventate martiri». I palestinesi di Lod accusano i coloni arrivati da fuori: «Ci hanno sparato addosso da lontano, appena ci vedevano sparavano, e la polizia non faceva nulla». Nelle ore più violente, mentre gli scontri impazzavano in città miste senza il controllo della polizia, i deputati dei partiti della destra israeliana hanno invitato alla guerra. Itamar Ben Gvir, deputato del partito razzista "Potere ebraico" ha detto in tv «la polizia non fa nulla, dobbiamo difenderci». E perfino il ministro di Polizia Amir Ohana da Tel Aviv ha detto «i cittadini che hanno armi devono lavorare per le autorità, per neutralizzare le minacce e i pericoli». A, lo studente di ingegneria, ha paura di rientrare a Tel Aviv, «sanno che sono di Lod, mi odieranno ». Ha paura Michal, la madre di 4 figli: «Come faremo a tornare a vivere nel mio palazzo? Ci odiano». La guerra dentro è davvero quella che fa più paura a Israele. È la guerra dell’odio.

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