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La Repubblica Rassegna Stampa
16.05.2021 Gaza 10: le tre novità della crisi
Editoriale di Maurizio Molinari

Testata: La Repubblica
Data: 16 maggio 2021
Pagina: 1
Autore: Maurizio Molinari
Titolo: «Le tre novità della crisi arabo-israeliana»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 16/05/2021, a pag. 1, con il titolo "Le tre novità della crisi arabo-israeliana", l'analisi del direttore Maurizio Molinari.

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Maurizio Molinari

Turkish president meets Hamas political chief
Erdogan con il leader di Hamas Haniyeh


La nuova fiammata mediorientale contiene elementi di continuità e di novità rispetto ad un conflitto ultracentenario: leggerli assieme significa comprendere come la crisi israelo-palestinese sia diventata una pedina nel grande gioco turco perla leadership sunnita. Il cuore della continuità sta nella contesa su Gerusalemme, scenario della sfida legale sulla proprietà delle case del quartiere orientale di Sheikh Jarrah da cui lunedì sono iniziatigli scontri, che accompagna sin dall'inizio ff conflitto fra israeliani e palestinesi. Il più recente tentativo di comporlo risale al 2014 quando l'allora Segretario di Stato Usa, John Kerry, gettò la spugna davanti ai veti incrociati del premier israeliano Benjamin Netanyahu e del presidente palestinese Abu Mazen: il primo contrario a smantellare completamente gli insediamenti in Cisgiordania e ff secondo contrario a rinunciare del tutto al diritto al ritorno dei profughi palestinesi nei territori assegnati dall'Onu allo Stato ebraico con la spartizione del novembre 1947. Il tentativo di Kerry — su forte mandato del presidente Barack Obama — fu il più intenso e costante dagli accordi di Oslo del 1993 — che sancirono il riconoscimento reciproco fra israeliani e palestinesi attorno alla formula dei due Stati per due popoli — e quel fallimento dimostrò come in assenza di una reciproca volontà di compromesso sui temi più identitari l’accordo per la definitiva conclusione del conflitto non poteva essere raggiunto. Tutto ciò spiega quanto il contenzioso sulle case di Sheikh Jarrah celi un disaccordo strategico ben più profondo e contribuisce a spiegare la cautela del presidente americano Joe Biden — che all’epoca della mediazione di Kerry era vicepresidente — nell’affrontarlo. Anche perché, a complicare ulteriormente lo scenario c’è la situazione politica attuale su entrambi i fronti: l’Autorità nazionale palestinese ha come presidente l’85enne Abu Mazen giunto al 17esimo anno di un mandato quadriennale che, in forte crisi di popolarità, ha sfruttato il contenzioso su Gerusalemme — accusando Israele di non voler far votare gli arabi residenti — affrettandosi a far slittare le elezioni previste per questo mese; in Israele dopo quattro elezioni politiche senza esito il premier uscente Netanyahu rischiava di finire all’opposizione ma ora il suo rivale ultraconservatore Naftali Bennett mostra segni di apertura che possono rimetterlo in gioco. Ovvero, su entrambi i fronti i leader sono deboli, vulnerabili. Da qui la conclusione di Martin Indyk, ex consigliere di Clinton ed Obama ora vicino a Biden, quando afferma "gli Usa non possono ignorare o risolvere il conflitto in Medio Oriente".

Come dire: senza una volontà politica di entrambi i contendenti nessun accordo definitivo può avvenire. E tale volontà non c’è perché, per opposte ragioni, israeliani e palestinesi hanno perso fiducia nella formula dei "due Stati per due popoli" senza disporre di una valida alternativa. È sullo sfondo di questa situazione di stallo che quanto sta avvenendo in Medio Oriente ha messo in luce tre elementi di drammatica novità. Primo: Hamas si è impossessata del palcoscenico della crisi di Gerusalemme bersagliando Israele con una pioggia di razzi assai più efficace del 2014 — anno dell’ultimo scontro frontale — nel penetrare le difese antiaeree israeliane, riuscendo così a colpire i grandi centri abitati causando vittime e danni. Secondo: nelle città israeliane di Lod, Akko, Haifa e nel quartiere di Giaffa a Tel Aviv, come in molti villaggi in Galilea e nel Negev, ci sono state violenze senza precedenti fra arabi ed ebrei — con sinagoghe e ristoranti alle fiamme, persone e abitazioni aggredite su entrambi i fronti — mettendo in pericolo una convivenza che risale alla fondazione dello Stato. Terzo: il leader nazionale che ha più apertamente sostenuto Hamas nella violazione armata della sovranità di Israele è il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, divenuto da tempo (con il Qatar) l’alleato politico più importante dei fondamentalisti di Gaza con cui condivide il riferimento ai Fratelli Musulmani. Si tratta di tre tasselli che schiudono scenari dagli esiti imprevedibili: l’efficacia dei razzi di Hamas nasce dall’addestramento fornito dall’Iran ma spinge Israele a cercare di ripristinare la propria deterrenza con un aumento degli attacchi su Gaza e il conseguente pesante bilancio di vittime e danni; le violenze arabo-israeliane creano una nuova variabile ad alto rischio nel conflitto; il ruolo di Erdogan conferma l’ambizione turca di sfruttare la crisi regionale per riuscire ad impossessarsi della leadership dell’Islam sunnita. Quest’ultimo aspetto è il più strategico, con le conseguenze più ampie.

Se Erdogan invoca la "punizione di Israele" e chiama in sei giorni oltre venti capi di Stato — incluso il russo Vladimir Putin — per trasformare il sostegno ad Hamas in una propria coalizione è perché l’ambizione è cogliere l’occasione per strappare agli Emirati Arabi Uniti di Sheik Mohammed bin Zayed — ed ai suoi alleati sauditi — la leadership dell’Islam sunnita. Già protagonista degli interventi militari nel Nord della Siria e in Libia, Erdogan è ovunque il paladino del movimento dei Fratelli musulmani, nemico giurato delle monarchie del Golfo (ad eccezione del Qatar) e scommette su questa sfida per riassegnare alla Turchia una zona di influenza neo-ottomana. Da qui la sfida aperta di Erdogan agli Accordi di Abramo — siglati nel 2020 da Israele con Emirati, Bahrein, Sudan e Marocco grazie alla mediazione americana — e anche la scelta di Abu Dhabi di condannare senza mezzi termini gli attacchi di Hamas. Se a questo aggiungiamo che il movimento islamico del Nord — molto presente fra gli arabo-israeliani in Galilea — non nasconde i legami con i Fratelli musulmani e le simpatie per Erdogan, non è difficile arrivare alla conclusione che la crisi israelo-palestinese è diventata una pedina dell’ambizione turca alla leadership fra i sunniti ovvero sulla sponda Sud del Mediterraneo.

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