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La Repubblica Rassegna Stampa
14.02.2021 Usa: Donald Trump assolto in Senato
Cronaca di Federico Rampini

Testata: La Repubblica
Data: 14 febbraio 2021
Pagina: 16
Autore: Federico Rampini
Titolo: «Trump assolto in Senato: 'Riprenderò il viaggio per una grande America'»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 14/02/2021, a pag.16, con il titolo "Trump assolto in Senato: 'Riprenderò il viaggio per una grande America' ", il commento di Federico Rampini.

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Federico Rampini

Donald Trump lascia la Casa Bianca:
Donald Trump

«Ha tradito il Paese», è l’ultima arringa dell’accusa democratica. Ma Donald Trump entra nella storia come il primo ed unico presidente degli Stati Uniti ad aver subito due tentati impeachment, e da ieri due assoluzioni. Non c’è stata nessuna sorpresa dell’ultima ora, e ancora una volta l’establishment repubblicano (a favore della condanna 57 voti, di cui sette eseponenti Gop; i no sono stati 43: per il sì erano necessari 67 voti, ossia i due terzi dei 100 senatori) si è ritrovato abbastanza unito nel difenderlo dall’accusa di incitazione sovversiva. A nulla è servito il pressing finale dell’accusa di parte democratica, che ha bombardato l’aula del Senato di video sulle violenze del 6 gennaio, l’escalation dal comizio dell’allora presidente fino all’irruzione dentro il Congresso. C’è stato nelle ultime ore di ieri il tentativo di costruire un colpo di scena, interrogando testimoni repubblicani che potevano avallare la tesi del pieno appoggio di Trump ai facinorosi. Una deputata della destra aveva udito dal capogruppo repubblicano alla Camera Kevin McCarthy il resoconto di una concitata conversazione con il presidente: gli assalitori avevano già fatto irruzione dentro il Congresso, e Trump ignorava l’appello del suo compagno di partito perché intervenisse a fermarli, invece elogiava i manifestanti perché «loro sono più disgustati da questa elezione di te». Alla fine si è rinunciato ad ascoltare nuove testimonianze, che avrebbero prolungato il procedimento danneggiando l’agenda di governo di Joe Biden. E Trump ha poi commentato: «Finita la caccia alle streghe, il nostro storico movimento MAGA (Make America Great Again, ndr ) è soltanto all’inizio. Non vedo l’ora di proseguire il nostro incredibile viaggio per riportare l’America alla grandezza, per tutto il nostro popolo». Simbolico, ma prevedibile, è stato il voto assolutorio del massimo leader repubblicano: Mitch McConnell, capogruppo della destra al Senato. Personaggio-chiave, per tante ragioni. Guardando al futuro: Biden avrà spesso bisogno di negoziare con lui visto che i democratici hanno una maggioranza al Senato appesa a un solo voto (quello "di spareggio" che spetta alla vicepresidente Kamala Harris). In passato, McConnell ebbe una relazione a volte conflittuale, ma più spesso cooperativa, con Trump. Salvo che il 6 gennaio.

Quel giorno il capogruppo repubblicano al Senato fece un discorso esemplare, in difesa della Costituzione, contro i tentativi di ribaltare il responso delle urne, e ammonì il suo partito a non creare un precedente pericoloso. Si mise, insomma, di traverso rispetto agli ultrà trumpiani come Ted Cruz. Poi McConnell fu tra i leader messi in fuga nel panico dall’irruzione violenta dei manifestanti. Sua moglie Elaine Chao, ministra di Trump, si dimise subito per protesta. Da allora alcuni media hanno creato il mito di una crisi di coscienza che avrebbe spaccato il partito repubblicano. Lo stesso McConnell era parso possibilista sull’impeachment, accettando di concordare con i democratici l’agenda dei lavori. Alla fine ha votato anche lui per l’assoluzione, come la stragrande maggioranza dei suoi. Anche se in serata ha ribadito la sua condanna contro l’ex presidente, definendolo «praticamente e moralmente responsabile» per l’attacco a Capitol Hill. La suspence era finta, e come sempre da molti anni a questa parte i principali media americani hanno sbagliato previsioni sul partito repubblicano. Il tema è che fare di 75 milioni di elettori che il 3 novembre scorso misero una crocetta sul nome di Trump. Che lui decida o meno di ricandidarsi nel 2024, ritornare al partito dei Mitt Romney e dei George Bush (padre o figlio) non è un’opzione realistica. Inoltre un impeachment di Trump poteva verosimilmente preludere a una scissione, o alla candidatura dell’ex presidente come indipendente: tutti scenari che garantirebbero vittorie a ripetizione per i democratici nelle prossime elezioni. Alla fine il secondo impeachment ha avuto un iter non molto diverso dal primo, sono aumentate solo di poco le defezioni dei repubblicani che hanno votato per condannare il loro ex presidente. In parte il primo impeachment aveva consolidato a destra l’idea di un partito preso, e forse, se non ci fosse stato quel precedente, sarebbe stato più facile perorare la seconda condanna che aveva basi fattuali e costituzionali ben più solide. L’America reale ha seguito il secondo con maggiore attenzione perché ha rivissuto 40 giorni dopo l’orrendo attacco a Capitol Hill. Biden è riuscito a contenere i danni, comprimendo il calendario. Da domani, per lui è essenziale che il Congresso lavori con la Casa Bianca su vaccinazioni, economia, ambiente. Perché tra un anno e nove mesi si rivota, e la storia insegna che le maggioranze si sciolgono come neve al sole.

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