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La Repubblica Rassegna Stampa
04.02.2021 Omicidio Daniel Pearl, l'America alzi la voce
Analisi di Bernard-Henri Lévy

Testata: La Repubblica
Data: 04 febbraio 2021
Pagina: 1
Autore: Bernard-Henri Lévy
Titolo: «Ora basta impunità, l’America pretenda dal Pakistan il killer di Daniel Pearl»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 04/02/2021, a pag. 1-19, con il titolo "Ora basta impunità, l’America pretenda dal Pakistan il killer di Daniel Pearl", l'analisi di Bernard-Henri Lévy.

Per approfondire, ecco il link all'articolo di Deborah Fait sull'assassinio di Daniel Pearl: http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=115&sez=120&id=80688

Immagine correlata
Bernard-Henri Lévy


Daniel Pearl

Signor Presidente Joe Biden,
Credo di aver svolto una delle più approfondite inchieste sul rapimento e la decapitazione del vostro compatriota, il giornalista del Wall Street Journal Daniel Pearl, nel febbraio del 2002. All’epoca, mi recai in Pakistan, con soggiorni in diverse città, a Islamabad e a Karachi, a Lahore e a Peshawar, un’esperienza da cui trassi un libro, tradotto negli Stati Uniti, "Chi ha ucciso Daniel Pearl?". Nel libro, quattro anni prima della sua confessione davanti a un tribunale speciale di Guantanamo, facevo il nome dell’uomo che aveva il coltello: Khalid Shaikh Mohamed, numero 3 di Al Qaeda e probabilmente una delle menti che concepirono gli attacchi dell’11 settembre. Ma soprattutto, vi ricostruivo i dettagli dell’orribile macchinazione che consentì di attirare Pearl all’Hotel Akbar di Rawalpindi; guadagnata la sua fiducia con una serie di e-mail che gli promettevano un incontro con Pir Mubarak Shah Gilani, leader della Jamaat ul-Fuqrah e uno degli ispiratori — all’epoca — di Al Qaeda, fu poi portato nel cuore del quartiere Gulzar e-Hijri di Karachi, fino a una casa isolata dove lo aspettavano Fazal Karim, Naeem Bukhari e gli altri e dove si sarebbe consumato il suo supplizio. E sono giunto alla conclusione che l’innegabile cervello dell’operazione, l’uomo che l’ha voluta e concepita con un accanimento quasi diabolico, colui che faceva da tramite tra le diverse fazioni jihadiste che cooperarono nel portarla a termine, era il pachistano- britannico Omar Sheikh, che fu subito arrestato, condannato e messo in prigione. Devo aggiungere che, in quel libro, dimostravo che Omar Sheikh non era un criminale qualunque, ma un membro influente della galassia di organizzazioni terroristiche che ruotavano intorno ad Al Qaeda e che, formatosi alla prestigiosa London School of Economics, era il consigliere finanziario di Osama Bin Laden, che lo chiamava «il mio figlio prediletto ». Preciso, infine che — poiché la Storia, anche quando è atroce, può avere dei risvolti comici — fu proprio lui a tributare un terribile e paradossale omaggio al mio lavoro affermando, in un’intervista rilasciata dalla sua prigione nell’aprile del 2005 a Massoud Ansari e alla rivista pakistana Newsline: «Potete trovare dei dettagli sul mio passato leggendo "Chi ha ucciso Daniel Pearl?". Questo libro ripercorre tutta la mia esistenza; i riferimenti sono generalmente negativi, ma ha fatto una grande ricerca». Tutto questo per dire, signor Presidente, che l’annuncio fatto dalla Corte Suprema del Pakistan giovedì scorso, 28 gennaio, in cui ha sostenuto che non era imputabile di «nessun crimine» e che lui e i suoi complici dovevano essere «immediatamente rilasciati » è un insulto alla memoria di Pearl; uno sputo in faccia alla sua famiglia e in particolare ad Adam, suo figlio, nato pochi mesi dopo la morte del padre; una minaccia supplementare contro i giornalisti desiderosi di fare il loro lavoro nei luoghi più inospitali del mondo; ma è una tale assurdità giudiziaria, un tale insulto alle verità più stabilite, alle confessioni dello stesso Omar Sheikh e, in breve, al semplice buon senso, che è anche una provocazione rivolta al suo Paese e, all’inizio di questo mandato, a lei stesso. Per il regime pachistano, è vero, è una consuetudine. Incancrenito da servizi segreti a loro volta infiltrati dai gruppi terroristi e sempre giocando sulla sua posizione di grande "alleato strategico", è diventato maestro nell’arte del doppio gioco, tanto da rispondere sempre dicendo: «Siamo obbligati a cedere nei confronti di un’opinione pubblica incandescente conquistata dalle tesi dell’Islam politico; permetteteci di trattenerla, per evitare che faccia danni». È probabilmente questo, secondo le mie informazioni, il messaggio che il regime ha fatto passare lo scorso aprile quando, sotto la precedente Amministrazione americana, l’Alta Corte della provincia di Sindh ha commutato la condanna di Omar e dei suoi complici a sette anni di detenzione, coperti dai 18 anni di carcere preventivo già trascorsi, senza che né il segretario di Stato Mike Pompeo, né il procuratore generale Jeffrey Rosen né, ovviamente, il presidente Donald Trump trovassero altro da esprimere se non la loro «profonda preoccupazione». Conosco abbastanza bene i metodi di questo Stato canaglia per sapere che, quando accetta di discutere, trovare un compromesso, ribaltare una decisione giudiziaria o consegnare questo o quel leader di Al Qaeda e Daesh che vivono tranquillamente in un quartiere residenziale di Rawalpindi o in un villaggio nelle zone tribali al confine con l’Afghanistan, è alla fine di un mercanteggiamento che, come per caso, gli fa ottenere una consegna di F16, un accordo commerciale bilaterale o un prestito. La domanda, signor Presidente, è se lei accetterà ancora una volta questo spaventoso ricatto o se deciderà di ottenere a qualsiasi costo, come ha annunciato il Segretario di Stato Antony Blinken, che gli assassini siano processati nella patria di Pearl. Le diranno, ne sono certo, che non esiste un vero e proprio trattato di estradizione tra gli Stati Uniti e il cosiddetto "Paese dei Puri". E le obietteranno inoltre, come è stato obiettato ai suoi predecessori, che avrà molto bisogno del suo "grande alleato strategico" quando si tratterà di far avanzare i colloqui di Doha con i talebani, di rifornire le ultime forze speciali rimaste in Afghanistan o di impedire uno scenario catastrofico, ovvero la proliferazione del materiale nucleare che detiene in grandi quantità. La verità è che il Pakistan, un Paese in rovina, ha bisogno del suo alleato non meno di quanto il suo alleato abbia bisogno del Pakistan. E che le democrazie non possono tirarsi sempre indietro per paura se si oppongono di incorrere in guai peggiori. Sono convinto che su questo si gioca ciò che gli Stati Uniti hanno forse di più prezioso: i loro valori e il rispetto che essi ispirano. Un’Amministrazione spesso cinica, senza scrupoli e principi, animata da una bassa autostima, ha lasciato credere negli ultimi quattro anni che si potessero impunemente calpestare il credo americano e i suoi più coraggiosi rappresentanti. Io spero che possa esigere e ottenere la consegna di Omar Sheikh. Solo allora gli alleati dell’America, i veri alleati, quelli che condividono lo stesso amore per la libertà, ritrovera nno la fiducia nella sua vocazione.

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