giovedi` 28 ottobre 2021
CHI SIAMO SUGGERIMENTI IMMAGINI RASSEGNA STAMPA RUBRICHE STORIA
I numeri telefonici delle redazioni
dei principali telegiornali italiani.
--int(0)
Stampa articolo
Ingrandisci articolo
Clicca su e-mail per inviare a chi vuoi la pagina che hai appena letto
Caro/a abbonato/a,
CLICCA QUI per vedere
la HOME PAGE
Segui la rubrica dei lettori?
Clicca qui per condividere
l'articolo sui Social Networks

Bookmark and Share
vai alla pagina facebook
vai alla pagina twitter
CLICCA QUI per vedere il VIDEO

Hillel Neuer censurato all'Onu (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


Clicca qui






La Repubblica Rassegna Stampa
15.04.2020 Nessuna novità nelle parole di Yuval Noah Harari: gli slogan per affrontare il virus non bastano
Lo intervista Enrico Franceschini

Testata: La Repubblica
Data: 15 aprile 2020
Pagina: 31
Autore: Enrico Franceschini
Titolo: «'Confini chiusi ma solo al virus'»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 15/04/2020, a pag.31 con il titolo 'Confini chiusi ma solo al virus' l'intervista di Enrico Franceschini allo storico israeliano Yuval Noah Harari.

Quello che ripete Yuval Noah Harari non è nuovo. La solidarietà e la cooperazione internazionale per affrontare l'emergenza pandemia sono ottimi propositi, ma vanno riempiti di contenuti e proposte operative sul campo per essere efficaci e non rimanere semplici slogan. E la realtà di oggi è ben diversa, con le istituzioni internazionali - Oms su tutte - che coprono la dittatura cinese. Più interessante è valutare come i singoli Paesi affrontano il virus, come fa per Israele Fabiana Magrì in altra pagina di IC.

Ecco l'articolo:

Immagine correlata
Enrico Franceschini

La tempesta del coronavirus passerà, ma le scelte che facciamo in questi giorni potranno cambiare le nostre vite per molto tempo». È la profezia di Yuval Noah Harari, il 44enne storico israeliano che con tre bestseller mondiali in rapida successione, Sapiens da animali a dei Breve storia dell'umanità; Homo Deus. Breve storia del futuro e 21 lezioni per il XXI secolo (pubblicati in Italia da Bompiani) è recentemente diventata uno degli intellettuali più seguiti del pianeta. La sfida posta dal Covid 19, afferma ora Harari, deve spingere l'umanità a «chiudere i confini trai virus e l'uomo», non tra le nazioni, a scegliere «la solidarietà globale», non il nazionalismo isolazionista, ad ascoltare leader che «vogliono unire» i propri popoli, non dividerli. «In breve, de- ve aprirci anziché chiuderci in noi stessi, emancipare i cittadini anziché rafforzare il controllo totalitario», dice a Repubblica al telefono da Tel Aviv, dove vive con il marito in un moshav, le comunità agricole ebraiche simili ai kibbutz, praticando veganismo e meditazione.

Yuval Noah Harari on the Rise of Homo Deus - YouTube
Yuval Noah Harari

Questa pandemia è la più grande crisi globale della nostra generazione, professore? «Sembra decisamente di sì. Coinvolge ormai tutto il mondo e avrà profonde conseguenze sia dal punto di vista sanitario che da quello economico. La tempesta del virus a un certo punto passerà, ma le scelte che facciamo in questi giorni per affrontarla potranno cambiare le nostre vite per molto tempo».
È una sfida più grande di quella posta dal crash finanziarlo del 2008 e dal cambiamento climatico? «Più grande del collasso finanziario, perché non è una crisi soltanto economica, ma può trasformare ogni aspetto della nostra vita sociale. Non è più grande del cambiamento climatico, perché abbiamo gli strumenti per risolverla positivamente, relativamente in fretta rispetto ai danni causati dall'inquinamento. Ma se faremo le scelte sbagliate anche la crisi del coronavirus avrà gravi ripercussioni a lungo termine».
Quali scelte? Per parafrasare il titolo del suo ultimo libro, il coronavirus contiene una ventiduesima lezione? «Due innanzitutto: tra il nazionalismo isolazionista e la solidarietà globale; e fra il controllo totalitario e l'emancipazione dei cittadini. Prendiamo la prima: ogni paese può provare ad affrontare la pandemia individualmente oppure si può intraprendere un piano d'azione globale. La seconda è scegliere tra la tentazione totalitaria di controllare ogni contagio dall'alto, con lo stato che applica qualsiasi misura indiscriminatamente, o dare più voce e responsabilità ai cittadini, riconoscere che soltanto una' popolazione con alta istruzione e forte senso civico può comprendere cosa è necessario per fermare il virus. Chiaramente mi auguro che prevalga la seconda opzione in entrambi i casi, altrimenti avremo un mondo chiuso su se stesso, meno sicuro e meno democratico».
La pandemia non condurrà alla fine della globalizzazione? «Per me dovrebbe condurre a una migliore globalizzazione. Chiudersi è la risposta sbagliata. Le pandemie esistevano anche in un mondo chiuso come quello del Medio Evo, quando la Peste Nera uccise un terzo della popolazione terrestre. Bisogna tornare all'età della pietra, in cui gli umani vivevano in minuscoli agglomerati senza contatti tra l'uno e l'altro, per vedere un modello di società chiusa a prova di epidemie. Oggi soltanto la cooperazione, la solidarietà e uno sforzo comune di tutti possono risolvere il problema e fare compiere un passo avanti alla nostra civiltà. Bisogna chiudere i confini tra i virus e l'uomo, non quelli tra uomo e uomo, tra nazione e nazione».
Eppure, "globalizzazione" è un termine che molti in Occidente continuano a considerare negativo. «La globalizzazione non si può giudicare in bianco o nero. Perfino iI cibo italiano è un prodotto della globalizzazione. E sempre stato così: furono i conquistatori spagnoli a portare in Italia i pomodori dall'America Latina. Se qualcuno è contrario alla globalizzazione, non dovrebbe più mangiare spaghetti al pomodoro».
Lei ha scritto che in questo 2020 di crisi senza precedenti manca una leadership globale. In passato, nelle due guerre mondiali e per tutto il Novecento, è stata l'America a fornirla. Può tornare a esserlo, se Biden batte Trump, oppure spetta ad altri? «Al momento, l'America non sta nemmeno provando a fornire una leadership globale. A parte il fatto che Trump all'inizio ha negato che il coronavirus fosse una seria minaccia e poi ha tardato a intervenire, anche adesso continua a dire "America first", prima l'America: e sta ottenendo quello che voleva, l'America è diventata prima nei contagi e nelle vittime. Ma anche se a novembre Trump perdesse e arrivasse Biden alla Casa Bianca, l'erosione di fiducia nei confronti dell'America negli ultimi quattro anni è stata così profonda che non sarà semplice né rapido recuperarla. Per avere una leadership globale, il mondo non può aspettare ogni quattro anni di vedere chi è il presidente degli Stati Uniti: bisogna contare di più su altri paesi e soprattutto su istituzioni internazionali, sul multilateralismo, dall'Onu all'Unione Europea, dal G20 all'Organizzazione Mondiale della Sanità. Spero che la crisi del coronavirus serva anche a questo, a sottolineare la necessità della cooperazione e della solidarietà globali».
Cosa pensa del modo in cui Mafia sta affrontando la pandemia? «Ho visto tanti segnali incoraggianti di solidarietà, di spirito comunitario, di cooperazione. Se ne scorgono, in Italia come altrove, anche d'altro genere: incitamenti all'odio verso lo straniero, tentativi di dividere non soltanto nazione da nazione ma pure i cittadini di uno stesso paese. Chi la pensa diversamente da te non viene più considerato un legittimo avversario, bensì un traditore della patria Ebbene, in tempi più o meno normali è possibile governare con il 51 per cento dei consensi, mettere la metà più uno di un paese contro la metà meno uno. Ma in una crisi come questa pandemia sarebbe catastrofico tentare di farlo. Ecco l'altra lezione da trarre dal coronavirus: il bisogno di una leadership che unisca le nostre società anziché dividerle, come cercano invece di fare populisti e nazionalisti».
Ma lei dove si sente meglio a casa? Nel suo moshav? Nella Città Vecchia di Gerusalemme? Sulla spiaggia cosmopolita di Tel Aviv? «Abito in un moshav, una comune agricola, mi piace perché è tranquillo ma al contempo vicino a una città vibrante e cosmopolita, come l'ha giustamente definita, quale Tel Aviv. Vado a Gerusalemme perché insegno storia all'Università Ebraica, mala Città Santa è un luogo pieno di tensioni, in cui molta gente odia aura gente. Si avverte nell'aria Non ci vivrei».
La situazione politica in Israele è tutt'altro che tranquilla «Siamo in una stagione di caos, a cui il coronavirus ha aggiunto la tentazione di strumentalizzare la pandemia per introdurre lo stato d'emergenza, misure speciali. È un rischio che corrono anche altri paesi: l'ascesa di regimi antidemocratici con il pretesto di combattere il Covid 19».
E visto che è una sua disciplina quotidiana, suggerisce la meditazione ai tanti di noi costretti In questi giorni a restare chiusi nelle proprie case? «Io la pratico due ore al giorno anche in tempi normali, mi aiuta ad avere un equilibrio. La meditazione, in fin dei conti, ti aiuta a conoscere te stesso, le tue ansie, le tue paure, che continuano a esistere ma impari a conviverci e a controllarle. E in un momento di grande crisi come questo c'è grande bisogno di equilibrio e conoscenza».

Per inviare a Repubblica la propria opinione, telefonare: 06/49821, oppure cliccare sulla e-mail sottostante


rubrica.lettere@repubblica.it

Se ritieni questa pagina importante, mandala a tutti i tuoi amici cliccando qui
www.jerusalemonline.com
SCRIVI A IC RISPONDE DEBORAH FAIT