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La Ragione Rassegna Stampa
26.01.2022 Iran criminale: guerre per procura e caccia alle streghe
Commenti di Anna Mahjar-Barducci, Maurizio Stefanini

Testata: La Ragione
Data: 26 gennaio 2022
Pagina: 6
Autore: Anna Mahjar-Barducci - Maurizio Stefanini
Titolo: «L'Iran e le guerre per procura - Ennesima condanna per l'attivista contro il regime»
Riprendiamo dalla RAGIONE di oggi, 26/01/2022, a pag. 6, l'analisi di Anna Mahjar-Barducci dal titolo "L'Iran e le guerre per procura"; con il titolo "Ennesima condanna per l'attivista contro il regime", il commento di Maurizio Stefanini.

Ecco gli articoli:

Anna Mahjar-Barducci: "L'Iran e le guerre per procura"

La mia scuola è il mondo. Intervista a Anna Mahjar-Barducci
Anna Mahjar-Barducci

Gerusalemme — A Gaza, Hamas ha organizzato una manifestazione a sostegno del movimento degli Houthi, gruppo armato sciita e longa manus dell'Iran in Yemen. Lo scorso 17 gennaio gli Houthi hanno attaccato Abu Dhabi, facendo esplodere tre cisterne di petrolio e causando tre morti e sei feriti. L'attentato terroristico ha scatenato l'immediata reazione militare dell'esercito degli Emirati Arabi e dell'Arabia Saudita contro target degli Houthi in Yemen. Lunedì mattina il gruppo filo-iraniano ha nuovamente lanciato due missili balistici contro Abu Dhabi. La proxy war, la guerra per procura, in Yemen si è pertanto intensificata. L'Iran vuole mettere pressione agli Stati Uniti durante i negoziati sull'accordo nucleare e il piano è pertanto attaccare i migliori alleati di Washington: gli Emirati Arabi. La storia si ripete. Lo scorso maggio Hamas — che come gli Houthi fa parte della rete dei movimenti sponsorizzati dall'Iran — aveva iniziato una guerra durata undici giorni contro Israele con lo stesso obiettivo: migliorare l'influenza negoziale di Teheran sull'accordo nucleare con Washington, per scongiurare nuove condizioni e sanzioni economiche. Hamas, infatti, non è più ormai un movimento di `resistenza palestinese' ma un movimento regionale che segue le logiche politiche legate agli interessi dell'Iran. Per questo motivo, Hamas ha sostenuto pubblicamente gli Houthi, organizzando cortei per le strade di Gaza al grido di «Morte agli Stati Uniti!» e «Morte al clan dei Sauditi!». Lo scorso giugno Mouath Abu Shemala, un membro di Hamas in Yemen, si era incontrato con Mohammed Ali AlHouthi, figura di rilievo degli Houthi, suscitando forti critiche sui social media. Molti palestinesi infatti lamentavano il fatto che Hamas, un movimento sunnita, si fosse trasformato in un gruppo completamente subalterno agli interessi del regime sciita degli ayatollah. Hamas, che negli anni ha anche ricevuto il sostegno da parte del Qatar (che come l'Iran è nemico politico e militare degli Emirati Arabi e dell'Arabia Saudita), ha perd scelto da tempo di schierarsi con Teheran contro l'asse Abu Dhabi-Riad. L'Arabia Saudita ha infatti arrestato quasi duecento palestinesi affiliati ad Hamas, temendo che il gruppo palestinese possa perpetrare assieme agli Houthi altri attentati sul proprio territorio (nel 2019 gli Houthi avevano persino lanciato un missile contro la Mecca). Nel frattempo gli Emirati Arabi vogliono che gli Stati Uniti includano nuovamente gli Houthi nella lista delle organizzazioni terroristiche. Nel 2021, l'amministrazione Biden aveva tolto il gruppo yemenita da tale lista, causando non poco scontento ad Abu Dhabi e a Riad. Reinserire nuovamente gli Houthi nella lista significherebbe l'inasprimento delle relazioni con Teheran, che al momento Washington vorrebbe scongiurare. La tensione perd è sempre più alta. Il quotidiano israeliano "Haaretz" ha riportato che, dopo Abu Dhabi, il porto di Eilat in Israele potrebbe essere il prossimo target degli Houthi e a quel punto anche Hamas ricomincerebbe una escalation contro lo Stato ebraico. Gli Emirati Arabi, l'Arabia Saudita e Israele aspettano pertanto di vedere quale mossa adotterà Washington, sperando che l'amministrazione Biden non preferisca scegliere una posizione soft nei confronti dell'Iran a scapito dei propri alleati.

Maurizio Stefanini: "Ennesima condanna per l'attivista contro il regime"

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Maurizio Stefanini

Cinque minuti di processo per otto anni di carcere e 70 frustate di pena. E quanto accaduto a Narges Mohammadi, attivista cinquantenne rea di aver lottato contro la pena di morte e la repressione in Iran. Il marito Taghi Rahmani ne ha dato notizia via Twitter, da Parigi. Laureata in fisica e ingegnere, Narges aveva iniziato ad avere guai all'università per articoli femministi su giornali studenteschi. Giornalista e autrice di libri, nel 1998 fu arrestata e scontò un anno. All'uscita dal carcere, nel 1999 si sposò con un altro giornalista riformista, da cui ebbe due gemelli. Poco dopo, però, fu arrestato lui. Nel 2003 Narges entrò nel Centro dei difensori dei diritti umani del premio Nobel per la pace Shinn Ebadi, diventandone vicepresidente. La stessa Ebadi, dopo aver ricevuto un altro premio per i diritti umani, ammise che «Narges lo avrebbe meritato più di me». Scontata la pena, nel 2012 il marito andò in Francia. Lei invece restò in patria, per continuare la sua lotta. Condannata nel settembre del 2011 a undici anni, poi ridotti a sei in appello nel marzo del 2012, iniziò a scontare la pena il 26 aprile 2012 ma venne rilasciata pochi mesi dopo a seguito delle pressioni internazionali. Il 5 maggio 2015 venne però nuovamente arrestata e condannata a sedici anni di carcere: dieci per «fondazione di un gruppo illegale», cinque per «assemblea e collusione contro la sicurezza nazionale» e uno per «propaganda contro il sistema». Dopo aver condotto nel gennaio del 2019 uno sciopero della fame, tra il luglio e l'agosto del 2020 Narges si è ammalata di Covid in carcere. L'8 ottobre dello stesso anno è stata rilasciata ma il 27 febbraio 2021 ha diffuso tramite i social media un video in cui spiegava di essere stata citata in tribunale per un caso aperto contro di lei mentre era ancora in carcere. Annunciando che si sarebbe rifiutata di comparire in tribunale, denunciava anche gli abusi sessuali e i maltrattamenti subiti in carcere. Il nuovo caso aperto contro di lei riguardava un sit-in organizzato da donne prigioniere politiche nella prigione di Evin, per protestare contro l'uccisione e l'arresto di manifestanti da parte delle forze di sicurezza nel novembre 2019. Lo scorso marzo Narges ha scritto la prefazione a un duro rapporto contro la pena di morte in Iran. A maggio è stata condannata a due anni e mezzo di carcere, 80 frustate e due multe distinte per diverse accuse, tra cui «diffusione di propaganda contro il sistema». Quattro mesi dopo ha ricevuto una convocazione per iniziare a scontare questa pena, cui non ha risposto. Il 16 novembre è stata di nuovo arrestata, mentre partecipava a una protesta. Il giorno dopo ha telefonato ai familiari per informarli che era stata portata in carcere per scontare la condanna di maggio. In detenzione ha contratto un'embolia polmonare e un disturbo neurologico che le provoca convulsioni e paralisi parziale temporanea. Non si hanno dettagli su questa nuova sentenza perché non è stata pubblicata nei canali ufficiali e perché una contemporanea interdizione della condannata per due anni da «telecomunicazioni» non le permette di riferire alcunché su quello che le sta accadendo.

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