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Il Riformista Rassegna Stampa
26.02.2022 Ucraina: Churchill non c'è più, Hitler forse sì
Commento di Paolo Guzzanti, Riccardo Nencini

Testata: Il Riformista
Data: 26 febbraio 2022
Pagina: 6
Autore: Paolo Guzzanti - Riccardo Nencini
Titolo: «Togliete l'Ucraina a Biden - Churchill non c'è più, Hitler forse sì»
Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi, 26/02/2022, a pag.6, con il titolo "Togliete l'Ucraina a Biden", l'analisi di Paolo Guzzanti; con il titolo "Churchill non c'è più, Hitler forse sì", l'analisi di Riccardo Nencini.

Paolo Guzzanti: "Togliete l'Ucraina a Biden"

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Paolo Guzzanti

L'Ucraina come una donna morta e stuprata: la battuta di Putin che fa  arrabbiare Kiev - la Repubblica
Vladimir Putin

II vecchio Joe Biden se ne vantò tre anni dopo apertamente: «Li guardai negli occhi e dissi: "Sentite, ragazzi: io me ne vado Ira sei ore e se quando dovrò andar via quel procuratore non sarà stato licenziato, voi ucraini non beccherete un solo dollaro del fondo che abbiamo creato per vol. Ci credereste? Quel figlio di puttana fu licenziato». Il figlio di puttana in questione non era un procuratore, ma il Procuratore Generale dell'Ucraina, Viktor Shokin che indagava sul conti del consiglio d'amministrazione della società Burisma Holdings, fra cui c'era anche Hunter Biden, assunto con uno stipendio di 50mila dollari al mese senza sapere una parola di ucraino o intendersi di gas business. Era stato assunto dagli ucraini quando il presidente Obama varò un programma di aiuti all'Ucraina. La storia era saltata fuori quando i giornalisti avevano scoperto che le fortune del giovane Biden erano cominciate durante un viaggio col padre in Cina dove aveva incontrato uomini d'affari ucraini. L'attuale presidente degli Stati Uniti ha dunque un figlio che sulla scia degli incarichi ricevuti dal padre allora vicepresidente, era di colpo diventato un milionario americano in Ucraina. La faccenda puzzava di marcio ma quando fu portata alla ribalta dai giornali era il momento in cui tutta l'attenzione dei media era dedicata all'impeachment di Donald Trump. Biden si difese alla meno peggio alzando le spalle, sostenendo che lui non sapeva nulla degli affari del figlio e irritando il presidente Barack Obama, il quale scopri sui giornali e non da Biden padre, che il giovane Hunter Biden si arricchiva grazie alla posizione del padre. Obama si infuriò e gli echi della sfuriata lambirono i giornali per qualche giorno. Donald Trump fu invece messo in stato d'accusa per aver tentato di estorcere a Kiev notizie sulle ipotetiche malefatte di Hunter Biden. Poi lo scandalo si spense. Ma oggi riemerge: il Procuratore generale ucraino ci aveva rimesso la testa e la carriera proprio in seguito al discorsetto agli amici di Kiev di cui abbiamo detto all'inizio: levatemi dalle palle quel procuratore che infastidisce mio figlio altrimenti io chiudo il rubinetto del contributo che non era da poco: un miliardo di dollari. I soldi per l'Ucraina non erano soltanto americani ma facevano parte di una tranche stanziata anche dall'Unione europea e gestita in comune da Washington e Bruxelles. Governava a Kiev il presidente Viktor Yanukovich, il quale peraltro faceva il gioco di Putin: dopo aver fatto ammazzare centinaia di manifestanti durante i mesi della rivoluzione arancione, sali di notte su un elicottero e si rifugiò in Russia Ma il ragazzo Hunter era entrato nominalmente nel consiglio di amministrazione della Burisma Holdings nel maggio del 2014 dopo l'incarico che Obama affidò a Biden, oggi Presidente, di "seguire la transizione politica in Ucraina", una transizione già travolta proprio dagli scandali del Yanukovich, il quale faceva il doppio gioco: era l'uomo di Putin che mentre simulava uno sfrenato europeismo bloccò all'ultimo momento l'adesione del Paese all'Ue sorprendendo il Parlamento e provocando moti di piazza. Quindi lo scandalo che coinvolgeva il figlio dell'attuale presidente Biden (che aveva avuto l'incarico di seguire e proteggere la transizione dell’Ucraina avveniva all'ombra di un governo a fianco del quale gli amici di Putin godevano del denaro che l'Unione Europea e gli Stati Uniti erogavano per la transizione che fu poi strozzata dal tradimento del presidente, dalla rivolta popolare e, mentre scriviamo. dai cani armati di Mosca. Hunter Biden capì che era meglio dimettersi quando suo padre si candidò formalmente come successore di Trump, ma era troppo tardi perché la notizia trapelò e Trump cercò di sfruttarla per danneggiare il suo opponente. Sui media fu una brutta storia, ma di breve durata perché prevalsero sulle prime pagine le vicende dell'impeachment di Trump. Ma anche in campo democratico serpeggiò un fortissimo malumore: la senatrice Elizabeth Warren disse che se fosse stata eletta lei non avrebbe mai permesso ai figli del suo vicepresidente di occupare ruoli in aziende straniere, una circonvoluzione per indicare il figlio Biden senza nominarlo. Quanto a Kamala Harris che correva in ticket con Joe, e che oggi è la vicepresidente degli Stati Uniti d'America, non emise un fiato. E persino l'angelo moralista e socialista Bernie Sanders, amato dai giovani per la sua purezza, fu colpito da afasia. Grazie al silenzio ufficiale del suo partito e ai clamori delle ultime imprese di Donald Trump questa storia non fece mal troppo clamore e venne insabbiata. L'ordine di Biden di cacciare il procuratore ucraino serviva ovviamente a togliersi dai piedi un uomo scomodo che avrebbe potuto danneggiare sia il proprio figlio che sé stesso e nessuno disse una parola nella nuova Casa Bianca. E oggi Biden minaccia sanzioni terribili all'autocrate di Mosca che gioca col suo mappamondo da ridefinire a sua immagine e somiglianza. Biden è stato un un testimone privilegiato delle vicende ucraine di cui guidava la transizione e oggi i repubblicani lo accusano di essere stato molto debole insinuando che conosca fin troppo bene i suoi polli ucraini e russi È apparsa subito notevole la differenza di reazione all'attacco russo, tra quello del presidente degli Stati Uniti e quello del Primo ministro del Regno Unito Boris Johnson, il quale dichiarandosi un seguace di Winston Churchill ha prospettato l'ipotesi di rispondere alle mosse armate di Putin con una minaccia non economica ma militare del Regno Unito: quello che con disprezzo Putin chiama "l'isola". C'è dunque sulla guerra in corso una biforcazione fra gli anglosassoni delle due sponde dell'atlantico che non è una novità perché anche ottanta anni fa mentre Churchill da solo resisteva alle annate hitleriane, l'inquino della Casa Bianca di allora, Franklin Roosevelt parlava, parlava, ma senza alcuna intenzione di entrare in guerra con la Germania nazista Non pensiamo che la storia si ripeta, tuttavia va preso nota del fatto che l'attuale presidente degli Stati Uniti non sembra la persona più indicata per una linea realmente intransigente e fra Biden e Johnson sempre meno corre buon sangue.

Riccardo Nencini: "Churchill non c'è più, Hitler forse sì"

Winston Churchill - Biografie van de staatsman | Historiek
Winston Churchill

Questa Europa somiglia sempre di più all'Europa del 1938. Allora le popolazioni tedesche dei Sudeti, oggi le due regioni filorusse dell'Ucraina. Entrambe rivendicate: ieri Hitler, oggi Putin. Daladier e Chamberlain, i leader di Francia e Inghilterra, prima dichiarano di voler proteggere la Cecoslovacchia - i Sudeti ne fanno parte - poi abbandonano ogni ipotesi di difesa militare, infine accettano la mediazione di Mussolini e firmano la cessione dei Sudeti alla Germania. E il patto di Monaco, passato alla storia come uno degli errori più grandi compiuto da storiche democrazie nei confronti di un dittatore. Churchill scrisse: «Francia e Gran Bretagna potevano scegliere tra il disonore e la guerra. Hanno scelto il disonore, avranno la guerra». Oggi la guerra c'è già. la Russia ha attaccato uno stato sovrano, i carri stanno circondando Kiev, i missili si abbattono sulle città, è iniziata la conta dei morti. Chi sostiene che bisogna preservare a ogni costo la pace non si è accorto che il fronte orientale è in fiamme. Una guerra vera, non scaramucce di frontiera. Una guerra destinata a ridisegnare i rapporti di forza e, Dio non voglia, ad approfondire la frattura tra democrazie occidentali e regimi autocratici. L'Iran applaude Putin, gli occhi sono puntati sul comportamento della Cina. Anni fa lo scrittore Milan Kundera sostenne che "la guerra in Europa era diventata antropologicamente impossibile". Sanate le ferite tra Francia e Germania, di guerre continentali non avremmo più sentito parlare. E invece il baratro si è spalancato a oriente. Prima la Cecenia, poi la Crimea, poi la Georgia, poi il conflitto tra Armenia e Azerbajan, infine l'Ucraina. Ovunque c'è Putin. E tempo per l'Occidente di porsi una domanda: fino a quando? Ancora: l'Ucraina è paragonabile alla Polonia del 1939? Ancora: le sanzioni sono sufficienti o non converrebbe promuovere una risoluzione dell'Onu per inviare in Ucraina reparti di caschi blu? Di più: ha ancora senso parlare di valori universali, di libertà, di autodeterminazione dei popoli, ha senso rievocare chi mori sul fronte della guerra civile spagnola, piangere riascoltando il discorso di Churchill nel 1940 e al contempo preoccuparsi innanzitutto dell'approvvigionamento di gas? Insomma, Kiev val bene una messa o l'Occidente è disposta a sacrificarla? Sacrificarla sarebbe un terribile errore strategico. Avrebbe riflessi sui paesi confinanti, darebbe l'immagine di una Nato inetta e di una Unione Europea inesistente. Una slavina. Sanzioni si, ma pesanti e non graduate, economiche e soprattutto finanziarie e bancarie, tali da incidere pesantemente sugli affari dei vertici del regime. Pretendere che non si insedi a Kiev un governo fantoccio. Utilizzare forze speciali sotto l'egida dell'Onu.

redazione@ilriformista.it

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