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Il Riformista Rassegna Stampa
08.10.2021 Raymond Federman, la vita durante e dopo la Shoah
Commento di Eraldo Affinati

Testata: Il Riformista
Data: 08 ottobre 2021
Pagina: 10
Autore: Eraldo Affinati
Titolo: «Raymond Federman, la vita durante e dopo la Shoah»
Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi, 08/10/2021, a pag.10, con il titolo "Raymond Federman, la vita durante e dopo la Shoah", l'analisi di Eraldo Affinati.

Eraldo Affinati – Mare di Libri
Eraldo Affinati

Raymond Federman - Wikipedia
Raymond Federman

Dodici anni fa, II 6 ottobre 2009, moriva a San Diego Raymond Federman, uno degli scrittori più singolari del Novecento, poeta, saggista e romanziere la cui esperienza di vita resterà per sempre indissolubilmente legata alla Shoah. Proveniente da una famiglia ebraica di umili origini (padre pittore senza fama, madre donna delle pulizie), era nato nel 1928 a Montrouge, nella periferia parigina. A soli quattordici anni non aveva potuto sottrarsi all'infamia nazista, riuscendo a sfuggire alla tragica retata del Velodromo, durante la quale migliaia di persone, fra cui molti bambini, vennero deportate: la gran parte fini inghiottita nei lager senza fare più ritorno a casa. Il ragazzo si salvò perché la madre, nel tentativo di salvarlo, lo spinse in uno sgabuzzino intimandogli il silenzio: "Chut! Stai zitto." Che diventerà il titolo di un suo testo autobiografico. Tanti anni dopo, emigrato negli Stati Uniti, Raymond, ispirandosi a tale vicenda, scrisse un libro quasi incasellabile uscito per la prima volta nel 1990 presso Marsilio e oggi opportunamente riproposto da Einaudi, nella stessa traduzione di Stefano Tettamanti e Patrizia Traverso, con una densa e accurata prefazione di Alessandro Zaccuri: A tutti gli interessati (pp. 151, 18 euro). Definire quest'opera un romanzo sembra un'evidente approssimazione. Eppure il nucleo narrativo che c'è sotto resta incandescente: la grande deportazione parigina viene riferita in punta di penna, scandita con brevi e incisivi paragrafi di prosa ritmata. L'autore pare deciso a scoprire propri ingranaggi, in modo che il lettore resti sveglio dentro il racconto, come se fosse lo spettatore di un dramma brechtiano, costantemente richiamato dal cartelloni scenici a tener presente la natura artificiale di quanto sta vedendo. Cosi, mentre apprendiamo della piccola Sarah di appena nove anni sfuggita per caso agli arresti e di suo cugino, poco più grande di lei, anch'egli scampato alla morte, entrambi poi si rifaranno una vita, rispettivamente nel deserto e in una grande megalopoli, (facile identificare Israele e New York), prendiamo atto di tale occultamento di nomi e luoghi perché dobbiamo stare al gioco che ci viene imposto. È la solita musichetta moderna, tante volte ascoltata dal maestri della disillusione e del disincanto, gli antirealisti di professione, artieri dello sperimentalismo più sfrenato, in testa a tutti Samuel Beckett, amico personale di Federman: attenzione a non credere alle favole. Perché questo è tutto vero! "Si, Sarah e il cugino sopravvissero, ma i loro genitori - il padre di lui era un fratello minore della madre di lei - loro no, loro furono cancellati. Come i due fratelli di Sarah e le due sorelle del cugino. Tutti brutalmente eliminati... annientati. Soppresso il respiro, inceneriti i corpi dentro gigantesche fornaci. Di ciò esiste memoria." Detto ciò, cos'altro aggiungere? Vietato fantasticare sulle nequizie o mettersi a danzare sulle rovine. Eppure il resoconto di Federman, nonostante tutte le prese di distanza, gli accorgimenti formali e gli sganciamenti ironici, anzi forse proprio a causa di tali eleganti e sofisticate schermature, resta caldo, avvincente, e noi ci avviciniamo al noccioli tematici essenziali, quelle orribili evidenze, con la classica, imperturbabile commozione che usavamo riservare al romanzi del vecchi tempi: "I due cugini riuscirono a sopravvivere durante l'invasione, poi si separarono uno dall'altra per riunirsi anni più tardi. Ecco la storia che voglio raccontare." Diremo di più: andiamo cercando proprio queste macchie di realtà cosi difficili da cancellare: "Gli arresti venivano effettuati dalle truppe di occupazione e dalla milizia collaborazionista. In due giorni ne vennero imprigionati 21.884, di cui 9.051 bambini_ In quei quattro giorni parecchie donne partorirono senza alcuna assistenza medica. Morirono quarantasei persone, sedici si suicidarono e un numero imprecisato impazzi. Scoppiò un'epidemia di morbillo, scarlattina e difterite. Molte donne furono violentate dalle guardie..." Quando poi veniamo a sapere che la bambina non è stata acciuffata soltanto perché la madre, forse intuendo ciò che stava per accadere, l'ha mandata a comprare il pane dal fornaio, restiamo avvinti alla vicenda nemmeno stessimo leggendo un romanzo d'appendice. Ecco la piccolina, dopo che la vicina di casa stava quasi per consegnarla ai nazisti, vagare smarrita nella città assediata, tanto lo sappiamo che si tratta di Parigi, mentre si dirige dalla zia Basha, non la trova e finisce nella stanza di Josette, una povera cocotte... Anche se lo scrittore sembra divertirsi a interrompere l'incalzare degli eventi, non gli diamo retta, andiamo avanti come se niente fosse, superando d'un balzo le sue riflessioni metanarrative, tese a motivare il continuo ritardo in cui s'impiglia, magari ricollocando il racconto nel futuro, trentacinque anni dopo, all'epoca in cui Sarah diventerà madre di Yossi, e il cugino un famoso scultore. Lo stesso adolescente che, dopo essersi salvato in maniera rocambolesca dalla cattura, era tornato in città a bordo di un carro armato, grazie all'esercito vincitore: "Proprio come nei film, quei brutti film girati alla fine di tutto." Quando i cugini si rincontreranno, a guerra finita, saranno capaci di tenerezza e comprensione? Questa è in fondo la vera domanda che Raymond Federman pose a se stesso e implicitamente a tutti noi. Come fare a procedere oltre, senza dimenticare il passato? E quali sono le trappole della memoria che dobbiamo a tutti i costi evitare? Frantumando il racconto della tragedia che aveva vissuto, lo scrittore affidò alla letteratura il compito etico di tenere i fuochi sempre accesi: "E cosi, mentre continuavo ad ascoltare i cugini, sempre più confusi nell'oscurità, le voci sempre più flebili, ho capito che la loro storia sarebbe rimasta per sempre incompiuta... e tuttavia, anche se finalmente il sonno stava arrivando, ho cercato di allontanarlo per poter continuare ad ascoltarli..."

redazione@ilriformista.it

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