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Moked Rassegna Stampa
02.02.2021 Luci e ombre sul Giorno della Memoria
Analisi di David Meghnagi

Testata: Moked
Data: 02 febbraio 2021
Pagina: 1
Autore: David Meghnagi
Titolo: «Giorno della Memoria tra luci e ombre»

Riprendiamo da MOKED del 01/02/2021, con il titolo "Giorno della Memoria tra luci e ombre" il commento di David Meghnagi.

Dopo essere stata rimossa o derubricata e ridimensionata a favore di letture meno allarmanti e consolatorie, che hanno in parte coinvolto anche il mondo ebraico, la memoria della Shoah è progressivamente assurta a mito di fondazione di quel che l’Europa e il mondo non avrebbero più voluto che si ripetesse. Nella crisi che ha coinvolto le grandi narrazioni ideologiche del Novecento, la memoria della Shoah ha finito per riempire un vuoto identitario e di appartenenza, assumendo il valore di un paradigma. La tragedia è assurta a simbolo del male assoluto e a pietra di paragone di ogni evento ed è anche divenuta un terreno di scontro morale e culturale, oltre che politico. In nome di una riparazione impossibile, agli ebrei si è affidato il ruolo di custodi di un rito che la società fatica a fare proprio. In quanto tali, essi sono chiamati anche a essere tutori di quel rito, guardiani di una nuova ortodossia in base alla quale stabilire che cosa debba rientrare nel rito.

Si è venuta a creare una situazione nuova e complessa dalle molteplici sfaccettature, fatta di luci e ombre. Una situazione carica di ambiguità irrisolte e di potenziali pericoli. Se gli ebrei non partecipano al rito o non lo “conducono” in prima persona, il rischio è che altri se ne approprino trasformandolo in un’arma puntata contro di loro. Se invece gli ebrei assolvono al rito, in cambio dei “vantaggi” che derivano dal ruolo di “sacerdoti” a cui sono chiamati, il rito stesso rischia di essere svuotato, finendo per appartenere solo a loro. La società può illusoriamente pensare di liberarsi da un’immagine opprimente prendendone le distanze e riguadagnando così la falsa pace perduta. Nel lungo periodo, la gestione del rito rischia di esporre gli ebrei a nuove false accuse che hanno come sfondo la banalizzazione della memoria della Shoah, in nome di altre memorie: una forma di cannibalismo simbolico in cui alle vecchie accuse, si aggiunge quella di godere di una presunta rendita di posizione da cui altri popoli, con le loro sofferenze, sarebbero esclusi. Quanto più il rito è affidato agli ebrei, tanto più la memoria della tragedia rischia di appartenere solo a loro. Poco importa se la data scelta del 27 gennaio, è una data simbolo per tutti. Se gli ebrei rinunciano, il rito può essere assunto da altri, anche contro di loro, per esempio rovesciando, in nome della Shoah, l’accusa di perpetrare su altri popoli quelle stesse sofferenze che essi hanno un tempo ingiustamente subito: “Come è accaduto che un popolo che ha tanto sofferto ripeta coi palestinesi ciò che ha subito ad opera dei tedeschi?”. La domanda puntualmente arriva dopo un dibattito, o la proiezione di un filmato con il povero testimone nella scomoda posizione di doversi “giustificare”. In un convegno di due decenni fa presso la Facoltà di Lettere di Roma Tre, si arrivò alla decisione di vietare domande che non fossero in tema.

La decisione era il segno di un disagio che metteva gli organizzatori nella scomoda posizione di limitare il diritto di parola. Ben altra secondo me, e lo rimarcai ripetutamente, avrebbe dovuto essere la risposta. Essendo i temi fra loro intrecciati, occorreva entrare nel merito dei problemi, mettendo a fuoco le derive di un dibattito e le parole malate che facevano da sfondo allo sviluppo di un antisemitismo “nuovo”, che proietta sulla realtà di uno Stato e di una nazione le immagini demoniache che un tempo erano rivolte agli ebrei. “Come mai”, chiesi ad uno che dal pubblico riproponeva molti dei luoghi comuni del conflitto mediorientale, “quando si parla di Israele le persone tendono a chiedere con falsa innocenza, come abbiano fatto le vittime di ieri a trasformarsi in ‘carnefici’, mentre tale domanda non si fa mai per gli altri? Come mai le stesse persone che si sbracciano per la presunta trasformazione delle vittime in carnefici, quando si parla del terrorismo di matrice nazionalista e islamista arabo e palestinese tendono al contrario a comprendere e a derubricare, o peggio a giustificare in nome delle ingiustizie subite?”. “Non sarà questo modo di argomentare la spia di un’ambivalenza irrisolta nel rapporto con l’ebraismo che trasforma gli ebrei in simboli di un discorso altrui e oggetti di proiezioni che negano la realtà concreta della loro esistenza?”. “Se da un lato”, aggiunsi, gli ebrei sono arbitrariamente e falsamente accusati di avere tradito una storia, mentre dall’altro si arriva a giustificare il terrorismo in nome delle ingiustizie subite, non sarà questo un problema che sta a monte della discussione e che andrebbe indagato e sviscerato? Non sarà da qui che dovremmo cominciare, se vogliamo curare le parole malate e costruire un’autentica cultura del dialogo finalizzata a creare le condizioni per una composizione morale e politica dei conflitti? L’estetismo ipocrita può giustificare per una parte il male compiuto con la memoria della sofferenza patita. Con gli ebrei procede in un modo opposto. Lo si è visto in modo ignobile con il terrorismo suicida anti israeliano prima che le città europee cominciassero tragicamente a vivere la stessa esperienza.

Non sarà questo un problema politico oltre che morale, che chiama in causa i codici stessi con cui è letta la realtà? In questa perversa logica, l’andamento della crisi mediorientale fissa i tempi, le forme e la virulenza di un dibattito che sta a monte e che con l’acutizzarsi della crisi mediorientale può assumere un carattere virulento, al punto che le istituzioni ebraiche, che predispongono l’invio dei testimoni per lo svolgimento del rito, hanno preso negli anni l’abitudine di affiancare il testimone con un giovane preparato a rispondere su questi temi. Il testimone tornato dall’inferno può parlare solo ed esclusivamente dell’inferno. L’esperto di politica può invece rispondere sul resto, entrando con ciò nel merito delle storture prodotte dalla disinformazione e dalla non conoscenza. Il “rito” è salvo ma non per sempre. Il pericolo è solo momentaneamente allontanato, con gli ebrei nella scomoda posizione di doversi confrontare con un duplice ricatto: l’obbligo di ricordare perché gli altri dimenticano, unito all’accusa di costringere gli altri in una colpa perenne. Dopo Auschwitz l’antisemitismo può esprimersi in modo apparentemente rispettabile solo se prende di mira gli ebrei come Stato, demonizzando Israele e deformando la tragedia di un conflitto che ha ormai un secolo, sino a renderlo irriconoscibile. Il cerchio del nuovo antisemitismo si chiude con l’accusa rivolta agli ebrei di voler fissare gli altri popoli in un sentimento di colpa perenne per acquisire “privilegi” e coprire le “colpe” di Israele.

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David Meghnagi

info@ucei.it

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