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Moked Rassegna Stampa
04.10.2012 Shlomo Venezia e Eric Hobsbawm, accomunati in vita e in morte
Da Claudio Vercelli. Peggio di un crimine, un'idiozia

Testata: Moked
Data: 04 ottobre 2012
Pagina: 1
Autore: Claudio Vercelli
Titolo: «Shlomo Venezia e Eric Hobsbawm»

Su MOKED (03/10/2012), il sito internet dell'Ucei (Unione delle Comunità ebraiche italiane), è uscito il seguente commento di Claudio Vercelli, dal titolo "Shlomo Venezia e Eric Hobsbawn", che riprendiamo :

Claudio Vercelli

 La sorte ha voluto che scomparissero nelle stesse ore, l’uno e l’altro accomunati dall’età, dalla condivisione di una comune origine, l’essere ebrei e, soprattutto, dall’avere testimoniato del secolo appena trascorso. Eric Hobsbawm e Shlomo Venezia si sono addormentati una volta per sempre. Che la terra sia per entrambi lieve. Dopo di che la singolarità della loro simultanea dipartita sta in ciò che le due personalità rappresentano comunemente, fatta la tara delle rispettive differenze. Il primo era il maggiore storico di area marxista in Europa, il secondo uno dei pochissimi sopravvissuti al triste destino del Sonderkommando di Auschwitz. Due figure diverse, che probabilmente mai si sono incontrate tra di loro quand’erano in vita ma le cui rispettive esistenze hanno documentato, ognuna a modo proprio, delle tragedie, ma anche delle speranze, di quello che proprio lo storico inglese aveva chiamato il «secolo breve». Una formula, quest’ultima, destinata ad avere un largo credito. Di fatto, ancorché senza saperlo (e noi con loro), sono stati per alcuni aspetti complementari. Eric Hobsbawm ha reso possibile, con il suo lavoro, le sue sintesi di ampio respiro, l’umanità che ha infuso nel laboratorio dello storico, la diffusione del pensiero continentale nei paesi anglosassoni ma anche la divulgazione scientifica di rango rivolta ad un ampio pubblico. Di quest’ultima ne era un grande maestro, ritenendo indispensabile che alla ricerca si affiancasse sempre la sua immediata ricaduta sulla collettività, reputando sterile un sapere chiuso in sé. La coscienza del rapporto tra storia e azione politica era in lui nettissima e la rendeva palese con la serena e dolce schiettezza con la quale si dedicava a parla di storia a tutti. Shlomo Venezia ha rappresentato molte cose nella coscienza di ognuno di noi ma per tutti ha soprattutto rivestito la funzione di testimone per eccellenza. Disceso «in quelle tenebre», nel cuore pulsante dello sterminio, ne era poi “miracolosamente” tornato per acquisire, passo dopo passo, il ruolo non già di mero sopravvissuto, e neanche di giudice, bensì di esponente di quel principio di umanità che i nazisti volevano cancellare una volta per sempre. La sua sobria e cristallina chiarezza, mai sopraffatta dall’emozione che pure non poteva mai dismettere, poiché era parte integrante della sua esperienza, si traduceva in una trasmissione non solo di fatti, documentati dalla sua voce e con il suo corpo, ma anche di valori e di dignità. Entrambi, ognuno a modo suo, ci hanno parlato delle tragedie che incombono sull’uomo inerme. Storia e memoria non sempre si incontrano, non almeno sul piano disciplinare, a volte quasi un po’ contraddicendosi, ma nelle pieghe delle esistenze di due grandi contemporanei, nella vita di ognuno d’essi, trovano come un anello di saldatura. C’è speranza se il loro passo non sia stato fatto invano, trovando altri, molti altri, disposti a sostenerne l’andatura.

ecco il nostro commento:

Che una newsletter edita dall'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane osi accostare un sopravissuto della Shoà che ha dedicato la sua vita a denunciare gli orrori dell'antisemitismo con uno "storico" antisionista e comunista indefettibile, solo perché entrambi ebrei di nascita e scomparsi nello stesso giorno, è il segno dell'accecamento ideologico che regna da quelle parti.
Che cosa ha "testimoniato" Shlomo Venezia è chiarissimo: Auschwitz e la Shoà. Hobsbawm non ha invece "testimoniato" un bel niente, e avrebbe potuto farlo solo delle chiacchiere cui ha assistito nelle università inglesi e dintorni.
Ha invece fatto il propagandista comunista per tutta la vita, dal calduccio di Londra. E' stato uno "storico che accorcia il lunghissimo Novecento ma non sa mai condannare Stalin e il gulag", come ha scritto Gianni Riotta sulla STAMPA citando anche il suo giudizio su Israele: «Non ho obblighi emotivi per un piccolo Stato-nazione militarista, culturalmente deludente, politicamente aggressivo che mi chiede solo solidarietà razziale».

Cito ancora Riotta: "Storici conservatori e progressisti, Niall Ferguson e Francis Wheen, lo accusano di non avere analizzato i crimini politici di Stalin, e di non avere abbandonato il Pc neppure dopo il Rapporto Kruschev al XX Congresso del Pcus. Nella prosa brillantissima di Hobsbawm le invasioni di Ungheria e Cecoslovacchia diventano dettagli minori, il patto Ribbentropp-Molotov tra Hitler e Stalin è ridotto a «episodio temporaneo del 1939-1941». Da queste critiche lo storico, che doveva il cognome a un errore anagrafico, si difendeva con ambigua eleganza e a chi gli chiedeva perché non avesse lasciato il partito dopo le denunce sui gulag replicava sorridendo: «I partiti comunisti non sono per romantici. Sono per il lavoro e l’organizzazione… Il segreto del partito leninista non è sognare la resistenza sulle barricate e nemmeno la teoria marxista. Si può condensare… nella “disciplina di partito”. Il fascino del partito è agire quando nessuno altro lo fa…». "

Accostare un personaggio così a Shlomo Venezia è peggio di un crimine, è un'idiozia. L'idiozia ideologica di pensare che essere ebrei ed essere di sinistra è la stessa cosa.
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