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La guerra dei sei giorni: Israele si difende e vince (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


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Pagine Ebraiche Rassegna Stampa
04.11.2016 L'esodo silenzioso degli ebrei dai Paesi arabi
Analisi di David Meghnagi

Testata: Pagine Ebraiche
Data: 04 novembre 2016
Pagina: 20
Autore: David Meghnagi
Titolo: «Esodo silenzioso»

Riprendiamo da PAGINE EBRAICHE, con il titolo "Esodo silenzioso", l'analisi di David Meghnagi.

Rimandiamo all'analisi pubblicata ieri, con il titolo "Il conflitto arabo-israeliano e i luoghi comuni da ribaltare": http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=269&sez=120&id=64299

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David Meghnagi

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Profughi ebrei dai Paesi arabi

«In tempi bui che confondono il giudizio – scriveva Freud in una lettera a Thomas Mann del 1935– le parole del poeta sono azioni». Quei tempi sono per fortuna alle spalle. L’ammonimento resta valido. Il mondo odierno è sovraccarico di pericoli. Non si può abbassare la guardia di fronte alle parole «malate» in cui è avviluppato il dibattito sul conflitto arabo-israeliano. Le parole malate hanno bisogno di cure, come le persone. Sono nato e cresciuto in un paese arabo, che ho lasciato da ragazzo dopo un sanguinoso pogrom: il terzo nella storia della mia famiglia in poco più di vent’anni.

Lungo l’arco di due decenni centinaia di migliaia di ebrei hanno forzatamente abbandonato le loro case e i loro averi in ogni area del mondo arabo e islamico. Le minoranze ebraiche non avevano partecipato alla guerra scatenata dagli eserciti della Lega araba per distruggere Israele sul nascere. Non costituivano un pericolo per nessuno. Erano ostaggi. La loro fu una fuga silenziosa, ignorata dalla stampa internazionale. Ricordare le sofferenze degli ebrei nei paesi arabi è un salutare richiamo alla complessità dei problemi e alla realtà. Se si accetta che anche loro sono un elemento del complesso e sfaccettato mosaico mediorientale, le cose appaiono in una luce diversa. Le comunità ebraiche del mondo arabo e islamico sono oggi solo un flebile ricordo. Eppure non molto tempo fa erano un elemento costitutivo della realtà e hanno dato significativi contributi in ogni campo.

Ridurre la questione dei profughi ebrei dei paesi arabi alla sola vicenda del conflitto arabo-israeliano è stata in Occidente una rinuncia alla capacità critica e di pensiero. Le loro peripezie sotto il giogo islamico sono poco note, le umiliazioni ignorate, il dolore invisibile. Spariti gli ebrei dal mondo arabo, è tragicamente toccato ai resti delle antiche civiltà che avevano popolato il Vicino Oriente prima delle invasioni arabe: cristiani, yazidi, copti etc La centralità della Shoah nel dibattito sulla legittimità dell’esistenza di Israele ha fatto sì che la memoria delle sofferenze degli ebrei del mondo arabo fosse occultata per lungo tempo agli occhi anche degli israeliani. Solo di recente si è cominciato a comprenderne l’enorme valenza simbolica per una visione più equilibrata del conflitto.

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Profughi ebrei arrivano in Israele

La storia non si fa con i se. Ma ogni tanto domandarsi come sarebbero andate le cose, se le scelte dei leader fossero state diverse, aiuta a chiarire i termini del problema. Se gli Stati arabi, invece di scatenare una guerra di distruzione per impedire nascita di Israele, avessero accettato la Dichiarazione di spartizione dell'Assemblea delle Nazioni Unite nel 1947, forse oggi si festeggerebbero nello stesso giorno l'indipendenza degli israeliani e dei palestinesi. Nel corso della guerra i profughi ci sono stati da entrambe le parti, ma con una grande differenza. Nel caso degli ebrei si trattava di comunità indifese e lontane dal teatro di guerra, mentre i palestinesi erano componente attiva di una guerra voluta dagli eserciti della Lega araba per distruggere su nascere lo Stato ebraico.

Gli ebrei caduti in mano agli eserciti arabi nel corso della guerra, furono sterminati, messi in fuga o fatti prigionieri. All’interno di Israele una parte consistente della popolazione araba è rimasta o è potuta tornare alle sue case. Quando nacque, lo Stato di Israele aveva circa seicento mila abitanti. A parte i sopravvissuti che languivano nei campi europei, nell’attesa di un paese che li accogliesse, l’unico luogo da cui poter attingere per rimpiazzare l’Ebraismo scomparso era l’Oriente arabo. Ideato per far rinascere nell’antica terra dei padri «l’ebreo nuovo», il sionismo poteva salvarsi solo con l’arrivo dei sopravvissuti ai Lager e dei loro fratelli oppressi dell’Oriente. La società israeliana ha accolto i suoi esuli con una tensione morale incomparabilmente alta.

L’arrivo degli immigrati fu considerato un valore in sé, oltre che una necessità per non soccombere alla sfida demografica. Pur con le difficoltà dei primi anni, la vita nelle baracche e un senso di insoddisfazione e di alienazione venuto a galla nei decenni successivi, gli ebrei di origine afroasiatica furono considerati e si consideravano parte di un processo di rinascita nazionale e di riscatto dopo secoli di umiliazioni. Diversa è la situazione alla quale sono andati incontro i palestinesi. Per una scelta politica degli Stati arabi, la loro condizione di profughi divenne ontologica. Anche se il mondo arabo era immenso, e lo spostamento era stato in alcuni casi limitato a qualche chilometro dagli antichi villaggi, l’idea di una loro integrazione nei paesi arabi circostanti o lontani fu violentemente osteggiata. Il rifiuto religioso e nazionalista dell'esistenza stessa di Israele fu assoluto. La creazione di una patria ebraica nel cuore della nazione araba e dell’umma islamica fu considerata una violazione degli ordinamenti divini e terreni. Chi avesse tentato un accordo, fu considerato un traditore da eliminare. Re Abdullah di Giordania, per avere trattato segretamente con la leadership sionista fu assassinato. Così avvenne, tre decenni dopo, per il presidente egiziano Sadat per un accordo che restituiva all’Egitto tutti i territori perduti nella guerra del 1967, in cambio di una pace rimasta fredda. Aver considerato l’esistenza di Israele un’onta che poteva essere lavata solo tornando allo status quo ante, è stata la grande colpa morale e politica del nazionalismo arabo, il segno di un’immaturità politica, l’origine di un fallimento più generale.

La questione dei profughi poteva essere vista come uno dei tanti dolorosi scambi fra popolazioni avvenuti dopo la Seconda guerra mondiale. Come è del resto accaduto per le popolazioni tedesche in Polonia e per le popolazioni greche e turche nella guerra fra turchi e greci, per gli indù e i musulmani al momento dell’indipendenza del Pakistan e dell’India. O per l’Italia coi profughi dall’Istria trasformati per decenni in fantasmi privati di uno spazio condiviso per il dolore. Demonizzando Israele, le classi dirigenti arabe hanno evitato di fare i conti con due fatti per loro psicologicamente inquietanti. A vincere nelle guerre che hanno scandito periodicamente la storia della regione non erano stati gli eserciti coloniali e imperiali. Una larga parte dei soldati che travolsero le armate egiziane, siriane e giordane nella guerra del giugno 1967 era composta dai figli delle mellah e delle hara, gente disprezzata e «inadatta» alla guerra che, nella visione che ne aveva l’Islam, poteva tutt’al più aspirare a essere «protetta» in cambio di un atto di perenne sottomissione.

Non essere riusciti a «risolvere» il problema israeliano coi «metodi» adottati dai turchi contro gli armeni quarant’anni prima, fu la fonte di "un’infelicità" che nel delirio trasformava dei crimini progettati in «olocausti subiti». Fin quando fu possibile spiegare l’umiliazione del 1948 con la corruzione e il tradimento delle vecchie classi dirigenti, e quella del 1956 con l’aggressione congiunta israeliana e anglo-francese, l’autoinganno poté conservare una parvenza di realtà. La ferita narcisistica diventava più sopportabile, "l’onore arabo" rinnovato dalla promessa che in futuro le cose sarebbero andate diversamente. Quando alla prova dei fatti, nella guerra del 1967, gli eserciti arabi uscirono sconfitti in pochi giorni, la fuga dalla realtà fu completa. Israele diventò l’incarnazione del "male". La campana a morte per i regimi nazionalisti fu ritardata dal sostegno massiccio profuso dall’Unione Sovietica nel rimettere in piedi l’esercito egiziano e siriano dopo la sconfitta del 1967, e nel sostegno dato al conflitto del 1973 attraverso con cui l’Egitto riuscì a riconquistare «l’onore perduto».

La crisi del nazionalismo panarabo spianava la strada al fondamentalismo e alla rilettura del conflitto arabo-israeliano nei termini di uno scontro più vasto fra l’Occidente cristiano e l’Islam, con Israele nel "ruolo" di «Stato crociato» e di «piccolo Satana» al servizio del «grande Satana». Nella logica islamista la jihad dei palestinesi «non riguarda solo i palestinesi ma tutto l’Islam» 5. «L’onta" della "Naqba», un’idea che nel mondo arabo si afferma dopo la Prima guerra mondiale in risposta alle spartizioni coloniali europee, è l’episodio di una sequenza più ampia che conduce a ritroso agli albori della civiltà islamica. Dopo la fuga degli ebrei dal mondo arabo è cominciata l’agonia di ciò che era rimasto della civiltà cristiana di Oriente. Sparite le differenze locali, le immagini negative dei «popoli vinti» e dominati dall’Islam sono state proiettate su Israele. In un delirio crescente Israele è diventato il simbolo dei mali che opprimono la civiltà araba e islamica.

In seguito la violenza è esplosa nel cuore dell’umma, con centinaia di migliaia di vittime innocenti che non fanno notizia. Per non parlare della persecuzione delle minoranze cristiane e yazide, di fronte alle quali l'Occidente e le Chiese cristiane, hanno per lungo tempo voltato lo sguardo altrove. Accolti nella terra dei padri, come liberati o redenti, gli ebrei del mondo arabo hanno faticato prima di vedersi riconosciuta l’identità profonda, la cultura e la storia. Animati dalla speranza di una vita diversa nella terra dei padri, costretti dalle persecuzioni, risposero in massa a un richiamo ancestrale tenuto vivo nei testi sacri e nelle preghiere. A parte i più benestanti e coloro che avevano dei legami nelle metropoli europee, la maggioranza trovò naturale salire verso la terra dei padri, recando con sé semi di spezie e pro- fumi da piantare per riportare in vita la terra.

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Un accampamento di profughi ebrei nella fotografia di Robert Capa

Gli ebrei dello Yemen attraversarono il deserto portando con sé il Sefer Torah, il Talmud e lo Zohar. Gli aerei che riconducevano a casa gente che era stata derubata, erano percepiti come la rappresentazione vivente di una profezia antica che si avvera. Coloro che li avevano preceduti dalla Galizia tre decenni prima per fondare i primi kibbutz avevano con sé come «unico capitale» una copia di Das Kapital e una dell’Interpretazione dei sogni. Per gli ebrei provenienti dalla Libia dopo due sanguinosi pogrom, cui se ne aggiunse un terzo nel 1967, le navi erano grandi culle che restituivano gioia e speranza. Tra enormi difficoltà, gli ebrei del mondo arabo hanno trasformato l’esilio in esodo. Sono oggi parte di una nazione libera. Una minoranza importante ha ricostruito la sua vita in Occidente contribuendo allo sviluppo delle nuove patrie di adozione. A lungo ho vissuto come se l’esperienza della mia infanzia appartenesse al passato remoto. Era una frattura nel tempo e nello spazio. Un grande spartiacque divideva la mia vita. Il prima e il dopo erano irriducibili. Eppure erano passati pochi anni.

Occupandomi del problema anche da un punto di vista professionale, lavorando con persone che hanno vissuto dei traumi collettivi, ho poi compreso che il mio sentire rispondeva a uno schema. Gli attori possono avere trascorso l’infanzia e la giovinezza a mille e più chilometri di distanza dai luoghi in cui vivono attualmente: Roma, Parigi, New York, Londra e Tel Aviv. Ma la frattura interiore segue lo stesso andamento. Solo molto tempo dopo, grazie alle nuove generazioni che non hanno sperimentato direttamente il trauma, i legami possono riannodarsi rinnovando l’interesse per i luoghi del passato. Nel mio dolore non ero solo. Elaborando la mia storia, ho potuto essere di aiuto a chi in condizioni diverse ha vissuto esperienze di sradicamento ed era alla ricerca di un ritrova- mento che rendesse sopportabile l’esperienza della perdita e del dolore. Come psicoanalista ho avuto modo di lavorare con pazienti europei e israeliani, arabi e iraniani, ebrei, musulmani e cristiani. La preoccupazione per l’esistenza di Israele mi ha accompagnato dalla prima infanzia. Se anche lo avessi dimenticato, e non avrei mai potuto, la cancellazione per legge dalle mappe geografiche di quel punto minuscolo, chiamato Israele, era la proiezione simbolica di un programma che la violenza verbale delle trasmissioni delle radio arabe rendevano esplicito. Impegnato a sostegno del dialogo e per una composizione politica del conflitto che lacera il Vicino Oriente, l’idea di un ritorno al mio paese natale, anche per una breve visita, non mi aveva mai sfiorato.

Non c’era più nulla che mi legasse a quel passato. Mi ritenevo fortunato perché ne ero uscito vivo. Il vincolo tra le generazioni non si era spezzato, i figli hanno potuto conoscere i nonni, la gente ha potuto ricrearsi una vita libera in luoghi più ospitali. Ma vi è pur sempre qualcosa di inquietante nel ritenersi fortunati perché altri hanno avuto un destino inenarrabile. Le emozioni possono sciogliersi nell’incontro con i profumi dell’infanzia, nell’attesa a uno scalo aereo, in treno, seduti al bar o osservando i figli che giocano. Molti anni fa, durante una sosta all’aeroporto di Roma, sul tabellone che indicava dei voli in partenza due scritte ben distinte (Roma-Tel Aviv, Roma-Tripoli), a causa della stanchezza dell’attesa mi apparvero come sovrapposte. Per un attimo ebbi la sensazione che un luogo portasse all’altro e viceversa. Come in sogno potevo partire e tornare, essere ovunque a casa perché il mondo intero è una casa e l’umanità intera è una sola famiglia.

La mia città aveva da sempre viaggiato con me. Era parte del mio mondo onirico insieme ai ritmi della musica orientale così ricca ed espressiva, ai canti d’amore e a quelli liturgici che rendevano gioiose le nostre sinagoghe, alla nostalgia che provo ricordando gli amici perduti, all’intensità dei profumi del mio paese natale e alla sua brezza marina, alle fantasie che facevo guardando le navi in partenza immaginandomi al loro interno, al piacere che provavo nel passare dall’arabo all’ebraico e dall’ebraico all’arabo, nel comporre un tema in italiano come se fosse latino sino a quando un insegnante mi disse: «Perché non imiti la prosa degli illuministi francesi? Loro scrivevano in modo limpido perché avevano le idee chiare. Il tuo italiano ne uscirebbe arricchito e migliorato». Il cambiamento fu immediato e i risultati non tardarono a venire. Per molto tempo ancora per scrivere in italiano mi ispirai agli scrittori francesi del Settecento finché non trovai il modo di distillare e sciogliere in me la miscela di lingue e di mondi in cui sono cresciuto.

Il percorso di ricostruzione di una vita non è mai lineare, soprattutto quando coinvolge interi gruppi umani. Per rimarginarsi le ferite hanno bisogno di essere nutrite dalla speranza. Altrimenti le paure più antiche si confondono con quelle più attuali e il passato può accecare il presente. Senza una visione che mantenga viva la speranza futura anche il presente si annebbia e può diventare insopportabile. Se i confini dello spirito restano aperti – e in taluni momenti può essere necessario per conservare l’integrità psichica contro la follia del mondo –, il persecutore non s’installa nell’anima e non riesce ad avvelenarla.

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