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Pagine Ebraiche Rassegna Stampa
03.11.2016 Il conflitto arabo-israeliano e i luoghi comuni da ribaltare
Analisi di David Meghnagi

Testata: Pagine Ebraiche
Data: 03 novembre 2016
Pagina: 18
Autore: David Meghnagi
Titolo: «Il conflitto arabo-israeliano e i luoghi comuni da ribaltare»

Riprendiamo da PAGINE EBRAICHE, con il titolo "Il conflitto arabo-israeliano e i luoghi comuni da ribaltare", l'analisi di David Meghnagi.

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David Meghnagi

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"Terminare l'ingiusta occupazione ebraica di terra araba"

Viviamo tempi difficili, pieni d’incognite e grandi sfide. Nel 2017 ci saranno tre importanti ri- correnze che saranno ampiamente utilizzate dalla narrazione terzomondista per portare avanti/ali- mentare una narrazione falsa, fatta di luoghi comuni di arbitrarie ricostruzioni dlla storia più recente e passata del Vicino Oriente e del conflitto arabo israeliano. L’offensiva è in atto. Sulle orme dell’Assise internazionale delle Nazioni Unite sul razzismo a Durban, che si trasformò in un’orgia dell’antisemitismo, alcune Ong sono all’opera per utilizzare allo scopo l’anniversario del centenario della Dichiarazione Balfour. In questa perversa logica, ciò che è accaduto dopo nel Vicino Oriente, sarebbe il risultato di un “complotto” ai danni dei popoli arabi e dell’umma islamica, che dopo avere subito il colonialismo, pagherebbe per colpe non sue le atrocità del nazismo. Una costru- zione falsa che secondo un dispositivo storicamente collaudato trasforma Israele nel capro espiatorio di ogni male nella regione e che ha tra i suoi riferimenti ossessivi la messa in discussione della legittimità morale e giuridica della sua esistenza.

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Non è qui in discussione il diritto a dissentire da questa o quella scelta del governo israeliano. Il diritto alla critica e al dissenso è il sale della democrazia e la stampa israeliana se ne avvale in modi che farebbero invidia alle più consolidate democrazie occidentale. È qui in discussione la negazione dei valori morali e giuridici che circonda molti dei luoghi comuni del dibattito sul conflitto arabo israeliano e che portano a giudicare con standard diversi i pericoli rappresentati dal terrorismo isla- mista, secondo i luoghi colpiti. Per non parlare della falsificazione dei fatti, e dei processi di demonizzazione, che fanno da sfondo a un nuovo antisemitismo. Per smontare molti dei luoghi comuni che avvelenano il dibattito sulle origini del conflitto arabo israeliano, basterebbe ricordare che se il mondo arabo avesse accettato la dichiarazione di spartizione delle Nazioni Unite (di cui ricorre tra poco il settantesimo anniversario) e non avesse scate- nato, per impedirne l’attuazione, una sanguinosa guerra di distruzione, occupando (Egitto) e annettendo (Regno di Giordania) i territori su cui doveva nascere lo Stato palestinese, forse la storia del Vicino Oriente avrebbe preso una piega diversa. Forse si festeggerebbe oggi e negli stessi giorni, la nascita di due Stati.

Nel corso della guerra di aggressione, scatenata dagli eserciti ara- bi all’indomani della nascita di Israele, lo Stato ebraico perse l’uno per cento della sua popolazione. Una cifra pari al numero di ebrei assassinati quotidianamente dai nazisti. In termini percentua- li, è un numero pari ai caduti italiani della prima guerra mondiale. Pochi anni prima c’era stata l’ecatombe dell’ebraismo europeo. Se gli eserciti dell’Asse non fossero stati fermati a El Alamein, l’ebraismo del mondo arabo sarebbe stato interamente sterminato, e il sogno dell’Yshuv spazzato.

Pur avendo vinto la guerra, l’Italia sprofondò nel fascismo, mentre Israele costruì e sviluppò, in una situazione di guerra, e di pericolo permanente, una democrazia parlamentare, passando in appena dieci anni da una popolazione di seicentomila abitanti a un milione e ottocentomila. Come se all’indomani della Seconda guerra mondiale, l’Italia avesse accolto in dieci anni cento milioni e gli Stati Uniti, che avevano chiuso le porte prima che la guerra scoppiasse, avessero accolto quattrocento milioni di profughi.

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Profughi ebrei dai Paesi arabi

La società israeliana ha accolto i suoi esuli con una tensione morale incomparabilmente alta. L’arrivo degli immigrati fu considerato un valore in sé oltre che una necessità per non soccombere alla sfida demografica. Pur con le difficoltà dei primi anni, la vita nelle baracche e un senso d’insoddisfazione e di alienazione venuto a galla nei decenni successivi, gli ebrei di origine afroasiatica furono considerati ed erano parte di un processo di rinascita nazionale e di riscatto dopo secoli di umiliazioni. Diversa è la situazione alla quale andarono purtroppo incontro i palestinesi. Per scelta degli Stati arabi, la loro condizione di profughi divenne ontologica. Anche se il mondo arabo era immenso e lo spostamento era stato di qualche chilometro, l’idea di una loro integrazione nei paesi arabi circostanti o lontani fu violentemente osteggiata. La creazione di una patria ebraica nel cuore della nazione araba e dell’umma islamica era una violazione degli ordinamenti divini e terreni. Chi avesse tentato un accordo, era un traditore da eliminare. Aver considerato l’esistenza di Israele un’onta che poteva esse- re lavata solo tornando allo status quo ante, è stata la grande colpa morale e politica del nazionalismo arabo, il segno di un’immaturità politica, l’origine di un fallimento più generale.

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