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Pagine Ebraiche Rassegna Stampa
02.03.2012 Il doppio standard dei media nei confronti di Israele
analisi di Ugo Volli

Testata: Pagine Ebraiche
Data: 02 marzo 2012
Pagina: 9
Autore: Ugo Volli
Titolo: «Il doppio standard dei media nei confronti di Israele»

Riportiamo da PAGINE EBRAICHE di marzo l'articolo di Ugo Volli dal titolo " Il doppio standard dei media nei confronti di Israele ".


Ugo Volli

L'emergere progressivo dei problemi, delle ambiguità, dell'anarchia, della violenza continua, del carattere islamista delle rivolte di quest'ultimo anno nel Magreb e dintorni, che furono denominate con discutibile ottimismo “primavera araba”, permette di guardare con maggiore lucidità alla copertura di stampa di questi eventi e soprattutto di confrontare questa copertura con quella di esempi analoghi che riguardano Israele.
In generale i media occidentali hanno dato inizialmente un appoggio pieno e incondizionato alle rivolte arabe, accettando senza beneficio di inventario la leggenda democratica e liberatoria che le circondò immediatamente, senza chiedersi di solito quali forze solide e ben organizzate permettessero ad esili élites occidentalizzanti, fornite di computer o smartphone e capaci di usare twitter, ma certamente sprovviste di basi di massa, di sfidare dittature famose per la loro capacità repressiva. I mezzi di comunicazione di massa hanno accettato spesso notizie prefabbricate, hanno dato per buone stragi inesistenti, accreditato come leader democratici vecchi arnesi islamisti; non hanno visto la circolazione di “volontari internazionali” (mercenari o jiadisti che fossero) e si sono lasciate del tutto sorprendere dagli esiti politici in cui vecchie facce e vecchie forze per lo più di formazione islamista raccoglievano il potere dei dittatori della precedente generazione, abbattuto soprattutto grazie all'intervento economico politico e anche militare delle potenze occidentali. Il caso libico da questo punto di vista è esemplare, ma anche in Tunisia e in paesi sfiorati solo dalle rivolte, come il Marocco, la “sorpresa” islamista è stata la principale beneficiaria della speranza democratica occidentale. Le resistenze alla partecipazione armata dell'Occidente alle guerre civili arabe hanno riguardato soprattutto i rischi dell'intervento militare e la conservazione dell'interesse economico nazionale e sono state avanzate per lo più nell'ambito di dibattiti interni, pro e contro Obama, Berlusconi, Sarkozy. Lo stesso si può dire del rifiuto russo e cinese di consentire nuove operazioni del genere dopo la Libia, motivato certamente non da ragioni ideali ma da corposi interessi economici e strategici.
Il sistema dei media ha registrato poco e male questi fatti, non resistendo quasi mai alla tentazione pedagogico-propagandistica che agisce sempre sul Medio Oriente. Quando le cose sono incominciate ad andare in maniera assai diversa da quel che voleva il trionfalismo iniziale, le coperture della stampa sono notevolmente diminuite e i paesi sottoposti a cambio di regime sono scivolati fuori dalla prima pagina e spesso anche dall'agenda giornalistica complessiva. Chi comandi oggi in Libia, come siano finite le cose in Bahrain o in Yemen, per non parlare dello stato della complicatissima transizione egiziana lo sanno solo gli specialisti che seguono le fonti internazionali: il lettore italiano non è messo in grado di conoscerlo, né incoraggiato a interessarsene. I risultati delle elezioni tunisine o quelle egiziani (annunciate in pompa magna, come fossero l'inizio della democrazia araba), una volta consolidatisi in una specie di plebiscito islamista, non hanno avuto quasi attenzione anche se o proprio perché sono estremamente preoccupanti. Così per gli episodi di violenza e di anarchia successivi alle rivolte, anche quando commessi ai danni di cristiani e dunque suscettibili di far notizia per il pubblico italiano. In sostanza la stampa praticamente unanime ha seguito la regola di far conoscere tutto ciò che poteva mettere in buona luce il mondo arabo e di occultare o attutire quel che poteva danneggiare la sua reputazione, mentre tutto il contrario accade per Israele.
Lo si vede bene confrontando episodi analoghi avvenuti nei due contesti. Per esempio, quando il parlamento israeliano ha approvato una legge che imponeva alle Ong che godono di fonti di finanziamento straniere (per lo più espressione di governi europei, dell'Unione Europea stessa o di fondazioni americane le quali spesso sono a loro volta finanziate da governi arabi) di rendere noto il loro bilancio e le loro fonti di fondi, questa scelta di trasparenza rispetto al tema delicatissimo dei condizionamenti stranieri sul processo democratico (che è stato decisivo, per esempio, anche per la storia d'Italia dal dopoguerra alla caduta dell'Urss) è stato assalito come un provvedimento liberticida un po' da tutti i giornali. Quando nelle ultime settimane il governo egiziano ha emesso mandati di arresto per una ventina di dirigenti di Ong americane, sequestrando tutti i materiali e i soldi,  minacciando i responsabili di pene detentive molto gravi e impedendo il loro espatrio, nonostante l'intervento diretto dell'amministrazione americana, i lettori italiani non ne hanno avuto se non qualche informazione sommaria.
Lo stesso doppio standard è stato messo in atto per le agitazioni sociali. Com'è noto, durante l'anno scorso in Israele si è sviluppato un forte movimento di contestazione sociale, simboleggiato da alcune tendopoli di giovani, sorte nel centro di Tel Aviv e altrove. Il movimento ha ripreso le forme americane di “occupy” e si è svolto per qualche settimana in maniera del tutto pacifica, senza subire violenze dal potere né provocarne, né tanto meno dover lamentare morti e feriti. L'agitazione si è esaurita progressivamente, anche perché i problemi agitati, soprattutto quello della casa per i giovani, sono stati ripresi da un'apposita commissione di inchiesta, che ha fatto proposte al governo e alla Knesset. Questo processo, democratico e funzionale, è stato presentato all'opinione pubblica internazionale come l'equivalente delle rivolte arabe, anzi come il segno del prossimo collasso di Israele.  Lo stesso, in proporzioni minori, è accaduto per il ciclo di scioperi dei dipendenti pubblici delle settimane scorse, conclusi con un accordo fra centrale sindacale e ministero delle finanze, salutati dai giornalisti del Manifesto come un redde rationem. Nessuno ha invece parlato delle numerose contestazioni subite dal primo ministro dell'Autorità palestinese Fayyad per la crisi degli stipendi.
Si potrebbe proseguire a lungo, e certamente andrebbero citati in questo contesto i casi, più regola che eccezioni, in cui la causalità e l'ordine cronologico che lega attentati palestinesi e reazioni israeliane è invertito nei resoconti dei media, che usano presentare prima l'effetto (la rappresaglia) e poi la causa (l'attentato), suggerendo che non vi sia legame fra loro o che esso sia invertito. O si potrebbero citare le sempre minacciate manifestazioni di “resistenza di massa” contro Israele, che si sono trasformate, nel maggio scorso, in cortei di poveracci scagliati contro i campi minati dei confini, per ottenere qualche titolo di stampa antisraeliano, che naturalmente non è stato negato dai quotidiani d'élite. Ma nessuno ha provato a spiegare come mai, se il punto dolente del Medio Oriente è il conflitto fra arabi e Israele, proprio lo spazio strategico nei confini controllati da Israele sia rimasto il più tranquillo in questi mesi. Il fatto è che al di là delle roboanti dichiarazioni di Fatah e Hamas e della loro continua esaltazione dei terroristi, e dell'esistenza di gruppi consistenti di esaltati e di terroristi professionisti, la massa della popolazione araba di Israele e dei territori appare oggi assai poco disponibile a sacrificare il benessere crescente che conosce alle agende di “lotta” dell'islamismo, come mostrano i sondaggi. E se vi è oggi una speranza di pace in quelle terre, essa è legata alla silenziosa ma tenace volontà di una vita normale da parte di quelle popolazioni, chiaramente riluttanti agli appelli per nuove intifade e guerriglie. Ma queste cose i giornalisti guidati dall'ideologia (o amici personali dell'entourage dei dittatori, come ha mostrato la recente pubblicazione dell'affettuoso epistolario fra una giornalista di “Repubblica” e l'ufficio stampa personale di Assad) non le registrano proprio.

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