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Pagine Ebraiche Rassegna Stampa
30.09.2011 La stampa occidentale contro Israele
commento di Ugo Volli

Testata: Pagine Ebraiche
Data: 30 settembre 2011
Pagina: 10
Autore: Ugo Volli
Titolo: «La stampa occidentale contro Israele»

Riportiamo da PAGINE EBRAICHE di ottobre l'articolo di Ugo Volli dal titolo " La stampa occidentale contro Israele ".


Ugo Volli

Che vi sia un generale schieramento contro Israele nella stampa occidentale (e naturalmente in tutta quella araba, Al Jazeera in testa, in quella dell'ex Terzo Mondo, in quella dei paesi comunisti ed ex comunisti), l'ho mostrato tante volte. Le ragioni sono diverse, ma tutte si fondano su una scelta ideologica, cioè generale, non motivata da singoli episodi, pregiudiziale. Questa scelta può essere dovuta volta volta a motivi religiosi (le ambizioni cristiane e islamiche al controllo dei luoghi santi), di solidarietà  etnica (gli arabi contro gli ebrei), di dipendenza economica (il petrolio arabo), di tipo sociale (i "proletari" arabi contro i "capitalisti" ebrei), di sfogo dei sensi di colpa dell'ex colonialista Europa (il terzomondismo di tanti francesi e inglesi).
 Per lo più sotto c'è una forte e nascosta (magari spesso inavvertita anche dagli autori) motivazione antisemita: gli stereotipi antisraeliani, se li si guarda con attenzione, sono l'aggiornamento più o meno consapevole delle vecchie accuse antisemita che portarono a millenni di persecuzione e alla Shoà: sfruttatori, ladri di proprietà altrui, dannosi, pericolosi, razzisti, perfino assassini di bambini e vampiri di corpi umani (si pensi per i bambini alle accuse del tutto immotivate ma ripetute alla nausea su Gaza; e per lo sfruttamento dei corpi, erede evidente dell'antica calunnia del sangue, alla campagna di due anni fa sul furto d'organi ai danni dei palestinesi, iniziata nella moderna, laica e multiculturale Svezia).
Lo stato ebraico sarebbe il frutto avvelenato di un "peccato originale": proprio questa, così teologica, è l'espressione preferita da alcuni rinnegati ebrei, attivi oggi come tanto in passato, in prima linea contro il loro (ex) popolo. La sola soluzione sarebbe la sua abolizione, magari attraverso quell'espediente che sarebbe lo stato unico di Palestina, naturalmente "democratico" e governato da "tutti i suoi cittadini", in primo luogo naturalmente i milioni di arabi che vantano a torto o a ragione un nonno o un bisnonno "rifugiato" e che dovrebbero "ritornarvi". Perché mentre gli italiani, i francesi, gli slovacchi, i moldavi e magari anche in prospettiva i baschi e i corsi – e naturalmente i palestinesi - hanno diritto a un loro stato e possono difenderlo contro le aggressioni, gli ebrei no, non devono averlo, forse per osservare il divieto coloniale degli imperatori romani  che lo smantellarono, o magari quello degli Omayadi che ne conquistarono il territorio con le armi a nome dell'Islam. O forse ancora per la preoccupazione cristiana (espressa perfino da monsignor Roncalli nunzio a Istanbul durante la Seconda Guerra Mondiale) che uno stato ebraico potesse avere una pericolosa connotazione teologica...
  Tutte queste spinte agiscono sulla cultura condivisa in particolare del mondo occidentale, e acquistano in questo momento forza via via che la lezione della Shoà si banalizza. Il luogo in cui emerge quest'ideologia è prima di tutto la stampa, che ha una funzione importantissima di "agenda setting", come dicono i sociologi dei mass media, cioè di spiegare al loro pubblico di che cosa è importante occuparsi, ancor prima di raccontare che cosa avviene e quali soluzioni adottare. L'agenda setting dei media ha un'importanza enorme sul Medio Oriente, e lo si è visto benissimo in questi mesi di rivolte arabe. Non diretti inizialmente contro Israele ma contro le dittature corrotte e spesso accanitamente antisemite, com'è il caso di Gheddafi e Assad (dimostrazione chiara che non è fondata la teoria per cui il conflitto israelo-palestinese sia la base dell'instabilità della regione),  questi rivolgimenti stanno finendo in mano agli islamisti, che per ragioni ideologiche e pratiche, per impadronirsi cioè del potere con un tema di mobilitazione esterna permanente, hanno usato in maniera crescente la più velenosa propaganda antisraeliana. E però sia lo stato ebraico che le zone amministrate dai palestinesi sono rimasti fra i più calmi e pacifici in questi mesi (a parte l'incessante stillicidio di attentati terroristici, spari di razzi ecc.).
Dopo qualche mese di grazia mediale, pero, oggi grazie alla richiesta di adesione all'Onu decisa dall'autorità palestinese (un atto politico pianificato e volontario, non un evento sociale oggettivo e imprevedibile), la "lotta" dei palestinesi contro Israele è tornata artificialmente sulle prima pagine dei giornali, occupando ben più spazio delle stragi di Assad contro il suo stesso popolo siriano o della guerra fra Turchie e curdi, ben più sanguinose entrambe di quel conflitto. La stampa internazionale e innanzitutto quella "progressista" dei quality papers (New York Times, Le Monde, El Pais, The Guardian, Repubblica) svolge in pieno e bisogna credere consapevolmente la sua funzione di megafono della propaganda palestinese, dando per importante e decisivo un voto dell'Onu che non potrà avere conseguenze legali e per urgente l'accettazione del calendario dell'Autorità Palestinese e dei suoi obiettivi.
Il sostegno a un'agenda setting omogenea ai piani dei palestinesi è il primo dei modi di appoggio da parte dei media a quella causa. Il secondo è l'adesione del suo punto di vista. Si tratta di un effetto fisico: ogni cosa del mondo si vede a partire da una certa prospettiva e il punto di vista influenza profondamente l'immagine. Questo è vero per quanto riguarda le fotografie sui giornali, come va documentando da anni con pazienza e lucidità Marco Reis sul suo sito www.malainformazione.it, ma è vero anche  a livello generale. La stampa occidentale guarda le cose dal punto di vista palestinese, vede Gaza e non Sderot, parla con scandalo delle costruzioni di alcune decine di case nelle "colonie" e non del boom edilizio in Cisgiordania (visto come normale), si occupa della "prepotenza" dei coloni e non dei continui atti di sabotaggio, aggressione e terrorismo vero e proprio che sono lo sport preferito dei palestinesi. 
Il terzo è la censura, molteplice e capillare, che in parte segue a questo schieramento, che consiste nella scelta degli informatori, delle fonti, in definitiva della pertinenza. Attacchi micidiali e vigliacchi come l'omicidio della famiglia Fogel a Itamar o il razzo sparato da gaza che ha ucciso un ragazzo in uno scuolabus di un kibbutz  ben dentro il territorio israeliano sono minimizzati. Le notizie nominano sempre la reazione israeliana ad atti terroristici, prime che questi. Le intenzioni razziste dei palestinesi, che ripetono a destra e manca di voler costituire uno stato Judenrein non sono mai analizzate. E così la loro scelta strategica, in caso di accordo per la costituzione di un loro stato, di non chiudere il conflitto. Perché come il loro preidente Muhammed Abbas ha spesso dichiarato, l'occupazione che combattono è quella del '48, non solo quella del '67 – cioè l'esistenza stessa di Israele
L'esempio più recente è quello dell' attentato terroristico di Eilat, partito dal territorio egiziano. La cosa che emerge sulla stampa non sono gli otto morti israeliani e neppure la complessa rete che ha permesso un attacco così articolato dal territorio egiziano, né la sostanziale tolleranza o impotenza del regime egiziano nel Sinai, che ha consentito per quattro volte in pochi mesi la messa fuori uso del gasdotto diretto in Israele; ma il fatto che nel conflitto a fuoco seguito all'attentato siano stati coinvolti e uccisi cinque militari egiziani che più o meno involontariamente facevano da schermo ai terroristi. Questo incidente, i cui dettagli non sono usciti perché se no forse avrebbero coinvolto le forze armate egiziane, è stato usato come pretesto per giustificare l'assalto all'ambasciata israeliana del Cairo. Sulla stampa si è continuato a parlare dell'ira egiziana per i cinque caduti, ma non dell'atto di terrorismo e della responsabilità almeno oggettiva dell'Egitto. E anche l'assalto all'ambasciata è stato descritto dal punto di vista egiziano, in maniera acritica, raccontando delle gesta di un personaggio molto considerato e premiato per aver strappato la bandiera israeliana dall'edificio, e non dei funzionari sotto assedio finalmente salvati e dopo che "solo un a porta blindata" li separava dal linciaggio: una storia che peraltro era ben disponibile sui media israeliani.
In conclusione: lo schieramento dei media contro Israele non è né casuale né involontario. E' il frutto di tecniche giornalistiche, di una strategia informativa, di un modo di raccontare che usa i mezzi della propaganda con cinismo e lucidità. Lavorare giorno dopo giorno per smascherare le falsificazioni è necessario ma non sufficiente: perché oltre agli errori e alle deformazioni, di queste tecniche fa parte essenziale la censura e la deformazione prospettica. Bisogna cercare di integrare e sostituire la narrativa filopalestinese con le informazioni che vi mancano e il punto di vista di Israele. Dato che l'informazione oggi è un teatro bellico, questo è il primo compito degli amici di Israele.

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