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Pagine Ebraiche Rassegna Stampa
27.07.2011 'Bias' è la parola chiave per capire il giornalismo sul Medio Oriente
L'analisi di Ugo Volli

Testata: Pagine Ebraiche
Data: 27 luglio 2011
Pagina: 22
Autore: Ugo Volli
Titolo: «'Bias' è la parola chiave per capire il giornalismo sul Medio Oriente»

'Bias' è la parola chiave per capire il giornalismo sul Medio Oriente
Da PAGINE EBRAICHE, l'analisi di Ugo Volli:

Prevenzione, pregiudizio, parzialità, discriminazione, inclinazione, propensione. Sono alcune delle traduzioni di una paroletta inglese, semplice semplice, che è il nemico fondamentale del giornalismo: ' bias '.
Essere biased, per un giornalista significa nel migliore dei casi non avere la serenità sufficiente per affrontare un argomento, nel peggiore essere parte in causa, avere il proprio interesse materiale o ideologico a esporre le cose in maniera parziale.
Nel contesto italiano, noi siamo tanto abituati a che il giornalismo sia una specializzazione della pubblicità o della propaganda, che i giornalisti rispondano ai loro committenti o "editori di riferimento" (come si espresse una volta un direttore di testata Rai parlando del suo partito politico), che non ci facciamo neanche più caso.
E però il danno di questa situazione è grave, perché i lettori di fronte a una notizia, fossero pure le temperature del giorno, non la leggono più come il racconto di un fatto, ma come il tentativo di un certo "editore di riferimento" di fare un piacere a un altro o di combatterlo o di lanciare oscuri "segnali" a un terzo.
Il che naturalmente rende del tutto inutile il giornalismo. Sfido chiunque a  capire dalla cronache giudiziarie di "Repubblica" o del "Giornale" l'andamento reale delle inchieste di rilevanza politica in corso.

Bias è però anche la parola chiave per il giornalismo sul Medio Oriente e in questo caso non solo rispetto alla stampa italiana.
Ne è piena anche buona parte di quella straniera, e in particolare i "quality papers" ("Le Monde", "El pais", "The guardian", "The indipendent", "New York Times" fina a quella caricatura israeliana dei questa stampa "illuminata" che è "Haaretz").
La ragione è semplice.
Con una prosopopea che in Italia conosciamo nelle tonanti articolesse di Eugenio Scalfari, questi giornali pensano di avere il diritto e il dovere di consigliare l'umanità su come far prevalere la virtù e sconfiggere il vizio e quindi si fanno un obbligo non solo di avere una strategia loro sul Medio Oriente, ma anche di individuare i buoni (che naturalmente sono i poveri palestinesi e i pochi israeliani del "campo della pace").
Le ragioni di questa scelta di campo risalgono a molto tempo fa e a meccanismi ormai profondamente rimossi: l'anti-sionismo della sinistra (che fu deciso da Stalin), l'"impegno" a sinistra dell'"intellighenzia" che risale anch'esso ai tempi della II Guerra Mondiale, il terzomondismo della decolonializzazione, quando poco dopo i benpensanti decisero che a causa dello "sfruttamento" del passato i paesi del Terzo Mondo avevano comunque ragione rispetto a Europa e America, in certi casi un certo strano legame fra cristianesimo e comunismo, in altro un rancore antiamericano antico.
Per non parlare poi di una certa puzza di antisemitismo che ogni tanto vien fuori.

Fatto sta che il 'bias' dei giornali contro Israele è abbastanza evidente e di solito nettamente superiore a quello dei loro lettori. Non è un caso, del resto, che i quotidiani principali di cui abbiamo parlato si pongano rispetto al loro pubblico in un atteggiamento pedagogico.
Sentono o pretendono di doverlo educare, un po' come "l'avanguardia del proletariato", teorizzava Lenin, non deve affatto esprimere le idee condivise nella sua pretesa base sociale, ma formarle.
Dunque vi è un'instancabile azione di propaganda antisionista che si legge in questi giornali, un continuo appello ad atti e posizioni che sarebbero necessari per "salvare la pace".
Vale la pena di vedere in maniera un po' analitica come si esprime questo 'bias'.
Il primo punto è quantitativo. Coinvolgendo una decina di milioni di abitanti su sei miliardi di esseri umani, il conflitto fra Israele e palestinesi avrebbe diritto statistico al due per mille dello spazio giornalistico dedicato alla politica internazionale diciamo una decina di articoli l'anno; raddoppiando la quota in virtù del suo peso storico, potrebbero essere giusti un paio di articoli al mese. E invece sono almeno venti volte tanto, come testimonia la nostra rassegna stampa.
E naturalmente non è vero che "accadano più cose" o cose più terribili fra il Giordano e il Mediterraneo che in Tibet, in Cecenia o nel paese Curdo; semplicemente qui c'è interesse a registrarle, lì molto meno.
La seconda ragione di' bias ', connessa a questa, è che la proporzione fra commenti e notizie è terribilmente squilibrata, somigliante al livello abnorme della cronaca politica nazionale e ben lontano dalla fisiologia del notiziario economico (o di quello sportivo).
La terza ragione è l'avventurosa denominazione dei protagonisti.
Il governo, il parlamento, l'esercito israeliano vengono spesso indicati come "di Tel Aviv", quando dalla fondazione dello stato, sessantatre anni fa, hanno sede a Gerusalemme: come se qualcuno, non gradendo la breccia di Porta Pia avesse chiamato il governo Mussolini negli anni Trenta del Novecento il governo di Torino o dicesse oggi Bonn per indicare il parlamento tedesco...
Le zone che facevano parte del mandato britannico, e che non furono divise nel '67 secondo le direttive dell'Onu, ma prese in guerra dalla Giordania e poi da Israele sono invece "territori palestinesi", magari "territori occupati", anche se sul piano giuridico internazionale è impossibile dire a quale stato siano stati tolti, se non dall'Impero Ottomano e il loro status è naturalmente di territori contesi e non occupati.
Lo stesso vale per le "colonie". Il ' bias'  successivo è quello sulla storia, che non viene mai ricostruita correttamente, in particolare trascurando che i pogrom antisemiti e il terrorismo non sono affatto una reazione alla costruzione dello stato ebraico o all'"occupazione" ma la precedono di decenni.

Si potrebbe continuare a lungo con queste premesse.
Ma il giornalismo si occupa di attualità e dunque si misura con la cronaca giorno per giorno.. La conseguenza per quanto riguarda il nostro tema, è molto semplice: fanno notizia tutti gli episodi che possono provocare imbarazzo a Israele, mostrarne la debolezza o farlo sembrare accanito e guerrafondaio; vanno citati meno possibile invece tutti i casi in cui Israele vince, ha ragione o è oggetto di aggressione.
Un corollario è che si scelgono le fonti coerentemente a questa impostazione: fra le fonti israeliane, che pure sono abbondantemente critiche, e quelle palestinesi, o anche la telvisione siriana o al Jazeera, la scelta è obbligata e anche dentro Israele naturalmente sono sempre preferibili le Ong che hanno un programma politico antisionista.
La vicenda della flottiglia e quella delle tentate invasioni dei confini con Libano e Siria; la cattura degli assassini di Itamar e le loro dichiarazioni, il caso del razzo sparato apposta su uno scuolabus sono esempi eminenti di queste scelte; ma anche semplicemente la vicenda quotidiana dei razzi sparati dalla striscia di gaza su istallazioni civili e del successivo intervento dell'esercito non è quasi mai raccontata o se lo è (nel caso la rappresaglia provochi vittime fra i terroristi) l'ordine causale è invertito nell'esposizione: prima e con maggior evidenza si parla di "attacchi israeliani", poi eventualmente si precisa che c'erano stati anche dei lanci di missili o trappole esplosive.

Insomma, bias è un metodo, uno sguardo, un modo di mettere il mondo in posa per adeguarlo agli schemi ideologici dei giornali.
Esso si estende ai filmati televisivi (il caso Al-Doura) alle fotografie (come documentato abbondantemente da www.malainformazione.it) e naturalmente alle corrispondenze dei giornali. Sconfiggere o anche solo smascherare tutto questo apparato di disnformazione non è facile, ma dovrebbe essere uno dei compiti prioritari di un'informazione ebraica.

Ugo Volli

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