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Pagine Ebraiche Rassegna Stampa
08.07.2011 La delegittimazione di Israele sui media italiani
analisi di Ugo Volli

Testata: Pagine Ebraiche
Data: 08 luglio 2011
Pagina: 1
Autore: Ugo Volli
Titolo: «La delegittimazione di Israele sui media italiani»

Riportiamo da PAGINE EBRAICHE di luglio l'articolo di Ugo Volli dal titolo " La delegittimazione di Israele sui media italiani".


Ugo Volli

Analizzare la comunicazione intorno a Israele somiglia per certi versi, salvo i rischi e di disagi del fronte, naturalmente, a fare il  corrispondente di guerra. E' sui media infatti che si combattono la maggior parte delle battaglie più significative nel momento in cui è sempre più difficile risolvere i conflitti con la potenza militare pura. Questo non vuol dire naturalmente che non ci siano scontri e vittime vere, in particolare nella modalità asimmetrica e vigliacca del terrorismo. Ma la maggior parte dei conflitti armati e degli scontri fisici sono a loro volta fatti per ottenere effetti di informazione e in definitiva sull'atteggiamento dell'opinione pubblica e dei politici che le rendono conto. Se a lungo è stato vero il detto di Clausewitz per cui la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, oggi è vero che l'informazione svolge lo stesso luogo e spesso è motivata dalle ragioni del conflitto, costituisce una sua mossa.
Questo è particolarmente vero nel caso di Israele. I palestinesi sanno benissimo che Israele è uno stato di successo, con un'economia che si espande a un ritmo superiore a quello di tutti i paesi occidentali, ma senza essere spinta dai prezzi delle materie prime, e senza partire dai livelli minimi che spiegano l'espansione di tanti paesi del Terzo Mondo e con una disoccupazione molto bassa. Sanno che il suo sistema politico è omogeneo a quello occidentale, che vi è comunanza di cultura e di interessi, sanno anche che il sistema politico economico e sociale israeliano è attraente per la loro base, che nonostante tutte le remore ideologiche e religiose spesso aspira a integrarvisi, come dimostrano le sempre più numerose domande di cittadinanza israeliana degli arabi di Gerusalemme.
Hanno bisogno dunque di drammatizzare la situazione, di prendere sempre nuove iniziative per rilanciare il conflitto e possibilmente squalificare Israele, non tanto agli occhi di chi sta lì o conosce le cose come stanno, ma del pubblico internazionale. E quindi colgono ogni occasione, anzi ne creano appena possibile per produrre nuove fiammate polemiche. La posizione prediletta è quella di creare sul terreno delle violazioni delle norme che mettano in pericolo la normalità della vita di Israele, ponendolo nel dilemma se reprimere queste manifestazioni, dando luogo alla propaganda contro la "violenza", la "repressione" o almeno la "mancanza di misura" di queste reazioni, oppure lasciare che le violazioni avvengano indisturbate e si amplifichino, mettendo in pericolo la vita e il benessere dei cittadini, i confini e l'autorità dello Stato. Il caso di Gaza, dei suoi missili sulla popolazione civile, delle flottiglie e delle marce che sfidano il blocco è sotto questo riguardo estremamente tipico.
La stampa occidentale in generale, e in particolare quella che si vuole di qualità, perché esprime le posizioni di una sinistra ideologica e narcisisticamente moralistica ("Repubblica" e "El Pais", "Le Monde" e il "New York Times") di fronte a questo gioco risponde pienamente al suo ruolo di megafono amplificatore della propaganda. Difficile dire perché lo faccia, com'è che si faccia piacere più dei repressori medievali sanguinari del tipo di Hamas invece della democrazia israeliana: senza dubbio in questo vi è la "cultura della vergogna", come l'hanno chiamata alcuni, per cui gli intellettuali occidentali  invece di essere fieri di far parte della civiltà che ha portato al mondo un'era di progresso economico e sociale, di pace e prosperità che non c'era mai stata nella storia, si sentono colpevoli e soprattutto sentono colpevoli i simboli dell'Occidente coma l'America e Israele; ma c'entra anche in certi casi più coinsapevolemte uno schieramento geopolitico erede della vecchia fredda (naturalmente con i "progressisti" schierati con i rottami della storia eredi del vecchio "campo socialista"). Ma vi è soprattutto il fatto che coloro che cercando di rovesciare lo staus quo, come i palestinesi, per forza cercano continuamente di provocare disgrazie e incidenti, cioè notizie – che è la materia prima di qualunque informazione. E dunque il loro lavoro è premiato, le loro esagerazioni accettate, il loro vittimismo pienamente rispecchiato dai media.
Le smentite alla propaganda più squinternata, che arrivano regolarmente, sono ignorate o sono comunque date molto sottotono rispetto alle notizie scandalistiche, col bel risultato di non cancellare mai la propaganda riprodotta. Il caso recente più chiaro è stato quello delle marce "di massa" contro il confine israeliano, tentate per il giorno della "Naqba" (cioè la "catastrofe" che sarebbe poi la proclamazione dell'indipendenza israeliana) e un paio di settimane dopo quello della "Naqsa" (cioè la "sconfitta" del '67, un'invenzione recentissima degli strateghi della comunicazione antisraeliana). In realtà le masse erano alcune centinaia di persone "cammellate" da campi profughi distanti centinaia di chilometri con un apposito servizio di bus. Che si trattasse di una manifestazione organizzata dal regime siriano in difficoltà per distogliere l'attenzione delle stragi che stava commettendo ai danni dei suoi stessi cittadini, era così chiaro che hanno dovuto scriverlo anche i giornali internazionali e perfino quelli italiani, con l'eccezione di pochi irriducibili antisionisti di estrema destra o sinistra (le posizioni del "Manifesto" o di "liberazione" su Israele sono praticamente identiche a quelle di "Rinascita"). Ma i titoli dei giornali sposavano senza riserve la versione della televisione di regime siriana, con Israele che sparava su poveri manifestanti disarmati e faceva decine di vittime. I resoconti dei giornali sono praticamente uguali (con le solite eccezioni di "Libero", "Il giornale", "L'Opinione", certi opinionisti del "Corriere" (ma non la redazione, in particolare la redazione web che è particolarmente accanita nella sua propaganda antisionista). Nessuno ha mandato un inviato a vedere e praticamente nessuno si è chiesto come in un paese in stato d'assedio viaggiano carovane di manifestanti in pullman; qualcuno ha parlato di manifestanti non solo palestinesi ma anche siriani, senza approfondire l'interessante integrazione. La notizia presto diffusa sulle reti internazionali delle somme pagate a chi ha partecipato è stata  pudicamente taciuta da quasi tutti i giornali, come quella della causa di alcuni morti (forse i soli morti veri): una molotov destinata ai soldati israeliani finita per imperizia o trascurataggine su un campo minato, con le conseguenze immaginabili.
Nessuno ha rilevato che la difesa delle frontiere fa parte dei diritti/doveri di uno stato, facendo notare per esempio il parallelismo con la decisa azione francese al confine italiano di appena un paio di settimane prima, di fronte a un'invasione solo economica, senza i sottintesi politici di questa che mirando al "ritorno degli emigrati" chiedeva in sostanza la distruzione naturalmente "pacifica" di Israele. La più parte dei giornali, poi, ha nascosto il senso della sparatoria avvenuta in un campo profughi della Siria del Nord, dove quattordici palestinesi erano stati ammazzati dalle guardie del corpo di un paio di gerarchi dei gruppi naturalmente molto "rivoluzionari" e dunque vicini al "socialismo" della dittatura siriana: quei gruppi cioè che con l'inganno avevano cinicamente portato i loro familiari a morire in un'invasione insensata, per poter comprare così con qualche cadavere non un posto al tavolo delle trattative, come a suo tempo Mussolini aveva giustificato l'ingresso in guerra contro la Francia, ma un po' di titoli di prima pagina dei giornali internazionali.
Insomma, vi è una complicità sempre più chiara fra giornalismo "benpensante" e movimenti palestinesi, terroristi e no. Una complicità che fa riflettere i giornalisti più attenti al valore della loro professione, come P.G. Battista, che si è espresso autorevolmente su questo tema. E che dovrebbe far riflettere anche l'ordine dei giornalisti, se non fosse che il suo presidente, per coronare e giustificare questa complicità, ha ospitato nei mesi scorsi presso la sede dell'Ordine e partecipato personalmente  alla conferenza di lancio della "flottiglia 2" contro Israele, che è esattamente la versione marina di queste marce contro i confini e la legalità internazionale.

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