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Non dimenticheremo mail gli orrori del 7 ottobre (a cura di Giorgio Pavoncello) 15/01/2024


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israele.net Rassegna Stampa
16.04.2024 Israele non è solo
Articolo di Herb Keinon

Testata: israele.net
Data: 16 aprile 2024
Pagina: 1
Autore: Herb Keinon
Titolo: «Israele non è solo»

Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - un articolo di Herb Keinon tradotto da Jerusalem Post dal titolo "Israele non è solo".

Herb Keinon
Herb Keinon
L'attacco iraniano ha dimostrato che Israele non è solo, Giordania e Arabia Saudita hanno collaborato attivamente nell'abbattimento dei droni iraniani

L’abbattimento di centinaia di droni, missili cruise e missili balistici lanciati dall’Iran nella notte fra sabato e domenica dimostra che un elemento importante della grande strategia del 7 ottobre contro Israele è fallito: l’alleanza regionale contro la Repubblica Islamica non si è sgretolata. Non è chiaro quanto l’Iran sapesse in anticipo dei piani di Hamas per il suo orrendo attacco del 7 ottobre, ma una cosa è certa: gli ayatollah l’hanno visto come un’occasione d’oro per spezzare la crescente alleanza tra Israele e i paesi sunniti moderati nella regione. Quell’alleanza non era scaturita da un’improvvisa infatuazione degli stati sunniti per Israele e il suo legittimo diritto di esistere nella regione, quanto piuttosto dalla comune paura per il regime iraniano e dalla consapevolezza che solo operando insieme a Israele questo campo moderato può respingere i disegni egemonici dell’Iran in Medio Oriente. Quello che spingeva gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein, la Giordania, l’Egitto, il Marocco e – ufficiosamente – l’Arabia Saudita a collaborare con Israele non era l’amore, era la paura e l’odio verso Teheran. La presenza di Israele nella regione può ben essere seccante per quei paesi, ma l’ideologia dei governanti iraniani rappresenta una vera minaccia esistenziale. Da quella minaccia era nata la collaborazione, compresa una stretta cooperazione in materia di sicurezza. Innanzitutto attraverso gli Accordi di Abramo del 2020, una palla che ha cominciato a rotolare dopo che i paesi moderati del Golfo hanno visto la serietà con cui Israele affrontava la minaccia nucleare iraniana sino al punto di puntare i piedi con la stessa amministrazione americana sulla questione. Dopo gli Accordi di Abramo, il paese successivo che sembrava sul punto di normalizzare i suoi rapporti con Israele, che esistevano già sottobanco, è stata l’Arabia Saudita, uno sviluppo che l’estate scorsa stava guadagnando uno slancio significativo. Poi è arrivato il 7 ottobre. Con quell’attacco Hamas ha pensato di imporre di nuovo nell’agenda internazionale la questione palestinese (per come la intendono loro, cioè l’imperativo di distruggere lo stato ebraico). Dal canto loro, gli iraniani hanno pensato che quell’attacco – e quella che sapevano sarebbe stata la durissima reazione israeliana – avrebbe fatto naufragare qualsiasi patto ufficiale tra Arabia Saudita e Israele e avrebbe sferrato un colpo mortale agli Accordi di Abramo. Come avrebbe potuto quella alleanza – pensavano – continuare ad esistere e persino a crescere a fronte dell’inesorabile rabbia del mondo arabo e musulmano per la guerra di Israele a Gaza e il suo prezzo in termini di vittime palestinesi? Mentre la guerra continuava – con le immagini da Gaza trasmesse 24 ore su 24, 7 giorni su 7, nel modo più macabro possibile dalla tv Al-Jazeera, il braccio propagandistico di Hamas sponsorizzato dal Qatar – gli ayatollah si fregavano le mani pensando che in questo modo qualsiasi normalizzazione israelo-saudita, e qualsiasi nuova architettura di difesa regionale progettata per respingere i loro progetti, erano morte e sepolte. La risposta di domenica mattina al massiccio attacco iraniano ha dimostrato, tuttavia, che non è così. Le capacità difensive costruite silenziosamente negli ultimi anni in vista proprio di questa eventualità hanno funzionato. Non solo gli alleati occidentali (Stati Uniti, Regno Unito, Francia), ma anche gli alleati regionali – i cui nomi non vengono rivelati pubblicamente, ma che tutti possono immaginare – hanno aiutato Israele ad abbattere i droni e missili iraniani. L’Iran sperava che il 7 ottobre avrebbe distrutto l’alleanza regionale che si stava formando con Israele, ma i drammatici eventi nei cieli del Medio Oriente nella notte fra il 13 e il 14 aprile hanno dimostrato che quella speranza era vana. Non solo. La decisione dell’Iran di attaccare dal proprio territorio (dopo che per anni, e soprattutto negli ultimi sei mesi, ha attaccato Israele indirettamente per interposti Hezbollah, Houti, Hamas ecc.), ha ora spostato l’asse del discorso dai palestinesi al pericolo militare iraniano: con il mondo che ora si chiede cosa sarebbe successo se l’Iran avesse avuto capacità nucleari. Il surreale attacco iraniano di sabato notte – non c’è altro modo per descrivere una notte in cui un intero paese ha trattenuto il fiato chiedendosi dove si sarebbero abbattuti esattamente gli ordigni che sapeva essere in volo nella sua direzione – ha fornito la prova che la guerra contro Hamas a Gaza non ha fatto naufragare la nuova alleanza regionale. La paura di Giordania, Arabia Saudita ed Emirati per il regime iraniano è maggiore della collera verso Israele per la guerra a Gaza (anche perché i governanti di quei paesi sperano in cuor loro che Israele riesca a farla finita con Hamas). L’attacco iraniano ha fatto anche qualcos’altro: ha allentato l’isolamento di Israele. In un momento in cui le tensioni con Washington erano al culmine, con il presidente americano Joe Biden che criticava pubblicamente il primo ministro Benjamin Netanyahu e le politiche israeliane dando il via libera ad altri alleati di Israele come Gran Bretagna e Francia per fare lo stesso, questi stessi paesi, e in particolare gli Stati Uniti, sono venuti in aiuto di Israele e hanno contribuito a intercettare i droni e i missili iraniani. Qualche settimana fa, la rivista Economist pubblicava in copertina la foto di una bandiera israeliana che sventolava nella polvere sotto un minaccioso titolo di due sole parole: “Israele solo”. La reazione nella notte fra sabato e domenica degli alleati di Israele – sia regionali che più lontani – dimostra che quel titolo era, per fortuna, decisamente fuori strada. (Da: Jerusalem Post, 14.4.24)

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